23 gennaio 2011

Veltroni: «Basta con il Novecento, viva Marchionne e il federalismo». Il ragazzo mai cresciuto non si è accorto che stiamo tornando all'ottocento


«Ancora tu? Ma non dovevamo vederti più?»

«Sono grato a Veltroni, faremo tesoro della sua disponibilità, abbiamo già avviato contatti con l'opposizione e il confronto inizierà già dalla fine di questa settimana». Silvio Berlusconi, aprile 2008. «Per primi abbiamo fatto scelte coraggiose e innovative». Walter Veltroni, stesso periodo. Il risultato della rivoluzione veltroniana che distrusse la sinistra e legittimò Berlusconi come mai prima lo possiamo leggere nelle cronache scollacciate di questi giorni. Una persona normale di fronte ad una cantonata così sarebbe fuggito lontano, magari a fare volontariato in Africa. Veltroni e il suo pezzo di partito no. Si chiamano Modem: i democratici moderati e si sono incontrati ieri a Torino al Lingotto. Differiscono dai pericolosi estremisti di Bersani perché odiano la sinistra. Perché i mesi passano, gli anni passano ma il problema di Veltroni rimane sempre la sinistra. Perché non è sufficiente demolirla politicamente, è necessario abbattere anche quanto costruito in cinquant'anni. Soprattutto a Torino dove lo spauracchio di Airaudo, candidato sindaco alternativo a Fassino, diventa un pericoloso passaggio da contrastare. Certo oggi Berlusconi è un uomo politicamente morto e quindi anche Veltroni e suoi possono coraggiosamente sparargli addosso. Ma nuovi padroni da inseguire sono all'orizzonte: la Lega con il federalismo, Marchionne e la demolizione del contratto nazionale, Fini, Casini…
Così Veltroni al Lingotto di Torino rilancia il suo rivoluzionario progetto alternativo: superare ciò che rimane del Novecento. Lo dice anche lo slogan che sovrasta le teste dei relatori: "Fuori dal novecento." Uno slogan che in questa città, dove la Fiat demolisce la contrattazione sindacale figlia della Costituzione (anch'essa da buttare perché fatta nello scorso secolo?) fa paura. Ecco, è questa la grande differenza tra il Pd che ieri ha mostrato i muscoli al Lingotto e quello di due anni fa. Oggi Veltroni e compagni incutono timore perché vogliono spingersi dove nemmeno Berlusconi ha osato.
Così ieri a due passi dagli uffici di Marchionne si sono celebrati due revival di clamorose sconfitte. Quella del 2008 quando l'idea del partito interclassista ebbe come unico effetto distruggere la sinistra e regalare il paese al compulsivo presidente del consiglio attuale, e la convention pro Tav, che solo nove mesi fa riuscì a far perdere alla Bresso trentamila voti che poi hanno fatto vincere il leghista Cota. E' uno schema classico così composto: venire a Torino, dilagare nel terreno della destra, perdere. Al Partito Democratico piace così, piace infangare la sinistra per fare vincere la destra.
Ieri la sala gialla del Lingotto era gremita di uomini di partito incravattati, circa un migliaio. In quella blu il popolo dei capelli bianchi, quelli che rimangono fedeli alla linea del partito dei tempi che furono. Nella sala bella il trionfo di Veltroni è stato evidente. In quella blu, disadorna e fredda, gli applausi maggiori sono andati al dimenticato Soru e ad altri personaggi minori.
Nel partito che non è mai chiaro nei contenuti, come dice Rita, docente di inglese, capitata un po' per caso al Lingotto («dobbiamo cambiare!» Che cosa? come? «Dobbiamo stare vicino!» A chi? Come?), non tutti hanno il coraggio di dire cosa significhi "fuori dal novecento." Ci pensa panzer Chiamparino che ha il grande pregio di non essere vago e fumoso. Dice il sindaco nella chiosa del suo discorso: «E' necessario guardare a chi non crede più in Berlusconi.» E poi due esempi di nuove cose di "sinistra" post novecento: «Non è più tempo di beni comuni intoccabili. Ad esempio: è la gestione di risorse come l'acqua ad essere un bene comune, non il bene comune in sé.» E' chiaro dove sta andando questo partito? Traduzione: l'acqua si può privatizzare. E per non lasciare spazio a dubbi oltre all'acqua il sindaco di Torino, cita, in maniera meno netta però, gli asili. Il tutto perché, come al solito, ci sono intrallazzatori nelle partecipate che rendono inefficace la gestione dei famosi beni comuni. Applausi nella sala gialla e profusione. E' il turbocapitalismo senza l'ossessione per la gnocca.
E poi ovviamente al Lingotto è tutto un sì al federalismo della Lega, a Marchionne, al bipolarismo. Rispetto la Fiat Veltroni dice in sostanza che la politica non può fare nulla se non stare dietro al più forte. Ma ha fatto la voce grossa chiedendo nuove relazioni sindacali, dimenticando che i sindacati in Italia con l'assenso del Pd vengono aboliti con referendum fatti vergognosamente sulla pelle di 5500 uomini e donne sotto ricatto. Perché per Veltroni non c'è nulla da difendere ma tutto da cambiare: «Dobbiamo avere il coraggio dell'innovazione, il motto dei democratici non può essere difendere ma cambiare. Questo non è nuovismo, è realismo. In un mondo nel quale tutto cambia velocemente se i democratici si chiudono in difesa non potranno impedire il cambiamento.» Il povero Bersani ha commentato: «L'intervento di Walter è stato molto bello, non vedo lontananze, sul piano programmatico è possibile una sintesi di Torino.» Oliviero Diliberto, ieri a Torino per un incontro organizzato dalla Fds, ha commentato: «Uscire dal Novecento? E' una sciocchezza pericolosa, un suicidio. L'operazione di Marchionne indebolisce in maniera drammatica la contrattazione e quindi i diritti dei lavoratori. E' questo uscire dal Novecento?»

Maurizio Pagliassotti
23/01/2011
www.liberazione.it

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