«I mercati prosperano, i deboli pagano la crisi»La crisi non l'ha trovato spiazzato. James Kenneth Galbraith, keynesiano da una vita, l'ha sempre sostenuto che lo Stato deve intervenire nell'economia. Oggi, a maggior ragione, mette sotto accusa il liberismo e i suoi sacerdoti. L'economista statunitense (canadese di nascita) ha partecipato ieri a un incontro a Roma, organizzato dal centro studi Federico Caffé, dal titolo The Great Crisis.
La vicenda della Grecia ha dimostrato che il destino di interi Stati è nelle mani di anonimi speculatori finanziari, non crede?
Ci sono state operazioni speculative verso quei paesi che per il loro debito sono più esposti al ricatto dei mercati finanziari. Ma non lo scopriamo oggi che Grecia o Portogallo hanno situazioni debitorie. Dopo la crisi i gruppi finanziari cercano di ricostituire le proprie riserve scaricando i costi della crisi stessa sui paesi più deboli. Tentare manovre speculative nei confronti di paesi come la Germania, la Francia o la stessa Italia sarebbe molto più difficile. Difficilmente potremmo immaginare operatori finanziari in grado di influenzare questi Stati attraverso acquisti o vendite di titoli.
Cosa potrebbe fare l'Unione Europea?
Se l'Europa volesse, sarebbe sufficiente che acquistasse i titoli e i bond, invece di lasciare che siano i privati a farlo. L'effetto sarebbe di stabilizzare i mercati, anziché lasciarli oscillare a seconda dei movimenti e delle transazioni private. Le misure di austerità sono state imposte alla Grecia solo perché Merkel aveva il bisogno di giustificare davanti all'opinione pubblica tedesca i cosiddetti aiuti concessi al governo greco.
Si è concluso da poco il G-20. E' servito a qualcosa?
Il G20 non ha portato a nessun accordo. Ogni paese cerca di mantenere le proprie posizioni. Un dialogo tra sordi. E' dai tempi di Bretton Woods che non vediamo una proposta innovativa. Per quanto riguarda gli Stati Uniti il principale problema sollevato è quello del deficit. Ma il deficit, in sé, non è un problema. Diventa un problema dal momento in cui si decide di presentarlo come tale. Gli americani accusano la Cina di accumulare grosse riserve di dollari. I cinesi rispondono che il problema è pretestuoso. Sono scelte che ogni paese compie in nome degli interessi economici nazionali. La prossima volta se i 20 restano a casa il risultato è lo stesso.
Con la crisi si è parlato a più riprese della necessità di un maggiore controllo sulle banche e sugli operatori finanziari. Ne verrà fuori qualcosa?
L'accordo Basilea 3 dovrebbe stabilire nuove regole di comportamento. Ma già nel Basilea 2 erano state fissate norme sul livello di capitalizzazione degli istituti bancari. Eppure non hanno impedito la crisi. Inutile, oggi, riaffermare gli stessi principi, affidando tra l'altro il compito di controllo agli stessi organismi di prima. Se solo si volesse, si potrebbe intervenire con ben altre politiche. Non c'è nessuna fatalità in quello che sta avvenendo, solo scelte economiche e politiche precise.
Ma è cambiato qualcosa, dopo la crisi, nel rapporto tra gli Stati e le banche?
Come sappiamo, la crisi ha messo gli Stati nella necessità di intervenire per evitare il fallimento delle banche. Oggi parliamo della necessità di nuove regole, ma in realtà negli Stati Uniti esisteva già una legge anti-speculazioni, che avrebbe dovuto garantire la trasparenza delle operazioni finanziarie, soprattutto di chi sono i detentori reali dei titoli depositati nelle banche. Sennonché la crisi ha dimostrato che questi criteri di controllo vengono sistematicamente evasi. Le frodi bancarie hanno raggiunto dimensioni tali da rendere le leggi quasi inutili. In molti casi, quando sono state scoperte incongruenze tra i titoli e i veri proprietari, le banche hanno creato false documentazioni.
Gli Usa sono ancora nella crisi. Da un lato, il sistema del credito non riparte, nonostante generose sovvenzioni pubbliche alle banche, dall'altro cala il potere d'acquisto, aumenta la disoccupazione di massa. Cosa non ha funzionato nella politica economica di Obama?
C'è stata grande aspettativa sulle capacità di Obama di cambiare linea sia nelle politiche finanziarie sia in politica estera. Ma è stata un'illusione. Obama ha confermato il vecchio staff di economisti dell'era Bush, da Larry Summers a Timothy Geithner a Ben Bernanke. Immaginare di cambiare politica lasciando gli stessi personaggi di prima è impresa irreale. Oggi Obama paga le conseguenze per non essere intervenuto in risposta ai bisogni reali. In un sistema bipolare come quello statunitense, al fallimento dei democratici non può che corrispondere, sull'altro versante, la ripresa del Tea Party e dei conservatori. Del resto, le stesse lobby economiche hanno appoggiato entrambi i candidati alle presidenziali. Obama è stato finanziato da Wall Street. E tutti i provvedimenti economici lo dimostrano. L'unica riforma a vantaggio dei cittadini, quella sanitaria, è stata differita nel tempo. Le stesse opere pubbliche hanno avuto un'incidenza minima sull'occupazione. Esistono nuove fasce di disoccupazione, create dalla chiusura di interi settori produttivi, come servizi finanziari, bancari, commerciali. Persone di oltre 50 anni si sono trovate improvvisamente senza lavoro. In America si possono vincere le elezioni, ma non è possibile cambiare il governo dell'economia. E' stata una scoperta brutale.
Tonino Bucci
www.liberazione.it
16/11/2010
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