11 novembre 2010

Sorpresa: a Berlino aumentano i salari. L'economia ha ripreso a tirare: anticipati gli aumenti previsti dal contratto

Avvertenza: tutto quello che leggerete in questo articolo succede realmente, a poche centinaia di chilometri dal confine italiano, in uno degli stati a capitalismo avanzato più forti del mondo. Partiamo dalle premesse. La crisi economica ha colpito duro anche in Germania. Soprattutto in Germania, messa quasi in ginocchio dal rallentamento delle esportazioni e dall'esposizione delle sue banche, coinvolte più di quelle di altri paesi europei nell'esplosione della bolla dei subprime.

Il miniboom tedesco:i salari vanno in alto

Il primo gabinetto Merkel, il governo di grande coalizione che ha governato la crisi fino all'anno scorso, ha reagito tutto sommato bene alle sfide. Prima ha aperto un ombrello a tutela delle banche a rischio - una delle quali è stata addirittura statalizzata - per evitare lo stallo del mercato del credito. Poi ha varato un forte pacchetto di investimenti pubblici per stimolare l'economia interna anche in settori chiave come le infrastrutture, l'edilizia, l'istruzione e la ricerca - chiavi da tempo ritenute indispensabili, queste ultime due, per aprire la porta sul futuro del paese. Ciò chiaramente non ha potuto evitare la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ma ha creato le basi per una solida e, nei limiti del possibile, rapida ripresa. Si poteva fare di più, certo, e sicuramente anche meglio. La "debolezza" più evidente del sistema tedesco - più volte rimproverata, anche in sede europea - è forse quella di aver schiacciato troppo e ingiustificatamente sul freno degli aumenti retributivi, pregiudicando lo sviluppo della domanda interna e mettendo anche in difficoltà la ripresa degli altri paesi, privati del potenziale del mercato dei consumatori tedeschi. A settembre era stata resa nota una statistica interessante, che evidenziava come negli ultimi dieci anni i salari e gli stipendi tedeschi fossero aumentati nettamente meno di quelli degli altri paesi europei - +21,8% contro il +35,5% dei paesi Ue e il +29,5% dell'eurozona. Questa lunga premessa per arrivare ai dati di oggi. Di ieri, anzi, quando il comitato dei cinque economisti saggi - organo di consiglieri indipendenti istituito per legge nel '63 per orientale le scelte politiche e informare l'opinione pubblica - ha reso note le stime sulla salute dell'economia tedesca, ritoccando al rialzo i dati del governo.
Dopo la flessione del 4,7% del 2009, nel 2010 la Germania dovrebbe segnare una crescita pari al 3,7%, che proseguirà con un +2,2%, nel 2011. Il numero medio dei disoccupati si stabilizzerà quest'anno intorno ai 3,2 milioni di persone, che diventeranno meno di tre milioni l'anno prossimo. Lo stato di salute dell'economia tedesca si evince anche dai 986mila posti "aperti" offerti sul mercato del lavoro, il 19% in più rispetto al 2009. Non mancano tuttavia i pericoli, riconoscono i saggi, che potrebbero mettere in discussione la stabilità della ripresa economica. Per questo hanno sollecitato il governo a spingere ancora sulla formazione e l'innovazione, procedendo nella regolamentazione del mercato finanziario e nel consolidamento del debito pubblico. E rafforzando la domanda interna, sui consumi e gli investimenti.
In tal senso - e qui arriviamo alla fantascienza rispetto alla situazione italiana - potranno sicuramente aiutare le recenti iniziative di certa industria tedesca. Considerati i sacrifici patiti dai lavoratori durante la crisi, alcune grandi imprese come Audi, Porsche, Bosch e altri del settore dell'auto, hanno deciso di anticipare di due mesi gli aumenti salariali previsti dai rinnovi contrattuali. Ultima la Siemens, che ieri ha reso noto che i suoi 128mila dipendenti tedeschi riceveranno l'aumento del 2,7% a febbraio e non ad aprile.
E a gennaio gli sarà pagato un bonus di mille euro lordi. Per il 2011 Siemens prevede di stanziare 310 milioni di euro in bonus. Un «riconoscimento», ha detto l'ad del gruppo Löscher, per il lavoro dei dipendenti durante la crisi. Un esempio che ora altre aziende dovrebbero seguire per il capo del sindacato Ig-Metall Huber. Magari anche quelle italiane.

Matteo Alviti
Inviato di Liberazione a Berlino
11/11/2010

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