23 dicembre 2010

Questa "democratura", dove la nonviolenza diventa inefficace


Scioperi e occupazioni non hanno finora sortito effetto

«Gli oppressi hanno due armi per far valere le proprie ragioni: il voto e lo sciopero». Quante volte, nella mia ormai non più breve militanza politica, ho citato questa frase di don Lorenzo Milani! In essa c'era tutta la consapevolezza di due valori costituzionali. Il diritto di voto e di sciopero, che nei primi decenni della storia della Repubblica hanno consentito alle masse popolari di emancipare la propria condizione di vita, di lavoro e di studio. Con il voto e la lotta è cambiata l'Italia, è stato conquistato lo Statuto dei lavoratori, la sanità pubblica, le università hanno cessato di essere di elite. Un tempo solo la proclamazione dello sciopero generale costringeva i Presidenti del Consiglio a salire al Colle per rassegnare le dimissioni. Questo perché il parlamento era "specchio del paese", i partiti avevano salde e radicate radici popolari, la democrazia rappresentativa era effettivamente tale. In quel tempo gli scandali non passavano come acqua su un vetro. C'erano ministri che si dimettevano, anche un Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, lo fece in seguito all'affaire Lockheed.
Perché faccio questa riflessione? Perché si è aperto un dibattito, in seguito ai fatti del 14 dicembre, in modo, a parere mio, superficiale e vecchio sul nodo violenza-nonviolenza. Da tempo mi sto convincendo che il problema democratico dei nostri tempi non sia la violenza - più o meno endemica c'è sempre stata nel conflitto sociale - ma l'assoluta inefficacia, in questa fase storica, della nonviolenza (a meno che non sia in grado di reinventarsi). La nonviolenza è stata storicamente efficace sia contro dittature e occupazioni militari (si pensi alla lotta anticolonialista indiana o alla rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia) che nei confronti di regimi democratici parlamentari. Entrambi questi sistemi, pur differendo tra loro, avevano una capacità di essere penetrati dalle lotte e dai diritti o per esserne sgretolati (le dittature) o per esserne trasformate (le democrazie).
Quella che viviamo oggi in Italia - ma potremmo allargare lo sguardo anche all'Europa - non è né una dittatura almeno nei termini classici, né una democrazia rappresentativa. Sarebbe da prendere in prestito ed attualizzare un termine latino/americano degli anni '80 se non inducesse in equivoco, ma la parola democratura, ovvero dittatura vestita da democrazia, è forse quella che meglio rappresenta questa fase. E' la peggiore, perché obbedisce solo al primato dei numeri (la finanza, le istituzioni bancarie internazionali, i vincoli di bilancio e i patti di stabilità) ed è del tutto impermeabile alla noviolenza (e conseguentemente alle richieste dei popoli e/o dei movimenti).
Gli scioperi parziali o generali che ci sono stati fino ad oggi non hanno sortito alcun effetto e sono stati snobbati dal palazzo. Le occupazioni di scuole, università, fabbriche sono bollate come "politicizzate" e strumentalizzate dalla sinistra. Si sale sui tetti e sulle gru, si espone il proprio corpo alle intemperie e allo sciopero della fame, si è arrivati a togliersi il sangue per protesta: niente. Il palazzo non è più lo "specchio del paese". Le istituzioni non sono lontane ma qualcosa di più e più grave: sono immunizzate alle lotte.
D'altronde se non infrangi una vetrina, non lanci qualche uovo o interrompi una conferenza di qualche sindacalista giallo e complice, non finisci sui giornali perché sei una non notizia. La rappresentazione che i talk show fanno del Paese, anche quelli più impegnati come "Anno Zero", se da un lato aumentano l'indignazione verso il potere dall'altro ti trasmettono passività. Al massimo sei ridotto al rango di tifoso su una poltrona con valvola di sfogo sui social network. I predicatori televisivi sono spesso funzionali allo svuotamento della democrazia. L'ideologia che li domina è la stessa che sottintende la personalizzazione della politica con corredo di primarie e nomi dei leader sui simboli. Ci vogliono inculcare in testa la nostra stessa sconfitta: ovvero che bisogna affidarsi ad un capo per esistere. Poco importa se sono solo in apparenza antisistema, dovendo sempre conquistare il "centro" della politica: e giù ammiccamenti al family day, al fatto di "prendere voti anche a destra" o all'inseguimento di fatali alleanze con il terzo polo.
Dov'è l'alternativa di sistema nella scena politica italiana? Il Parlamento è specchio deforme del Paese. Il bipolarismo e il maggioritario hanno attribuito - attraverso il premio elettorale - ad una minoranza il potere di decidere comunque e di infischiarsene del Paese reale, delle sue sofferenze e delle sue lotte. «Chi ha vinto le elezioni ha il dovere di governare», ci ripetono ad ogni pie' sospinto. Poco importa se questo loro "diritto" è inficiato alla radice dal fatto che rappresentano - se va bene - appena un terzo del Paese. Per questo non si dialoga con la piazza. Ci si rivolge agli studenti con lo stile La Russa: dito al naso e gridando: «Muto».
Già, per il Palazzo, quelli fuori sono solo fastidiosi rumori che non meritano neanche un supplemento d'indagine sociologica. Al massimo si applicano per loro gli schemi del passato: «Attenti ragazzi che dietro l'angolo c'è il terrorismo».
Allora che fare? Arrendersi alla democratura, al sultanato dell'impermeabilità al paese reale?
Lo dico sottovoce. Ci vorrebbe una sinistra che per autodefinirsi tale dovrebbe avere una idea di società diversa. Fuori dalla repubblica dei numeri, dalle gabbie di Maastricht, dai riti della politica da salotto. Una sinistra "guastatrice", che inizi ad indicare nella ricchezza di pochi i problemi di tutti. Una sinistra che dica che i soldi ci sono. Basta prenderli dagli F35, dagli istituti bancari e dai padroni. Marchionne non è un padrone vecchia maniera è semmai un padrino della nuova era del capitalismo globale. Il suo modo di ragionare è più vicino a quello di una organizzazione mafiosa che a quello tradizionale di un'impresa. Capirlo è fondamentale per ridare incisività alla stessa nonviolenza. Che non è una carezza sul volto dei potenti.

Alfio Nicotra
22/12/2010
www.liberazione.it

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