25 gennaio 2011

300mila mila le persone che oggi sono scese in strada in tutto l'Egitto per contestare il governo Mubarak.


L'onda lunga della protesta tunisina

I cittadini tunisini non si accontentano di una «transizione pilotata» dal vecchio regime e continuano a manifestare per un'autentica rivoluzione democratica. E in Egitto la protesta cresce nonostante le minacce del regime di Hosni Mubarak. Negli stati arabi del Nordafrica tira un'aria nuova.

Le ultime da Tunisi parlano di un «rimpasto» di governo che ha molto il sapore di una resa. L’emittente panaraba Al Jazeera scrive che sono in corso incontri tra i politici per sostituire il governo provvisorio nominato dal primo ministro Ghannouchi con un comitato di «saggi» che soddisfi le richieste dei cittadini di una transizione autentica al posto di un gattopardesco cambiamento di facciata. Il governo provvisorio non è mai riuscito a entrare in funzione: dominato da personaggi compromessi con il fuggiasco ex presidente Ben Alì, non ha avuto nemmeno per un giorno la fiducia dei cittadini che hanno rovesciato il regime e scontava l’esclusione di alcune componenti importanti delle opposizioni, a partire dai movimenti politici di ispirazione religiosa. Determinante nella decisione di sostituire il governo provvisorio è stato l’atteggiamento dell’esercito. Il capo di stato maggiore generale Ammar aveva avvisato lunedì del rischio che i cittadini fossero espropriati della loro rivoluzione, in nome di una stabilità di facciata che placasse soprattutto le paure dei governi occidentali, lentissimi a capire le ragioni della rivolta ma prontissimi ad agitare lo spauracchio del radicalismo islamico e di una spirale che avrebbe potuto portare il paese fuori controllo.
Ammar gode di una certa stima in Tunisia, perché si è rifiutato di obbedire agli ordini di Ben Alì e usare l’esercito per reprimere la protesta. La sua presa di posizione può essere considerata l’evidenza che, nonostante i colpi di coda del regime, una parte degli apparati dello stato pare aver sposato appieno le ragioni dei cittadini. L’esercito tunisino, tuttavia, non va sopravvalutato. Il suo potere è inferiore a quello della polizia, ingrassata negli anni di dittatura e in caso di intervento dall’esterno [Gheddafi osserva preoccupato ciò che avviene ai suoi confini occidentali] non potrebbe opporre che una blanda resistenza.
Alla presa di posizione dell’esercito si aggiunge lo sciopero generale indetto dal sindacato Ugtt [Unione generale dei lavoratori tunisini] i cui membri entrati nel governo provvisorio sono stati i primi a lasciarlo. L’Ugtt ha detto che lo sciopero andrà avanti fino alla caduta del governo, che al momento è in carica solo formalmente e non sembra avere altra scelta che passare la mano. Continuano intanto gli arresti di esponenti del vecchio regime, come Abdelwahhab Abdalla, fedelissimo di Ben Alì e responsabile del controllo sui media, e Larbi Nasra, proprietario di Hannibal Tv, vicino alla moglie di Ben Alì, Leila, accusato di aver favorito la fuga dell’ex dittatore in Arabia saudita. La transizione, dunque, è ancora lontana dalla sua conclusione ma il tentativo di una restaurazione pilotata che garantisse la vecchia guardia legata a Ben Alì sembra meno probabile ogni giorno che passa. Le dimensioni della rivoluzione tunisina diventano quindi sempre più evidenti e se la transizione riuscirà – elezioni finalmente libere nel giro di pochi mesi, come primo passo – sarà un evento storico: il primo movimento democratico vittorioso nel mondo arabo.
Per questo i governi della regione sono preoccupatissimi. Ciò che è accaduto a Tunisi potrebbe ripetersi ad Algeri, a Damasco, a Rabat, a Tripoli e al Cairo. La capitale egiziana in queste ore è teatro di proteste contro il regime, convocate significativamente nel giorno della festa nazionale della polizia, uno dei puntelli essenziali della dittatura di Hosni Mubarak. L’Egitto da tempo è in fermento. La successione a Mubarak – che sogna una nuova repubblica ereditaria su modello siriano – sta evidenziando le crepe nel regime e la sua lontananza dai cittadini, specialmente da quei giovani che in tutto il mondo arabo sono la maggioranza della popolazione e la componente sociale più frustrata.

Enzo Mangini
25 gennaio 2011
http://www.carta.org/

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