19 febbraio 2011

La repressione non ferma la sollevazione popolare si espande anche nel Paese del dittatore sodale di Berlusconi. Da fonti mediche: a Bengasi è strage

CAOS A BENGASI E AL BAIDA SEDE TV INCENDIATA

«Quella che ho visto oggi a Bengasi è una vera e propria strage». È quanto ha affermato un medico della città libica, Suheil Atrash, nel corso di un'intervista telefonica con la tv araba 'al-Jazeerà. «Ci sono stati scontri tra i manifestanti e le forze della sicurezza libiche - ha affermato - i poliziotti hanno aperto il fuoco e si contano molti morti e feriti». Il medico sostiene «di sentire colpi d'arma da fuoco anche in questo momento mentre sto parlando al telefono». In particolare gli scontri sarebbero avvenuti subito dopo i funerali delle vittime delle violenze di ieri a Bengasi.
Tripoli, 19 feb. 2011 - (Adnkronos/Aki) -
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È sempre più in fiamme l'est della Libia - da Bengasi ad Al Baida e oltre, verso il confine con l'Egitto - nonostante il pugno di ferro messo il campo dal leader Muammar Gheddafi che, attraverso «i Comitati rivoluzionari e il popolo», ha minacciato «i gruppuscoli» anti-governativi di una repressione «devastante». Dopo le decine di morti (tra 28 e 50) di cui tra ieri e oggi è giunta notizia da varie località senza ottenere conferme indipendenti, stasera la Libia è letteralmente balzata al primo posto tra 'i Paesi della rivoltà. Le notizie in serata si susseguono a ripetizione, laddove riescono a filtrare attraverso la censura, nonostante i telefoni bloccati e le comunicazioni non facili che, anche via Internet, riescono a dribblare con estrema difficoltà il controllo del quarantennale regime di Gheddafi. Due poliziotti impiccati dai manifestanti ad Al Baida (terza città del Paese), la sede della radio incendiata a Bengasi (seconda città, da sempre 'ribellè), dove oggi ci sono state altre proteste e scontri. Le forze dell'ordine hanno successivamente ricevuto l'ordine di ritirarsi dal centro delle due località, ufficialmente «per evitare ulteriori scontri con i manifestanti e altre vittime». Ma nello stesso tempo non si allontanano, le circondano e prendono il controllo di tutte le vie d'accesso, sia per impedire a chi ha partecipato ai disordini di allontanarsi sia per bloccare eventuali civili o miliziani intenzionati ad unirsi alla piazza. Queste, le notizie dalle fonti ufficiali. Alle quali in serata si è unito il sito di un giornale online vicino al figlio riformista di Gheddafi, Seif al Islam, che ha ammesso 20 morti a Bengasi e sette a Derna, dove oggi si sono celebrati i funerali delle vittime di ieri. Oggi ci sono stati morti anche in due prigioni dove i detenuti avrebbero approfittato della situazione instabile per scatenare una rivolta: sei sarebbero stati uccisi a Jadaida, nella capitale; numerosi sono invece riusciti a fuggire dalla prigione al-Kuifiya di Bengasi, ed hanno poi appiccato il fuoco all'ufficio del procuratore generale, a una banca e a un posto di polizia. Poi, da un esule libico che vive in Svizzera, arrivano notizie simili ma con un punto di vista diverso. Al Baida e Derna sono ormai «due città libere» e «il potere è passato al popolo», proclama Hassan Al-Jahmi - uno dei promotori della 'Giornata della Collera« - ai sui circa 30.000 simpatizzanti su Facebook. E su Youtube un video amatoriale mostra incidenti a Tobruk, con un monumento di cemento al 'Libro Verdè di Gheddafi, simbolo della sua rivoluzione, gettato giù dal suo piedistallo. A Tripoli invece, per tutta la giornata la vita è andata avanti abbastanza normalmente. Gheddafi si è fatto vedere nel centro della città, nella Piazza Verde, dove è stato salutato con entusiasmo dai suoi sostenitori. Non ha parlato ma hanno parlato i comitati rivoluzionari: una risposta »violenta e fulminante« colpirà - hanno detto - gli »avventurieri« che protestano, e qualunque tentativo di »superare i limiti« si trasformerà in »suicidio«.
(ANSA) 18 FEBBRAIO 2011

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