Gerusalemme
I dolci per festeggiare l'Aid al fitr sono già sistemati nel salotto buono. Ma quest'anno, come il precedente, la festa del sacrificio per la famiglia Al-Kurd, residente nel quartiere di Sheik Jarrah a Gerusalemme Est, non basterà a togliere l'amaro di bocca. Nabeel Al-Kurd ci riceve insieme alla madre Rifka. Nella casa di tre stanze col cortile vivono, stretti, quindici componenti di questa famiglia. L'appartamento adiacente, un'estensione dell'abitazione degli al-Kurd, è stato occupato dall'anno scorso da ebrei israeliani, coloni estremisti religiosi, in seguito a una controversia legale. Nel 2008 i "settlers" avevano ottenuto un ordine di espulsione per la famiglia al-Kurd, esibendo documenti di proprietà sul terreno risalenti a prima del '56, anno in cui gli al-Kurd sono arrivati a Sheik Jarrah come rifugiati. Sono state finora 28 le famiglie di Sheikh Jarrah a vedersi recapitare un ordine di sfratto emesso dalla Corte israeliana. Nonostante siano in possesso di documenti che provano la proprietà degli immobili.
Almeno quattro famiglie del quartiere sono state forzate a lasciare le case. Proprio di fronte casa al-Kurd, nell'abitazione a due piani di colore rossiccio in cui viveva la famiglia al-Gawi, oggi sono esposte bandierine israeliane. I nuovi inquilini hanno scritto, in ebraico, sulla parete che si affaccia sulla strada: «I figli sono tornati a casa». Glial-Gawi, sfrattati l'estate scorsa, dormono in un appartamento pagato dall'Anp, ma ogni giorno sono nel quartiere, in una tenda che viene regolarmente smantellata dalle forze dell'ordine israeliane.
Nabeel al-Kurd e la madre Rifka, che ha 88 anni, ma come dice suo figlio, ne sente la metà, raccontano com'è cambiata la loro vita cambiata dai coloni. Tragedia vissuta come una nuova Nakba. Un pezzo di storia che l'anziana Rifka ha vissuto ad Haifa, prima di arrivare, da rifugiata col marito e i figli a Sheikh Jarrah. «Eravamo proprietari del Ristorante del porto, sul mare. Un posto molto popolare. Abbiamo lasciato tutto. Quando siamo arrivati siamo stati prima in Città Vecchia, poi in altre zone, fino a quando ci hanno assegnato questa casa. Era il 3 luglio 1956. Abbiamo i documenti risalenti al mandato giordano che lo provano».
Gli al-Kurd temono di essere cacciati ancora. La loro vita, dicono è un'inferno per i soprusi e le provocazioni quotidiane dei nuovi inqulini di casa loro. Ci passano davanti ogni volta che rientrano o escono. «Nella casa accanto i coloni creato una specie di luogo di ritrovo, apparentemente una biblioteca. Vanno e vengono. Il vero passatempo per loro è creare problemi, provocare noi e la gente del quartiere, così appena scatta il tafferuglio la polizia arriva e arresta noi palestinesi» dice Nabeel, che mostra la foto di uno dei coloni della porta accanto sull'altalena che una volta era dei bambini di famiglia. «I "settlers" l'hanno rotta e hanno anche divelto lo scivolo». Il palestinese continua con altri esempi di sopruso. «Vedi il tendone di plastica che abbiamo messo alla finestra? E' stata una necessità, anche se non entra la luce. Lo abbiamo piazzato dopo che i coloni hanno spruzzato spray urticante contro mia madre e mia sorella. Non solo. Loro sarebbero religiosi, ma non si fanno scrupolo di esibirsi in gesti osceni quando passano le donne che entrano in questa casa». Nabeel al-Kurd è un uomo dall'aria intelligente, gentile nei modi. Segue la politica internazionale con occhio attento alla questione del suo popolo. «L'America di Obama si è dimostrata un pupazzo nelle mani di Netanyahu.
Un anno fa il nuovo Presidente Usa aveva detto che voleva vedere un cambiamento. Invece è cambiato lui rispetto alle promesse. I governi europei non sono migliori, nei fatti. Sarkozy o Berlusconi sono un esempio. Io però credo nei popoli d'Europa. Sono solidali con i palestinesi. E le cose stanno cambiando anche negli Usa. Oggi non è più come una volta. Tutti possono vedere su Internet quello che fanno i coloni. La sproporzione tra Davide e Golia. Di fronte alla rete, la propaganda traballa. Oggi quello che succede a Sheik Jarrah lo sa tutto il mondo. Almeno chi vuole sapere». Il signor al-Kurd pensa che l'Anp non dovrebbe perdere altro tempo coi negoziati e passare alla dichiarazione dello Stato palestinese all'Onu. «Secondo me sarebbe una buona soluzione. Sono sicuro che avrebbe un sostegno ampio».
Sulla situazione a Sheik Jarrah sono intervenuti alcuni giuristi israeliani, proponendo una soluzione a una situazione sempre più pericolosa. L'ex Procuratore capo Michael Ben-Yair ha dichiarato nei giorni scorsi che lo Stato israeliano ha il dovere di porre fine alla controversia confiscando le case in cui ora vivono i coloni, per scongiurare una «distruzione del tessuto sociale». Questo tipo di soluzione fu avanzata già nel 1999 da un altro ex Procuratore, Menachem Mazuz, che allora aveva il ruolo di vice. Ben-Yair, la cui famiglia viveva a Sheik Jarrah prima del '48, per poi vedersi assegnare la casa di una famiglia araba ad Ovest della città, sottolinea un aspetto importante: «Ogni ebreo che viveva in questa zona nel 1948 è stato compensato con proprietà nella parte occidentale della città. Quindi le rivendicazioni su queste case da parte di ebrei non hanno senso».
In base a quello che sostiene l'ex Procuratore, le 28 famiglie sfrattate da Sheik Jarrah, potrebbero, dunque, rivendicare la proprietà delle loro case di Haifa, Jaffa o Gerusalemme Ovest da cui sono state cacciate nel '48. Come tutte le altre famiglie palestinesi costrette a lasciare villaggi e città.
La tensione nella Città Santa per vicende del genere, non è confinata a quartiere. A Silwan, per esempio 88 case potrebbero essere demolite da un giorno all'altro. Ci vivono 1500 palestinesi. Nella stessa area, coloni vivono protetti da guardie private armate. Da mesi la situazione a Silwan è esplosiva. C'è anche scappato il morto, un giovane arabo disarmato ucciso da un addetto alla sicurezza dal grilletto facile. Oltre un terzo dell'area di Gerusalemme Est è stata espropriata dal '67 a oggi.
Nabeel al-Kurd dice di sapere perchè: «Il piano per la pulizia etnica a Gerusalemme Est è storia vecchia. Risale a prima della fondazione dello Stato di Israele, il Piano Dalet. Il progetto degli israeliani prevede che su questa terra resti una piccolissima percentuale di palestinesi. Giusto quelli che servono per pulire le strade».
Francesca Marretta
19/11/2010
http://www.liberazione.it/
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