18 settembre 2010

Una delegazione a Beirut tra i sopravvissuti alla strage nel campo profughi

Diritto al ritorno e speranze perdute a 28 anni dal massacro di Sabra e Chatila

La presenza della delegazione italiana a Beirut per ricordare l'anniversario del massacro di Sabra e Chatila e per chiedere diritti per i rifugiati palestinesi, a partire da quello al ritorno, non è un appuntamento rituale. Decine di donne e uomini anche quest'anno si sono recate in Libano insieme al Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, fondato oltre dieci anni fa dal giornalista del "manifesto" Stefano Chiarini. La delegazione italiana ha avuto incontri, tra gli altri, con il nuovo rappresentante dell'Olp a Beirut, il palestinese Abdullah Abdullah, con il segretario generale del partito dell'attuale primo ministro, Ahmad Hariri, con il leader druso Walid Jumblat e con il responsabile per il sud del Libano di Hezbollah Shaik Nabil Qouq.
Una settimana intensa che ha mostrato però un universo palestinese in grande difficoltà. Da una parte il persistere delle divisioni interne (esemplificate dallo scontro fra Hamas e Fatah), emerse come una frattura difficilmente ricucibile a breve, separa sempre di più il dibattito delle forze politiche dal sentire comune del popolo palestinese, quell'umanità rappresentata invece dai volti dei ragazzi incontrati a Burji al Shamali o da quelli dei familiari delle vittime di Chatila. La rabbia di chi da 28 anni non riesce ad avere giustizia o le speranze/delusioni dei giovani dei campi sembrano lontani mille chilometri dalle alchimie politiche, siano queste dei partiti filo Olp o di quelli della coalizione anti-Oslo. Al centro delle dichiarazioni ufficiali delle forze politiche presenti nei campi le considerazioni sui colloqui egiziani fra Abu Mazen e Netanyhau. In pochi sembrano credere davvero che si possa arrivare ad un dialogo utile alla pace. Gli stessi dirigenti di Fatah e dell'Olp, vicini al presidente dell'Autorità, sottolineano più i punti irrinunciabili che le possibili strade di intesa con l'attuale governo israeliano. Difficile avere fiducia su trattative che partono dalla richiesta ad Israele di sospendere la costruzione di nuove colonie, una richiesta senza dubbio giusta, ma davvero troppo poco.
Più concreta e reale è invece la quotidianità che si respira nei campi libanesi, a partire dal perdurare dell'assenza di diritti fondamentali quali l'impossibilità di poter svolgere attività lavorative dignitose. Nonostante una legge - varata poche settimane fa - che altro non si rivela se non una operazione interconfessionale o meglio fra quasi la totalità delle confessioni, a discapito dei rifugiati palestinesi, per gli stessi palestinesi è praticamente impossibile accedere a professioni lavorative. La legge non fa altro che legalizzare quei lavori più umili che già erano svolti dai palestinesi, risultando così una tenue concessione e non la formalizzazione di veri e propri diritti. Ma a trasformare davanti ai nostri occhi anno dopo anno la realtà dei campi è soprattutto la completa mancanza di prospettive. Vedersi togliere le proprie terre, vedere nel tempo massacri su massacri restare sempre impuniti, sentirsi prigionieri in luoghi di non vita, rinchiusi in campi fatiscenti e insalubri, vivere perennemente sotto il mirino di un vicino che desidera solo eliminarti dalla faccia delle terra, non è sicuramente cosa facile; ma rendersi conto di non avere un futuro è senza dubbio un elemento terribile capace di spezzare le gambe anche ad un popolo fiero e indomito come quello di Palestina. Ed è questo che sta accadendo a migliaia di giovani che vivono da generazioni nei campi, giovani che faticano a vedere nello studio un elemento di possibile emancipazione a causa appunto dei divietti a svolgere attività professionali prestigiose in Libano o per la chiusura ermetica dei nostri confini verso tutto ciò che è "altro". E così la depressione e la disillusione rischiano di realizzare quello che non è riuscito nei decenni ai massacratori di turno. Ma la nostra presenza in Libano ci regala anche aspetti incoraggianti. Ce li consegnano i giovanissimi che lavorano con l'ong palestinese Beit atfal Assomoud, i tantissimi bambini e bambine che con i loro sorrisi sembrano volerci rassicurare. Sono loro il futuro della Palestina. Sarà la loro capacità di conservare la memoria della storia, unità alla capacità di guardare avanti a costruire quel futuro che oggi sembra tanto lontano.

Maurizio Musolino
18/09/2010
http://www.liberazione.it/
foto: Jamal Saidi/Reuters

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