Unità per il lavoro. Dopo il grande bluff della legge 30/03Le politiche neo-liberiste e le riforme attuate dai governi di centrodestra che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni hanno prodotto profonde lacerazioni nel tessuto etico e sociale del nostro Paese.
La pratica del berlusconismo si è rivelata incapace di avviare un percorso di reale cambiamento della politica e dell’economia per garantire equità e coesione collettiva nello sviluppo; la dialettica politica è scaduta al livello di contrapposizione frontale e il Paese non ha tratto alcun beneficio da una serie di (contestate) riforme che, da quella avviata nella scuola pubblica, hanno alimentato solo sconcerto e squilibri sociali.
Il c.d. “effetto Tremonti” ha prodotto l’aggravarsi delle condizioni di disparità e la tanto pubblicizzata riorganizzazione del sistema politico italiano, a valle del ciclone tangentopoli, ha generato una sconvolgente rivoluzione neoliberista che ha messo in discussione anche conquiste fondamentali della nostra democrazia: dal diritto di cittadinanza all’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Al confronto democratico e al rispetto delle Istituzioni, si è sostituito il “populismo mediatico”; alla supremazia della ragione è stato contrapposto un fantomatico e inverosimile “partito dell’amore”.
Come se tutto ciò non fosse stato ancora sufficiente, alla centralità del Parlamento - considerato elemento d’impaccio e di freno all’azione di governo del premier - è stato anteposto un meccanismo di vero e proprio “culto della personalità”, in rapporto diretto con il “popolo” e impermeabile a ogni altro contrappeso istituzionale di garanzia.
In questo quadro, il concetto di riformismo, quale progetto di trasformazione sociale, è stato sostanzialmente capovolto e la collettività italiana è stata letteralmente sottomessa agli imperativi del mitico “mercato”.
Naturalmente, anche le scelte operate in tema di lavoro sono state sottoposte al pensiero dominante e la “flessibilità” è stata assunta come ideologia piuttosto che come realtà operativa legata all’efficienza dell’impresa.
Così, alle esigenze dettate dall’introduzione delle nuove tecnologie, dall’informatica alle comunicazioni, dalla rapidità e frequenza dei processi d’innovazione di sistema e di prodotto, il ceto imprenditoriale italiano - orfano della svalutazione competitiva e dell’inflazione “a doppia cifra” - ha inteso opporre la scorciatoia del taglio del costo del lavoro. La prima conseguenza di questa gravissima insufficienza culturale e programmatica è stata rappresentata dalla repentina obsolescenza delle conoscenze e delle competenze delle maestranze.
A questa si è aggiunto un enorme spreco di risorse umane e professionali, insieme a molteplici forme di occupazione precaria relegata in condizioni sempre più diversificate di tipologie e contenuti contrattuali.
Contemporaneamente, abbiamo assistito a una grande offensiva padronale, mirata a indebolire i fondamenti della contrattazione collettiva e il potere contrattuale delle OO.SS. confederali, prima ancora delle categoriali. Il governo, presieduto dall’imprenditore più ricco (e più indagato) d’Italia, ne è stato portavoce e artefice!
Oggi siamo nella condizione in cui, in nome e per conto di una general-generica flessibilità, si è determinato un processo di diffusa precarizzazione dei rapporti di lavoro e di artificiosa contrapposizione tra lavoratori stabili e precari e tra giovani e anziani.
A questo riguardo, l’impegno profuso nel rappresentare una frattura sociale, oltre che generazionale, tra “insider” e “outsider” - partendo dal presupposto dell’esistenza d’interessi divergenti tra lavoratori “garantiti” e “precari” - ha rappresentato una “campagna” tanto strumentale, quanto efficace.
Infatti, il postulato secondo il quale la riduzione dei diritti dei lavoratori, a partire dall’art. 18 dello Statuto, rappresenterebbe il presupposto ineludibile per consentire il riconoscimento di maggiori tutele a coloro che oggi ne sono privi e, contemporaneamente, il mezzo attraverso il quale produrre un aumento dell’occupazione - in particolare di quella giovanile - raccoglie, purtroppo, vasti consensi anche tra le fila dell’opposizione.
In questo senso, è, a mio parere, paradossale che, alla (ormai) ossessiva insistenza con la quale Tito Boeri reclamizza il suo c.d. “Contratto unico” - che non ha molto di diverso da un tempo determinato senza le garanzie dell’art. 18 dello Statuto - quale panacea dei mali che affliggono il nostro asfittico mercato del lavoro ed elisir di lunga vita per i lavoratori italiani, si affianchi una proposta, sostanzialmente equivalente, “partorita” dal maggior partito di opposizione.
Difatti, è a firma di Pietro Ichino, senatore del Pd, un recente Ddl (nr. 1481/09 - “Per la transizione ad un regime di flexsecurity”) che è, addirittura, peggiorativo, per la condizione dei lavoratori, rispetto alla riforma così tenacemente suggerita dal Prof. Boeri! A conferma, è sufficiente evidenziare che, a fronte dei tre anni di sostanziale moratoria sull’art. 18, previsti dal contratto unico di Boeri, la proposta Ichino vagheggia una misura da “Guinness World Records”: infatti, la sua c. d. “fase d’inserimento”, propedeutica all’effettiva assunzione a tempo indeterminato, può durare fino a venti anni.
Altrettanto deprecabile, per restare in tema di posizioni “bipartisan”, è l’idea secondo la quale, considerando (sostanzialmente) irreversibile l’attuale regime di flessibilità che caratterizza il nostro mercato del lavoro - così come si è andata configurando dopo l’approvazione del decreto legislativo 276/03 - sia indispensabile intervenire sul meccanismo degli ammortizzatori sociali al fine di realizzare, in modo compiuto, la riforma prevista dalla c.d. (impropriamente e strumentalmente) “legge Biagi”.
Personalmente, rifiuto quest’impostazione perché, ferma restando l’esigenza di adeguare le nostre “politiche passive del lavoro” agli elevati standard previsti dai nostri maggiori partner europei, ritengo fuorviante e ingannevole il principio (liberista) secondo il quale bisogna “risarcire” gli esclusi, piuttosto che - come si conviene a una forza riformista e di sinistra - porre in essere tutte le misure possibili per impedire l’esclusione!
Si rende allora necessario un grande sforzo elaborativo per cercare di porre in essere le migliori condizioni per pervenire a forme di convergenza tra flessibilità del lavoro e interessi e tutele dei lavoratori.
Intendo riferirmi a ipotesi in cui può essere interesse di entrambe le parti stipulare un contratto di lavoro con elementi di flessibilità.
Ciò, naturalmente, può realizzarsi quando specifiche esigenze delle imprese incrocino un’offerta di lavoro con particolari caratteristiche; per esempio, giovani al primo impiego, studenti lavoratori, soggetti che rientrano nel mercato del lavoro.
E’ evidente che, in casi del genere, la concessione di elementi di flessibilità a favore delle imprese, finirebbe con lo svolgere un ruolo doppiamente positivo; da un lato la convergenza degli interessi delle parti e, dall’altro, il concreto aumento di una domanda di lavoro che altrimenti resterebbe inespressa.
La situazione attuale, invece, grazie al vero e proprio “supermarket” delle tipologie contrattuali varate con l’entrata in vigore del 276/03, presenta un tipo di flessibilità che gli esperti definiscono “asimmetrica”. Nel senso che, nella stragrande maggioranza dei casi, il ricorso a forme di lavoro “non standard” avviene per costituire rapporti di lavoro che sarebbero stati comunque instaurati.
In questi casi, infatti, l’unica parte che ne trae beneficio è il datore di lavoro che, ad esempio, assume un lavoratore con un contratto d’inserimento o a tempo determinato, se non “in somministrazione”, piuttosto che direttamente a tempo indeterminato.
E’ evidente che il realizzarsi di questi fenomeni è direttamente proporzionale all’indice di flessibilità presente nel mercato del lavoro.
Inoltre, in questa seconda ipotesi - ed è una considerazione che pare sempre sfuggire ai sostenitori di un sempre più elevato tasso di flessibilità - è altrettanto evidente che i riflessi, in termini di concreto aumento dell’occupazione, sono sostanzialmente nulli. Tecnicamente, si realizza un semplice “effetto sostituzione”.
Con buona pace di quanti hanno sempre teorizzato l’equazione secondo la quale al maggiore indice di flessibilità presente nel mercato del lavoro corrisponderebbero, automaticamente, più alti tassi di occupazione e “occupabilità”.
Tra l’altro, l’eccessiva dose di flessibilità è contraddittoria con le stesse esigenze della stragrande maggioranza delle imprese che, se da un lato non hanno le risorse sufficienti per investire nella formazione delle maestranze lungo tutto l’arco della vita lavorativa, dall’altro non hanno interesse a investire in questa direzione, né a medio né a lungo termine, perché si ritroverebbero nella condizione di non poter godere i risultati di un investimento di quel tipo.
In effetti, l’eccessiva flessibilizzazione (e precarizzazione) del mercato del lavoro funziona come disincentivo a qualsiasi tipo d’investimento nella qualità del lavoro e della sua crescita professionale.
Cosicché, il ricorso a forme di diffusa flessibilità va spesso di pari passo con organizzazioni del lavoro “povere” che non offrono la possibilità di assicurare ai lavoratori coinvolti alcuna garanzia circa la titolarità di una retribuzione adeguata e di legittime opportunità di sviluppo professionale.
Senza dimenticare che il suddetto effetto sostituzione, quale risultato, ad esempio, della surroga a occupazione standard attraverso (reiterati) impieghi temporanei, rappresenta una fonte di gravi problemi sociali ed esistenziali per i lavoratori coinvolti.
Su questo tema, appena qualche anno fa, Luciano Gallino, attraverso un breve saggio dal titolo molto significativo: “Il costo umano della flessibilità”, si rese brillante interprete del profondo disagio cui è sottoposta la stragrande maggioranza dei lavoratori non standard, che restano succubi di rapporti di lavoro strutturalmente inidonei a garantire le condizioni di retribuzione e stabilità alle quali (legittimamente) aspirerebbero.
Tornando al tema relativo agli effetti concreti prodotti sull’occupazione dalla massiccia dose di flessibilità introdotta nel nostro Paese - a partire dalla legge Treu del ’97, per poi “esplodere” con il decreto legislativo 276/03 - in ossequio all’elementare norma secondo la quale alle dichiarazioni di principio è sempre opportuno far seguire la realtà dei fatti, è utile riproporre, in questa sede, le variazioni più significative che, nel corso degli ultimi, hanno interessato i principali indicatori del mercato del lavoro italiano.
In questo senso, le rilevazioni trimestrali Istat sulle forze di lavoro hanno sempre rappresentato i dati più attendibili. Lo erano quando, nel 2006, Berlusconi & c. esaltavano il fantomatico aumento di un milione e mezzo di occupati in più e lo erano anche la scorsa estate, quando il ministro Tremonti - nel patetico e vano tentativo di sminuire e quasi esorcizzare il notevole calo dell’occupazione - tentava di ridicolizzare la metodologia di rilevazione utilizzata dall’Istituto nazionale di statistica.
Naturalmente, una verifica di tipo questo non poteva prescindere dal raffronto tra la situazione registrata verso la fine del 2009 e quella dell’ottobre 2003, data di effettiva entrata in vigore del famigerato 276/03.
La (cruda) oggettività delle cifre è, evidentemente, incontrovertibile!
Per anni abbiamo dovuto subire il refrain secondo il quale la “epocale riforma del mercato del lavoro” - introdotta dalla legge-delega 30/03 e dal suo decreto applicativo (276/03) - contraddistinta dal ricorso ad una maggiore dose di flessibilità nei rapporti di lavoro e da una più ampia offerta di tipologie contrattuali a disposizione dei datori di lavoro, avrebbe contribuito, in modo diretto e definitivo, a favorire l’aumento dell’occupazione e in modo indiretto, ad aumentare le chance di “occupabilità” dei lavoratori, in particolare dei giovani.
La realtà, a differenza delle chiacchiere e degli spot pubblicitari - cui spesso molti soccombono in preda ai poteri mediatici di una comunicazione “addomesticata” -conferma, purtroppo, che la situazione è ben diversa.
Infatti, a distanza di sei anni dall’entrata in vigore delle norme che avrebbero dovuto proiettare il nostro Paese verso il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Agenda di Lisbona - tasso di occupazione pari ad almeno il 70 per cento della popolazione attiva entro il 2010 - si può certamente affermare, senza tema di smentite, che l’unico risultato conseguito, grazie alla massiccia dose di flessibilità introdotta, è stato quello di rendere la stessa sinonimo di precarietà! Senza che la stessa abbia prodotto, in termini di sostanziale aumento dell’occupazione, alcun significativo effetto. Nemmeno nel momento di massima occupazione, registrata nel nostro Paese alla fine del terzo trimestre del 2008, si riscontrava traccia del fantomatico milione e mezzo di lavoratori in più di cui vagheggiava Berlusconi attraverso le televisioni e i giornali di sua proprietà.
Tra l’altro, nell’arco degli ultimi sei anni, come si evince dalla Tab. 1, al contenutissimo aumento del numero degli occupati, corrispondono una riduzione del tasso di occupazione di circa mezzo punto percentuale e, soprattutto, una consistente diminuzione del tasso di attività. Di conseguenza, il calo del tasso di disoccupazione, che, a prima vista, appare confortante, è da considerare di natura virtuale: si tratta, in sostanza, di un vero e proprio “effetto ottico”.
In realtà, come a tutti noto, il calo della disoccupazione non può essere considerato positivo “a prescindere”: esso spesso rappresenta, come nel caso in esame, il risultato del c.d. “effetto delusione”. Cioè diretta conseguenza della riduzione del numero delle persone in cerca di occupazione che, frustrate dalla vana attesa di un posto di lavoro, ne interrompono la ricerca attiva.
Inoltre, è opportuno (anche) rilevare che a nulla valgono le attenuanti richiamate da quanti affermano che, in effetti, la responsabilità dell’attuale situazione sia da addebitare agli effetti della devastante crisi economica e finanziaria degli ultimi due anni.
Non è per niente vero che essa abbia interrotto un percorso altrimenti “virtuoso”!
Gli stessi dati Istat smentiscono i sostenitori di questa tesi.
All’epoca, a una sostanziale “tenuta” del numero degli occupati - ancora ben lontana dalle cifre iperboliche reclamizzate in modo ossessivo dal premier e dai suoi compiacenti portavoce - corrispondevano valori leggermente più positivi rispetto al tasso di occupazione e a quello di disoccupazione che, comunque, considerato anche il valore (minimo) dell’incremento del tasso di attività, beneficiavano, ancora una volta, della persistente e accentuata contrazione del numero delle persone in cerca di occupazione.
Inoltre, l’occupazione giovanile, che secondo le roboanti dichiarazioni di Berlusconi & c. avrebbe dovuto trarre il maggior beneficio dall’entrata in vigore del “Padre di tutti i decreti”, presenta un pesantissimo consuntivo.
Difatti, il tasso di disoccupazione dei soggetti compresi nella fascia di età tra i quindici e i ventiquattro anni, che nel terzo trimestre 2003 era pari al 23,5 per cento, è rimasto, nonostante la sua grave entità, addirittura un piacevole ricordo rispetto al 26,2 per cento rilevato nel novembre 2009!
Non a caso, anche i dati tratti dall’Economic Outlook dell’Ocse 2009, certificano la particolare problematicità della condizione giovanile nel mercato del lavoro italiano. Infatti, il Rapporto 2009 segnala che: “ Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia era già molto più alto della media Ocse prima della grave crisi economica e finanziaria”. Lo stesso rileva, inoltre, che “La percentuale dei giovani italiani occupati è di ben venti punti percentuali sotto la media Ocse. L’Italia ha una delle proporzioni più elevate di giovani senza lavoro e la loro condizione di non occupazione è particolarmente persistente, con periodi di disoccupazione alternati a impieghi temporanei”.
Per completare il quadro nazionale e a ulteriore conferma della sostanziale fase di “surplace” attraversata in questi anni dal mercato del lavoro, è opportuno evidenziare altri due dati statistici, entrambi molto significativi.
Attraverso il primo si apprende che nel nostro Paese, dal 1 gennaio 2004 al 1 gennaio 2009, i residenti in età di lavoro (dai quindici ai sessantaquattro anni) sono aumentati di 961 mila 787 unità, ma, sostanzialmente, non se ne riscontra la presenza tra la c.d. “popolazione attiva”. E’ evidente che il già menzionato “effetto delusione” ingrossa sempre più le sue fila.
Contemporaneamente, le rilevazioni Istat evidenziano che al gennaio 2004, attraverso la legge 189/02 - per l’emersione del lavoro irregolare prestato da cittadini extracomunitari presso le famiglie - era stata sanata la posizione di 316 mila 489 immigrati, mentre con la legge 222/02 le imprese ufficializzarono la presenza di 330 mila 340 immigrati che lavoravano “in nero”.
Non è casuale quindi, che dopo anni di politiche del lavoro di centrodestra - affidate a ineffabili “riformisti dell’ultima ora”, che alla ricerca sociologica per individuare le cause e i rimedi possibili a un diffuso malessere sociale, preferiscono le pantomime a “soggetto”, ieri contro i “fannulloni” e oggi nei confronti dei “bamboccioni” - gli obiettivi fissati a Lisbona continuino a rappresentare un irraggiungibile miraggio.
Quando la lettura dei dati statistici si sposta dal versante nazionale a quello delle aree meridionali, la gravità della situazione è incontestabile.
E’, infatti, evidente che i valori contenuti nella Tab. 3 esprimono elementi che non hanno bisogno di alcuna considerazione aggiuntiva per rappresentare un problema sociale che nelle regioni del Sud è di natura e dimensioni preoccupanti per la tenuta democratica del nostro Paese.
Tra l’altro, per completare il quadro della situazione, è anche opportuno evidenziare che nello stesso arco di tempo attraverso il quale si realizza il confronto in esame, un altro importante indicatore del mercato del lavoro, sistematicamente omesso, ha assunto dimensioni di rilevante gravità.
Mi riferisco al c.d. “tasso di irregolarità”, che, in sostanza, indica la misura dell’occupazione (dipendente e indipendente) non regolare nelle stime di contabilità nazionale.
In questo senso, è interessante rilevare che la serie storica del tasso di irregolarità evidenzia una tendenziale crescita fino al 2001, un calo nel 2002 e 2003 - evidente effetto della regolarizzazione degli stranieri extracomunitari - e una ripresa a partire dal 2004, anno in cui si assestava intorno al 13,4 per cento. Alla fine del 2009 ha raggiunto un valore pari al 15,6 per cento!
Questo dato rappresenta, da solo, la sistematica opera di “persuasione mediatica” e, contemporaneamente, di disinformazione politica operata dall’attuale esecutivo.
Infatti, è opportuno rilevare che nel corso degli ultimi anni siamo stati letteralmente “bombardati” da spot pubblicitari tendenti ad accreditare la tesi secondo la quale la riforma del mercato del lavoro aveva sì prodotto un po’ di flessibilità, ma, contemporaneamente, contribuito in misura notevole all’emersione del lavoro nero!
Senza dimenticare che, ancora qualche settimana fa - nel corso di una delle sue ricorrenti “comparsate televisive” - l’ineffabile Capezzone, in qualità di ridondante “amplificatore” delle virtù governative, indicava in addirittura quattro milioni il numero degli occupati in più prodotti dall’azione taumaturgica del premier.
Per fortuna l’Istat, sino ad oggi, ha conservato il privilegio di continuare a produrre incontrovertibili elementi di prova per smascherare le ricorrenti menzogne di Berlusconi & c. Almeno a beneficio di coloro che continuano a covare la speranza che “Un Paese migliore è ancora possibile”!
In un contesto di questo tipo, è oggettivamente arduo ricercare le soluzioni più idonee; soprattutto di medio e lungo termine.
Ciò nonostante, una grande forza di cambiamento sociale e di progresso civile quale la Cgil ha sempre dimostrato di essere, non può sottrarsi alla sfida rispetto al tentativo di elaborazione di un disegno riformatore che, necessariamente, deve partire da analisi e proposte autonome (anche) rispetto alle forze politiche di riferimento, indipendentemente dalla loro collocazione di governo o di opposizione.
A cominciare dall’esigenza di fare chiarezza rispetto a una questione che coinvolge importanti interessi collettivi: intendo riferirmi agli ammortizzatori sociali.
Ho già avuto modo di anticipare che in Italia, a differenza di quanto avviene nei Paesi più avanzati dell’UE, il tema delle politiche passive del lavoro è sempre stato, sottovalutato e spesso “sacrificato” a favore delle c.d. “politiche attive del lavoro”.
Oggi, una rivisitazione della normativa vigente, in termini di aumento temporale dei trattamenti, rivalutazione economica degli stessi e allargamento della platea dei beneficiari, con particolare attenzione a quei soggetti non riconducibili (almeno attualmente) alla nozione di lavoratori subordinati, è assolutamente indispensabile.
Ciò non deve però significare, come troppo spesso si sente affermare, tanto dalla maggioranza quanto da ampi settori dell’opposizione parlamentare - e qualche suggestione di questo tipo appare presente anche all’interno della Cgil - che un’eventuale soluzione in questo senso possa essere considerato il c.d. “anello mancante” per ritenere assolto il compito della riforma del mercato del lavoro avviata con la legge 30/03!
Non sono pochi, infatti, coloro che si sono “arruolati” tra le fila di chi - come l’ex Natale Forlani e Maurizio Sorcioni, che ne hanno fatto anche oggetto di un breve saggio - sostiene che nel nostro Paese la precarietà sia un fenomeno “percepito”, piuttosto che reale.
Costoro sostengono che “il disagio collettivo verso la precarietà dei rapporti di lavoro nasce da una domanda, storicamente frustrata, di welfare e cioè di effettive reti di protezione”.
Sarebbe quindi l’assenza di un moderno sistema di “ammortizzazione” la causa dell’alterazione della percezione che gli italiani hanno della flessibilità!
Non poteva mancare, inoltre, l’ennesimo richiamo alla “modernità”.
Cosicché, secondo i teorici della flessibilità percepita, il tutto si ridurrebbe al diffuso timore dei rischi e dei pericoli del “lato oscuro” della modernità; di qui, la ricetta miracolosa: far corrispondere agli alti livelli di flessibilità del lavoro, soddisfacenti sistemi di protezione sociale durante le fasi di non occupazione.
E’ evidente che una posizione di questo tipo tende ad affermare - in modo del tutto strumentale, a mio parere - la tesi secondo la quale la massima aspirazione dei lavoratori “flessibili” (troppo spesso equivalente a “precari”) sia quella di poter contare sulla (pur apprezzabile e necessaria) certezza di un adeguato sostegno economico nei periodi di disoccupazione, piuttosto che sulla garanzia di un lavoro più stabile e meglio retribuito!
Un’ampia e articolata ricerca, “Il lavoro che cambia”, condotta nel 2004/2005 consultando un campione di ventitremila lavoratori pubblici e privati, ha offerto, in questo senso, interessanti spunti di riflessione.
Rispetto all’adeguatezza del salario, sufficiente per vivere e mantenere le persone eventualmente a carico: solo il 31,9 per cento degli interpellati risponde in modo affermativo, il 33,7 deve sottoporsi a sacrifici per far quadrare il bilancio, il 12,6 ci riesce perché vive ancora in famiglia - eccola una parte dei famosi “bamboccioni” - e il 20,4 per cento dichiara di non farcela.
Sull’atteggiamento nei confronti della flessibilità, i risultati dell’indagine sono altrettanto istruttivi.
Infatti, il 4,7 per cento del campione si sente più libero nei suoi progetti, il 36,2 avverte insicurezza e trova difficile progettare il futuro, il 26,3 si accontenterebbe se, contemporaneamente, fossero previste adeguate protezioni, il 21,1 ritiene che comporti più rischi che opportunità, il 14,0 si preoccupa del futuro delle pensioni e il 4,4 preferisce non esprimersi.
Anche rispetto alla sicurezza del posto di lavoro, i risultati meriterebbero di essere approfonditi con minore superficialità rispetto a quella che traspare (spesso) da “studi” e “saggi” in materia.
Dai questionari si rileva che solo il 25,6 per cento del campione avverte una sensazione di sicurezza relativamente al proprio posto di lavoro, il 50,5 si sente abbastanza sicuro, il 16,8 avverte una sensazione d’insicurezza e il 10,5 non è per niente sicuro. Naturalmente, il tipo di rapporto di lavoro incide in misura determinante. Il tasso di sicurezza percepita è molto alto tra coloro i quali hanno un contratto a tempo indeterminato (83,4 per cento), anche se sono consapevoli che nulla li garantisce in assoluto.
Esso scende al 60 per cento per gli apprendisti, al 39,0 tra i contratti a tempo determinato e al 20 per cento tra gli interinali. Il valore espresso dall’indice di sicurezza dei lavoratori parasubordinati - senza nessuna (fondamentale) distinzione tra pubblici e privati - è risultato pari al 37,3 per cento.
Perciò, per tornare alla questione degli ammortizzatori sociali, mostrare accondiscendenza alla tesi dell’anello mancante equivarrebbe, come già anticipato, ad accreditare la posizione di coloro i quali sostengono che l’esistenza di un “paracadute” rappresenterebbe la soluzione ottimale rispetto a una - chissà perché - irreversibile condizione d’instabilità occupazionale.
Relativamente all’altra teoria elaborata da Forlani e Sorcioni - peraltro condivisa, in più occasioni, dal senatore Ichino - secondo la quale “il fenomeno della precarizzazione dei rapporti di lavoro non solo non si è accresciuto in relazione alle recenti riforme del mercato del lavoro (in primis la Treu e successivamente la Biagi) ma, anzi, le riforme stesse hanno contribuito a ridurre la precarietà dei rapporti di lavoro, regolarizzando le varie forme di flessibilità richieste dal mercato”, è solo il caso di rilevare che affermazioni di questo tipo equivalgono, oltre che a una palese menzogna, a condividere l’idea secondo la quale - per estremizzare - piuttosto che impiegare energie e risorse per perseguire un reato è più utile renderlo legale!
Naturalmente, il capitolo più delicato resta quello relativo alla possibilità di intervenire rispetto alle norme di legge vigenti.
In questo senso, se l’obiettivo resta la parola d’ordine della “Riunificazione del lavoro”, com’è giusto che sia, il tentativo deve essere teso, in particolare, al superamento dell’attuale “frammentazione” delle modalità di accesso al lavoro.
In questo senso, considero pregiudiziale una riscrittura dell’art. 2094 del c.c. attraverso la definizione della figura del lavoratore “economicamente dipendente” che superi il concetto di lavoro meramente subordinato e ponga le basi affinché nella nuova figura possano essere compresi tanti di quei lavoratori, in particolare i “mono - committenti”, che oggi sono costretti a operare in regime di “parasubordinazione”.
Analogo intervento va operato nei confronti dell’art. 409, comma 3, del c.p.c. con un duplice obiettivo: per una più puntuale caratterizzazione rispetto all’art. 2222 del c.c. (lavoro autonomo) e per ricondurlo alla sua originaria funzione, superando la vera e propria “degenerazione” operata in suo nome attraverso il ricorso indiscriminato alla costituzione di falsi rapporti di parasubordinazione.
Contemporaneamente, come già anticipato, è indispensabile procedere alla riduzione del numero delle tipologie contrattuali oggi disponibili, senza dimenticare l’esigenza di ricondurre alla normalità uno strumento che, nel corso degli ultimi anni, ha finito per rappresentare un motivo di grande distorsione del mercato e indebito motivo di subalternità dei lavoratori: intendo riferirmi al contratto di lavoro a termine.
Naturalmente, un intervento di questo tipo rappresenta anche la condizione indispensabile per un sindacato che intenda continuare a svolgere l’insostituibile funzione di strumento di rappresentanza.
E’ attraverso la “disgregazione” del mondo del lavoro, la precarizzazione dei rapporti, la parcellizzazione degli interessi e l’accentuazione delle differenze, normative e contrattuali, che il padronato più retrivo riesce a prevalere rispetto alle esigenze singole e collettive dei lavoratori.
Personalmente, ritengo innanzi tutto indispensabile, in estrema sintesi, ricondurre a norma di civiltà l’insopportabile incipit dell’art. 1 del decreto legislativo 276/03, secondo il quale le norme in esso contenute sono intese a rendere compatibili le esigenze delle aziende alle aspirazioni dei lavoratori!
Per fare questo non si tratta di capovolgere la situazione e pretendere il rispetto delle esigenze dei lavoratori piuttosto che delle aziende, è decisivo, molto più semplicemente, ripristinare il riequilibrio dei poteri tra le parti.
Per raggiungere quest’obiettivo, che per la Cgil deve rappresentare una scelta strategica, è indispensabile, a mio parere, pervenire (almeno) a misure quali:
- ridefinizione della “centralità” del rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le possibili tipologie contrattuali stipulabili tra le parti;
- ripristino di causali “oggettive”, previste dalla legge e dalla contrattazione di settore e territoriale, per la stipula di rapporti di lavoro a termine;
- esclusione della possibilità del ricorso a forme di lavoro parasubordinato in tutti i casi in cui esse coincidano con l’oggetto sociale delle imprese;
- riferimento ai parametri contrattuali del corrispondente settore produttivo per la determinazione dei compensi spettanti ai lavoratori a progetto;
- rivisitazione di alcune norme del contratto di lavoro a tempo parziale, in particolare di quelle relative al lavoro supplementare ed alle clausole elastiche e flessibili;
- adeguamento a quelli del lavoro subordinato di tutti i costi fiscali e contributivi a carico delle aziende, a prescindere dalla tipologia contrattuale sottoscritta;
- ripristino della clausola relativa allo stato di “attività preesistente”, nei casi di cessione di ramo d’azienda.
Certo, una più accurata e dettagliata analisi sulle riforme possibili e delle proposte da offrire alla discussione, sarebbe stata auspicabile; ma ciò avrebbe comportato uno sforzo che travalica le capacità dell’autore.
Possono (forse) essere questi gli elementi sufficienti per una proposta condivisa, avviata attraverso il secondo Congresso regionale della Filcem Campania - con l’auspicio di ritrovarci presto unitariamente per quello della Filctem - e capace di incidere positivamente nelle questioni della profonda disuguaglianza sociale e del lavoro.
Del lavoro che manca come quello che c’è ma non permette condizioni di vita dignitose - previste dall’art. 36 della Costituzione - a un crescente numero di donne e di uomini che continuano a guardare “a sinistra” e alla Cgil per ritrovarsi in un disegno e un programma politico alternativo.
Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute








