25 agosto 2010

Cultura di lotta per la liberazione. In ricordo della "comandanta" che ha svegliato il Chiapas


Storia di Ramona

Non esce dalla leggende ma dalla Selva. Per la precisione, dalla Selva Lacandona, Chiapas. Sembra inventata e invece è vera. Ramona. Per la precisione la Comandanta Ramona. Di lei non si sa altro che il nome, il nome di battaglia: Ramona, appunto. Due occhi nerissimi sotto la fessura del passamontagna, il fucile tenuto stretto contro il suo huipil rosso: il mondo la conobbe per la prima volta, quel capodanno del 1994, quando, alla testa dell'esercito zapatista, ha occupato San Cristòbal de las Casas e issato la bandiera della rivolta. Minuscola, con la statura di una bambina, una voce sottile: comandante militare dell'operazione San Cristòbal, in sostanza il braccio destro di Marcos. All'epoca ha 34 anni e nei ranghi dell'Ezln ci sta da quando il movimento è nato. Di origine maya, ricamatrice di professione, si esprime in tzotzil, la lingua della sua etnia (parlata solo da350mila persone); non ha titoli di studio, anzi è praticamente analfabeta. Ma
«chi vive secondo un perchè - come dice quel famoso filosofo - può sopportare quasi qualunque cosa». E lei un perchè ce l'ha, un perché fortissimo: «Svegliare la gente».
Nella Selva - «mai più senza fucile» - ha imparato molto, il suo analfabetismo l'ha lasciato indietro, al fianco di Marcos ha camminato molto anche sul fronte dell'auto-educazione. E suscita stupore, quando lei - una ragazza di bassa statura, che sa parlare solo nella lingua natia - quel gennaio 1994 si presenta davanti alla stampa per la sua prima intervista: come membro del Comitato Clandestino Rivoluzionario indigeno della zona di Sant'Andrés Larrainzar. Nello spiazzo di un bosco coperto di fitta nebbia, lei era improvvisamente comparsa, al fianco degli altri comandanti: David, Felipe, Xavier, Isaac, Moises. Era la prima donna a parlare a nome dell'Ezln. L'inviato del giornale messicano La Jornada così racconta l'incontro. «Non portava passamontagna, ma un paliacate (fazzoletto indio ndr); tra i suoi capelli intrecciati già spuntavano fili bianchi. David le aveva dato un maglione, non tanto per il freddo, ma perchè così poteva coprire la sua tunica il cui ricamo avrebbe rivelato la sua comunità di origine. Erano giorni di rigorosa clandestinità. I suoi stivali e l'orlo della sua gonna erano macchiati di fango».
In quell'incontro, gli zapatisti intendono spiegare i motivi della loro insurgencia, «non ne potevamo più di morire di fame. E' stato il popolo stesso a dirci di cominciare». Silenziosa, col fucile stretto al petto, lei assentiva; ma quando arriva la domanda sul perchè tra gli zapatisti ci sono anche donne, allora «rovesciò una cascata di parole in lingua tzotzil. Subito si ordinò alle miliziane perché una di loro traducesse». Perché anche le donne? «Perché le donne sono le più sfruttate e oppresse. Perché le donne, da tanti anni, da 500 anni, non hanno diritto di parlare, di partecipare, di ricevere una istruzione, di avere qualche carica nel loro villaggio». E raccontò dei suoi anni di ricamatrice. Di come si alzava all'alba. Di come impiegava fino a tre anni per finire quei pezzi sontuosi che portano le donne degli Altos; e di come le pagavano briciole. Parlò della sua vita quotidiana, «molta sofferenza». Parlò dei suoi sogni - «di essere rispettati come indigeni, come popolo, come paese; perché ci hanno ridotto così molti dei nostri governanti; e perché i ricchi ci hanno lasciato così, come su una scala, in basso». E infine, prima di andarsene, la Comandanta aveva lasciato un messaggio: «Le donne che si sentono sfruttate e non ne possono più, si decidano a mostrare le armi, come zapatiste».
Fu così che la sconosciuta ragazza tzotzil diventa un simbolo. E' lei a portare la bandiera nella cattedrale di San Cristòbal, dove sono in corso i colloqui tra il Subcomandante e il governo federale di Carlos Salinas. Racconta sempre La Jornada: «Per il suo rango gerarchico, lei appariva sempre alla destra del mediatore, il vescovo Samuel Ruiz. Lì portava il passamontagna e riluceva nella sua tunica rossa di Sant'Andrés. Quasi non parlò, ma il suo silenzio fu eloquente, sottolineato dallo scintillio dei suoi occhi neri. Seduta al tavolo dei negoziati, i suoi piedi non toccavano il pavimento».
Lei, prototipo dell'indigeno "invisibile", dei "più piccoli" di queste terre, sì, era diventata un simbolo potente. Prima leader zapatista ad uscire dalle zone del conflitto per recarsi a Città del Messico, quel giorno - 12 ottobre 1996 - almeno 100 mila persone sono lì ad ascoltarla - e ad acclamarla - nel Zocalo che è la piazza più grande del mondo; e lei tiene un discorso memorabile. Anche la propaganda ufficiale appare disorientata davanti a questa donna minuta, dalla voce di uccellino, che pronuncia la frase divenuta famosa: «Mai più un Messico senza di noi». La sua popolarità è ormai tale che il governo cerca di minarne l'immagine e a un certo punto arriva a mettere in giro la voce che La Comandanta è morta e colei che parla nelle piazze in realtà è un sosia.
Col fucile stretto al petto, ma non solo. Insieme alla maggiora Ana Maria, è lei ad effettuare una diffusa consultazione sulla condizione delle donne indigene. «Io conosco - dice La Comandanta - l'ingiustizia e la povertà, nelle quali vive la donna indigena nel nostro paese». Ed è frutto di questa ricerca la "Legge Rivoluzionaria delle Donne", dieci punti che prevedono per la donna "insoliti" diritti di uguaglianza, giustizia, libertà. Nella sfera politica, ma anche in quella sociale, personale, sessuale. 8 marzo 1993, qui Selva Lacandona, Chiapas: la Ley Revolucionaria de Mujeres è approvata.
L'ultima apparizione pubblica di Ramona risale al settembre 2005, nell'assemblea che deve mettere in moto quella che Marcos ha chiamato "L'altra Campagna". Non ce l'ha fatta a sconfiggere il male che l'affligge da oltre 10 anni: a 47 anni muore all'ìmprovviso, mentre si si sta recando a San Cristòbal, il 6 gennaio 2006. Marcos interrompe il viaggio che sta compiendo in motocicletta nell'ambito appunto dell'Altra Campagna, per partecipare, con tutta la delegazione zapatista, al funerale che si svolge a Oventic. Il subcomandante è scosso. «Vi prego, per favore, di non interrompermi. Mi hanno appena avvisato che la compagna comandante Ramona è morta questa mattina. Il mondo ha perso una di quelle donne che partoriscono nuovi mondi. Il Messico ha perso una di quelle attiviste che gli sono necessarie. E che a noi hanno strappato un pezzo di cuore».
Todos somos Ramona, si intitola la canzone che il gruppo chicano "Quetzal" ha dedicato alla Comandanta. Quella piccola india «che faceva sempre diversi lavori. Tra questi il principale era, come diceva lei, "svegliare la gente"».

Maria R. Calderoni
25/08/2010
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