29 gennaio 2011

per iniziare a fermare i malfattori del governo e i loro complici, industriali e cisl e uil


La richiesta è una sola: «Sciopero generale»

Troppe zoccole e troppo Berlusconi in Italia. Sono venuta in piazza per stare con gente seria». Il parere è di Raffaella Rosadi, milanese, non metalmeccanica. Già, perché ieri a Torino non c’erano solo le tute blu. E quella di Raffaella non era una voce isolata nel corteo che ieri ha attraversato Torino. Certo la stragrande maggioranza dei manifestanti erano operai e impiegati del settore metalmeccanico, ma una fetta consistente della città, umiliata dalle cronache recenti, ha trovato sfogo nel corteo della Fiom. Così, a Torino, ieri si sono saldate diverse lotte: quella contro i papponi collusi con mafia ladri ed evasori, quella contro Marchionne e la sua idea di sindacato giallo «dalla vergogna», quella contro il trio Sacconi, Gelmini, Tremonti. Ma anche contro il Pd, di cui ieri non c’era nemmeno mezza bandiera presente. Bandiere rosse a profusione, invece, divenute oggetto di un passaggio di Giorgio Airaudo nel suo comizio: «Le bandiere rosse, caro dottor Marchionne, in Italia hanno un passato glorioso perché ricordano battaglie per la civiltà, l’uguaglianza e i diritti». Delirio di applausi. E se la manifestazione di Torino era contro molte cose era anche molto pro. Pro diritti, pro sicurezza sul lavoro, pro ricerca, pro cultura, pro libertà. E osservando la moltitudine che ha trovato nella Fiom la propria interprete, viene da domandarsi cosa accadrà a Mirafiori quando questa non dovesse esserci, ed a gestire il dilagante malcontento degli operai rimanessero solo Fismic , Fim, Uilm e Ugl. Auguri. Un dato interessante: sempre dal palco Airaudo ieri ha citato lo studio de Lavoce.info che evidenzia come l’ottanta per cento di coloro che hanno votato sì al referendum di Mirafiori lo hanno fatto perché «necessario per salvare il posto di lavoro». E’ la prova che dentro le carrozzerie oggi circa il 90% degli operai non crede né a Marchionne, né ai sindacati firmatari che due settimane fa si sono detti «soddisfatti della vittoria». Il corteo è partito alle dieci del mattino da Porta Susa ed ha raggiunto piazza Castello dove si sono svolti gli interventi finali. Era aperto dagli operai delle carrozzerie di Mirafiori che recavano lo striscione «Fiat: l’accordo della vergogna». Dietro di loro le rappresentanze di decine di fabbriche metalmeccaniche del torinese. Qualche nome: Lear, Sandretto, Iveco, Ceva, Bertone, trentacinque pullman operai in arrivo da tutto il Piemonte. Massiccia anche la presenza di tutti i sindacati di base. Un serpentone fatto di facce nuove e non i soliti noti che si vedono ai cortei torinesi. L’adesione alla Powertrain secondo la Fiom è stata pari all’ottanta per cento. Cifre contestate dagli industriali e dai “loro” sindacati. Dopo circa due ore di marcia tutti i manifestanti si sono raccolti per ascoltare gli interventi dei relatori. Il segretario confederale della Cgil Enrico Panini è stato autore di un disperato intervento coperto da una folla urlante che lo ha severamente contestato,scandendo lo slogan «sciopero generale». Ad iniziare la contestazione i ragazzi dei centri sociali, poi seguiti dal grosso della folla. Giorgio Airaudo, ormai semiconvinto dalle Rsu Fiom a non lasciare il sindacato, ha concluso la manifestazione con queste parole: «Con la nostra forza e con il rispetto che dobbiamo alla Cgil diciamo che sono maturi i tempi per lo sciopero generale. La Cgil deve mettersi alla testa di questo movimento per un Paese migliore, per mandare a casa un governo che ha fatto solo del male ai lavoratori. Noi non rinunceremo mai al contratto nazionale e lotteremo fabbrica per fabbrica per riconquistarlo». In mezzo alla folla Paolo Ferrero, segretario del Prc: «L’attacco di Marchionne riguarda tutti i lavoratori e quindi ci vuole una risposta generale. La Cgil deve fare un salto di qualità non lasciando da sole le persone che hanno bisogno di un riferimento sicuro. Sul versante politico è criminale mantenere le divisioni quando c’è bisogno di un punto di vista unitario».

Maurizio Pagliassotti
Liberazione del 29-01-2011)

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