17 dicembre 2010

Il pane bianco. L'autobiografia semplice e grande di "Sandra", staffetta partigiana

Norina Brambilla e i suoi compagni, gran bella gente

Niente di leggendario. Niente enfasi, niente retorica, niente stile letterario, niente storia romanzata. Lei racconta semplicemente, così come è andata, sul filo vivo dei ricordi, senza divagazioni e senza orpelli. Onorina Brambilla, un nome molto milanese, Croce di guerra al Valor partigiano, segni particolari staffetta nel 3° Gap "Egisto Rubini" di Milano, nome di battaglia Sandra. Nota anche come Nora Brambilla Pesce, segni particolari moglie di Giovanni Pesce, medaglia d'oro della Resistenza, suo compagno di lotta sin dai primi giorni e compagno di vita per sessant'anni, quando lui è scomparso, luglio 2007. Niente di leggendario.
Il libro della sua vita - Onorina Brambilla Pesce, Il pane bianco, Arterigere pp.292, euro 14,00 (a cura di Roberto Farina, prefazione e note di Franco Giannantoni) - è straordinario in sé, non solo per la vicenda personale che racconta, ma per il mondo, la gente, i sentimenti, il parterre umano che evoca. Antropologia operaia e comunista, Milano e dintorni, terribili anni '40, la generosità e la lotta, non c'è da aggiungere nulla.
«Quando fui arrestata dalle SS avevo appena compiuto ventun anni». E quando viene catturata - un pomeriggio del 12 settembre 1944, tradita da un partigiano passato al nemico - lei è gappista da un anno, «ero entrata a far parte dei Gruppi di difesa della Donna, un'organizzazione femminile che si occupava di raccogliere denaro, cibo, vestiti e tutto ciò che potesse servire ai partigiani». Il comandante del suo Gap è un certo Visone (scoprirà dopo che il vero nome è Giovanni Pesce). Giorni da staffetta, ragazza in bici che in borsa nasconde anche roba molto proibita, «un giorno incappai nei "marò" della San Marco. Erano in piazza Ludovica e controllavano tutti. Quando me ne accorsi, ero ormai troppo vicina per allontanarmi senza destare sospetti. Avevo con me due pistole». Quella volta la sfanga.
Tradita, arrestata, verranno per lei i giorni nel quinto braccio di San Vittore; degli interrogatori a colpi di gatto a nove code («dolorante, semisvenuta, credo di aver urlato molto»); del campo di concentramento di Bolzano, «numero di matricola 6087, col triangolo rosso dei politici, fui destinata al blocco F».
Norina e gli altri. Il suo lessico familiare e quello politico che si incontrano subito e si "riconoscono", naturalmente. «Sono di famiglia operaia, di orientamento antifascista, comunista». Poveri, modesti lavoratori. Squarci di primo Novecento popolare e contadino in terra lombarda. Quel trasloco forzato - «si diceva "fare san Martino"» - ogni 3 novembre «perché bisognava trovare un altro padrone e un'altra cascina»; quelle vecchie cascine senza acqua corrente e senza servizi e i cortili di terra battuta che diventavano fango, «dove i bambini vivevavo nella polvere, insieme ai polli e agli altri animali». E suo padre che, «dopo la terza elementare l'avevano mandato a fare il garzone in una bottega di calzolaio»; a martellare per qualche soldo «i chiodi storti, per raddrizzarli e riutilizzarli»; ma lui, che voleva andare a giocare con gli altri bambini, «invece di raddrizzarli, i chiodi li sotterrava».
Quel padre a cui lei dedica poche righe dimesse, quasi senza aggettivi, e tuttavia colme di celata ammmirazione e gratitudine: quel padre che, operaio specializzato alla Bianchi, preferisce patire anni di disoccupazione e miseria perché «si rifiuta di prendere la tessera del partito fascista»; al quale nel '29 viene proibito di votare; e che, dopo l'8 settembre, «si collega ai gruppi della Resistenza che agivano all'interno della fabbrica».
C'è Narva, «una comunista di vecchia data, con anni di attività clandestina alle spalle»; c'è la signora Maria, la proprietaria della stanza ammobiliata in via Macedonio Melloni che Visone aveva affittato e che «fece sempre finta di non capire chi fossimo, rischiò parecchio perché nella sua soffitta, tra le solite, vecchie cianfrusaglie, c'erano pistole, munizioni, l'arsenale dei Gap».
E c'è Tornelli, l'operaio della fabbrica al Vigentino al quale «passavo clandestinamente i volantini per lo sciopero del marzo '43»; e la Anna Gentili, la ragazza che a Porta Venezia il 25 luglio «salì su un carro armato» tra gli applausi della folla, «in seguito divenne staffetta con il nome di battaglia Lidia. Oggi è ancora viva, ha novant'anni». Quei nomi, quei volti. Come Libero Temolo, «un comunista coraggioso, capo cellula alla Pirelli»; e come Salvatore Principato, socialista, «due dei 15 compagni fucilati a piazzale Loreto»; come Egisto Rubini, il primo comandante del 3° Gap di Milano che, arrestato e torturato senza che riuscissero ad estorcergli un nome, «temendo di non poter resistere a un altro interrogatorio», si è tolto la vita, impiccandosi».
«Venni tra gli uomini al tempo della rivolta e mi ribellai con loro», dice Brecht nella famosa poesia. E anche lei. 2 settembre 1944, è il Corriere della Sera a dare la notizia: «Il commissario addetto all'ufficio politico Domenico De Martino è stato ucciso alle ore 13 in via Telesio». C'entrano i Gap. C'entra anche lei. Era il tempo della rivolta.
Lei e Visone si sono sposati il i4 luglio 1945, con rito civile, uno dei primi in Italia. «Milano era ferita dalla guerra, dai bombardamenti, dalla fame. Non possedevamo nulla, ma eravamo davanti a un'epoca nuova, Eravamo liberi, eravamo felici. Si cominciò subito a lavorare per tornare alla normalità. Il primo segno tangibile dei nostri sforzi fu il ritorno del pane bianco sulle nostre tavole».
Il libro è finito. «Oggi ho ottantasette anni. Non ho rimorsi. Ho un rimpianto, ma non voglio parlarne. Quando cala il sole chiudo le persiane, perché non amo il buio della notte». Norina e i suoi compagni, gran bella gente.

Maria R. Calderoni
17/12/2010
http://www.liberazione.it/

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