Lo scambio inegualeHo ritrovato quasi per caso un vecchio documento di Confindustria, la relazione al convegno dei “giovani “ imprenditori tenutosi a Santa Margherita ligure il 6 e 7 giugno del 2008. Ne parlo a distanza di due anni perché l’introduzione della presidente, Federica Guidi, conteneva elementi ancora molto attuali e, contemporaneamente, stimolava alcune riflessioni che meritano di essere approfondite.
L’esordio era caratterizzato da alcune perentorie affermazioni: “Il nostro Paese si è allontanato dal centro del mercato globale. Avere a disposizione tecnologie applicative innovative non basta; conta la frequenza con la quale si riesce a stare al passo con l’innovazione, senza “perdere il treno” di un’evoluzione tecnica che in molti settori letteralmente non conosce sosta”.
La conseguenza del combinato disposto dell’esplosione delle nuove tecnologie e della (troppo) bassa frequenza dell’ammodernamento tecnologico delle aziende italiane, era rappresentata, a suo parere, dall’insostenibile differenziale di produttività rispetto alla concorrenza internazionale. Quindi: bassi livelli di produttività e poca innovazione, ormai impossibili da compensare attraverso il basso costo del lavoro italiano; non più concorrenziale rispetto alle condizioni offerte dai paesi emergenti. Senza trascurare un pizzico di rimpianto rispetto a quella che, per generazioni, aveva rappresentato la più classica delle scappatoie delle imprese italiane, la svalutazione della moneta.
Si trattava, evidentemente, di considerazioni che esprimevano una realtà abbastanza nota ed evidenziavano un’analisi del “sistema paese” sicuramente condivisibile (in linea, peraltro, con analoghe valutazioni già da tempo espresse da dirigenti sindacali e da osservatori e organismi internazionali).
Tra l’altro, per la prima volta, probabilmente tradita dalla giovanile impulsività, la Guidi ammetteva - con disarmante e inconsueta sincerità - che le interminabili litanie contro l’eccessivo costo del lavoro in Italia erano state assolutamente infondate. Infatti, era lei stessa ad affermare: “ Le imprese non possono più contare su un basso costo del lavoro che potrebbe compensare la scarsa produttività e la poca innovazione”.
Tornando alla relazione, considerate le premesse - sostanzialmente caratterizzate da un oggettivo (ed anche coraggioso) riconoscimento delle responsabilità di parte imprenditoriale - sarebbe stato logico attendersi un’esortazione collettiva ad avviare azioni concrete per cercare di riagganciare quel treno dell’evoluzione tecnologica che, come a tutti noto, ha un fattore di sviluppo esponenziale e non perdona i “ritardatari”.
Purtroppo, alla luce di una soluzione che indicava “il sistema di relazioni industriali quale strumento principe di organizzazione del settore produttivo, nel più ampio tema del recupero di competitività”, c’era da registrare solo sconcerto.
Infatti, a valle di una diagnosi condivisibile - rispetto a carenze strutturali e mancati investimenti e ammodernamenti - appariva miope (e fuorviante) prospettare una terapia che individuava la (semplicistica) soluzione del problema in un diverso sistema delle relazioni industriali; il tutto appariva una sostanziale fuga dalle proprie responsabilità.
La presidente lamentava, inoltre, l’eccessivo peso del contratto nazionale di categoria nel determinare tanto le voci retributive quanto le parti normative e auspicava, quindi, un maggiore ricorso alla contrattazione aziendale quale strumento di valorizzazione e premialità dei propri collaboratori.
Tale lodevole affermazione, veniva, però, platealmente smentita dalla successiva dichiarazione che, in pratica, offriva la reale lettura delle sue dichiarazioni. Difatti, la Guidi affermava che lo scatto mancante, nell’ingranaggio della contrattazione nazionale e decentrata, era rappresentato dal fatto che “la contrattazione di secondo livello può servire sì per aggiungere, ma mai per derogare”. Nel momento in cui il “minimo” nazionale diventa una soglia anche idealmente invalicabile, “in azienda non si può ottenere (purtroppo) che un contratto migliorativo”. Aggiungeva, inoltre, che “non c’è merito col paracadute; non si può ottenere la lode se non si accetta la possibilità di scivolare indietro nella scala dei voti”!
La contrattazione nazionale, quindi, doveva essere, secondo la Guidi, “solo di garanzia, lasciando al rapporto tra lavoratori e impresa, a livella aziendale, la definizione della più ampia sfera possibile di condizioni contrattuali”.
Si trattava, evidentemente, dell’inequivocabile auspicio di riconoscere alla contrattazione aziendale la possibilità di reformatio in pejus rispetto ai dettami del contratto nazionale; in stridente contrasto con la dichiarata volontà di premiare il merito e la fidelizzazione dei propri collaboratori.
Naturalmente - e in questo passaggio cominciava a delinearsi, con estrema chiarezza, l’obiettivo da perseguire - “ la legge deve farci venire meno mal di testa, lasciarci più liberi di pensare a come accordarci coi nostri dipendenti”. La soluzione, secondo la Guidi, era rendere il contratto sempre “meno collettivo” e sempre più “fatto su misura”, tagliato “attorno al singolo individuo”. Abbandonare, quindi, “questa utopia di un unico contratto nazionale” e contemplare norme che regolino “un rapporto tra adulti”.
Personalmente, a rischio di essere tacciato di estremismo e considerato un pericoloso bolscevico, continuo, invece, a ritenere che il confronto tra le due parti non potrà mai essere considerato alla stregua di quello che s’instaura tra un normale acquirente e un paritario venditore che, liberamente, intendano scambiare la più banale delle merci.
Sarebbe sufficiente immaginare l’equilibrio di forza possibile, il clima di “ serena intesa” e il potere contrattuale esercitabile da un disoccupato “di lunga durata” alla disperata ricerca di un’occupazione e il titolare di un qualsiasi call-center o supermarket di provincia in cerca di personale. Certo, un laureato in ingegneria aereonautica, con master e dottorati a Harvard e Oxford, potrebbe trattare alla pari e gestire un rapporto “tra adulti”, a meno che non abbia già compiuto i quarant’anni e abbia necessità assoluta di quel posto di lavoro.
D’altra parte gli effetti più dirompenti del venir meno della tutela del contratto nazionale di categoria sono (già) oggi ampiamente disponibili e verificabili attraverso le vicende che stanno interessando i dipendenti Fiat di Pomigliano.
In condizioni di “progetto Guidi” già realizzato, non avremmo assistito neanche al referendum voluto da Marchionne. Ciascun lavoratore di quello stabilimento avrebbe avuto la facoltà di trattare - in un clima di “serena intesa” e con uguale potere contrattuale (!) - con il management Fiat, rispetto a quali diritti rinunciare, pur di poter continuare a godere del privilegio di lavorare ancora!
Però, a ben vedere, le preoccupazioni (forse) sono eccessive. Può darsi che i lavoratori italiani - come i “giovani” di Santa Margherita Ligure - non avranno il tempo di diventare “adulti” perché, nel frattempo, attraverso la costituzione di tante new company, la terapia prevista dalla Guidi apparterrà (presto) all’archeologia industriale di questo tormentato paese.
Renato Fioretti
collaboraztore redazionale di Lavoro e Salute
Articolo già pubblicato dalla rivista “Mondoperaio” (nr. 10/2010)
Articolo già pubblicato dalla rivista “Mondoperaio” (nr. 10/2010)
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