
“Tempi Moderni”
Se ”l’economia sociale di mercato” (Tremonti) e “la complicità piuttosto che il conflitto” (Sacconi) sono figlie della globalizzazione e frutto della modernità, ai lavoratori di Pomigliano risulta difficile coniugare nuovi modelli di sviluppo e “ritorno al Lingotto” degli anni 20.
La vicenda Fiat di Pomigliano, da qualunque punto di vista si voglia osservare, presenta, tra gli altri, un aspetto paradossale.
In effetti, a prescindere da quella che sarà la “soluzione finale” adottata - la conferma del nuovo sistema di relazioni industriali che Marchionne cerca di imporre anche alla Cgil ovvero l’ulteriore delocalizzazione della produzione auto - mai come in quest’occasione, la sensazione è di assistere a un confronto che produrrà, comunque, effetti “dissociati”. Nel senso della mancata corrispondenza tra la novità del linguaggio politico-sindacale e della terminologia tecnica rispetto agli effetti che, oggettivamente, temo, rappresenteranno un ritorno al passato!
Infatti, se da un lato - in nome della “globalizzazione ed economia di mercato” e di un “sistema sindacale efficiente e moderno” - alcuni attori (o, piuttosto, comparse) di questa tormentata vicenda si sfidano a colpi di artifizi lessicali; dalla “Economia sociale di mercato”, di Tremonti alla “Complicità che sostituisce il conflitto”, di Sacconi - senza, peraltro, dimenticare le infondate certezze di Matteo Colannino (Pd): ”Quest’accordo rappresenta l’eccezionalità del momento, non credo che rappresenterà la base per un nuovo modello delle relazioni industriali” - dall’altro si avverte il concreto rischio del ritorno a una deriva neo-liberale della peggiore specie.
In questo senso, dopo tanti anni - durante i quali ci è stato continuamente “somministrato” il ritornello secondo il quale la famigerata “catena di montaggio” (e, con essa, tanta parte del lavoro dipendente comunemente inteso) rappresentava un retaggio del passato e si rendeva indispensabile guardare ai “nuovi lavori” e a una “regolazione globale” degli stessi - ci si ritrova, invece, a discutere (ancora e di nuovo) di: “metrica del lavoro”, “intensificazione” e “densificazione” dei tempi di lavoro.
Nel frattempo, sempre per essere “all’altezza dei (loro) tempi”, si esaltavano le virtù taumaturgiche della flessibilità e del mercato; delle tutele “nel mercato del lavoro” piuttosto che del “posto di lavoro”!
Marchionne, però, va comunque ringraziato perché, senza di lui, tanti avrebbero continuato a credere che “la Cina è lontana” ovvero destinati per l’eternità - indegni dello stesso Inferno dantesco - a rincorrere un’insegna che non rappresenta nulla e punti a sangue da vespe e mosconi!
La conseguenza è che, da Pomigliano in poi, cadranno molti alibi e non sarà più possibile sostenere di non aver esercitato una scelta. Individuale o collettiva, politica o sindacale.
Non potrà farlo il governo che, in coerenza alle opzioni degli ultimi anni - in materia di “controriforme” del diritto del lavoro - e alle entusiastiche dichiarazioni di alcuni suoi componenti, segna un altro punto a favore della rabbiosa e aggressiva opera di disgregazione del sindacalismo confederale italiano e isolamento della Cgil. Una strategia nella quale il “caso Fiat” rappresenta solo l’ultimo passaggio e che solo chi dà a intendere di non capire o mente, sapendo di mentire, può fare finta di ignorare!
Né potrà farlo la Cgil (tanto a livello nazionale, quanto locale) che, dicendo ai lavoratori: ”Andate a votare secondo coscienza, e un minuto dopo andremo a fare battaglia in tutte le sedi insieme alla Fiom”, ha operato una scelta apparentemente responsabile, ma, in sostanza, frutto di un mal celato e cinico eccesso di realismo che - attraverso l’esito scontato del referendum-beffa - precostituisce la possibilità di eludere le proprie responsabilità.
Così come sarà impossibile, per il Pd, continuare (credibilmente) a richiamare tra le sue parole d’ordine il lavoro, dopo avere, ancora una volta, perso l’occasione per sostenere - nonostante la “zavorra imprenditoriale” e “liberista” che, dall’interno, ne condiziona le scelte - le ragioni di lavoratori che chiedono solo di non vedere mortificate norme contrattuali e diritti costituzionali!
Inoltre, per tornare agli aspetti di carattere sindacale, mi pare opportuno rilevare che la questione Fiat non può essere ridotta - come molti sono indotti a fare - alla semplicistica dicotomia: ” Sindacato contrattualista o sindacato conflittuale”.
A prescindere dal fatto che le due categorie non sono in contraddizione - perché è nella storia umana, prima che sindacale, che l’esercizio della contrattazione rappresenta l’elemento successivo al confronto, sia esso più o meno “conflittuale” - sarebbe (anche) poco corretto (e altrettanto poco onesto), oltre che offensivo, nei confronti dei tanti compagni della Fiom che hanno speso anni della loro vita a negoziare, sempre con grandi difficoltà, con i responsabili della Casa torinese. Dal primo Valletta, all’ultimo Marchionne.
In questo senso, non siamo oggi in condizione di affermare con certezza - così come sostiene Niki Vendola - che a Pomigliano “muore” il contratto collettivo nazionale di lavoro; condivido, invece, che la “solitudine” della Fiom rappresenti un chiaro sintomo del degrado sociale cui è giunto il nostro Paese.
Così come concordo con Alfredo Recanatesi quando si chiede: ” La responsabilità, la modernità, il realismo, la lungimiranza della quale parlano i nostri politici, i nostri governanti, i sindacalisti “responsabili”, consiste nell’assunzione di paradigmi coreani, cinesi, o, bene che vada, polacchi per le condizioni di lavoro e di vita?”.
E, ancora, afferma: ” Questi sono i risultati di politiche presentate di volta in volta come moderne e responsabili. Ora la Panda è l’emblema di un paese che, dopo aver sognato di potersi confrontare con Francia, Germania o Inghilterra, si ritrova a competere con polacchi, rumeni, coreani o cinesi”!
Aggiungo che, purtroppo, siamo (già) a una nuova idea di sviluppo e a un pericoloso “ritorno al passato” per quanto attiene ai livelli di democrazia; in fabbrica come nel Paese.
C’è una sola certezza: per i lavoratori italiani - e non solo per i metalmeccanici - dopo Pomigliano, nulla più sarà come prima!
di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
Se ”l’economia sociale di mercato” (Tremonti) e “la complicità piuttosto che il conflitto” (Sacconi) sono figlie della globalizzazione e frutto della modernità, ai lavoratori di Pomigliano risulta difficile coniugare nuovi modelli di sviluppo e “ritorno al Lingotto” degli anni 20.
La vicenda Fiat di Pomigliano, da qualunque punto di vista si voglia osservare, presenta, tra gli altri, un aspetto paradossale.
In effetti, a prescindere da quella che sarà la “soluzione finale” adottata - la conferma del nuovo sistema di relazioni industriali che Marchionne cerca di imporre anche alla Cgil ovvero l’ulteriore delocalizzazione della produzione auto - mai come in quest’occasione, la sensazione è di assistere a un confronto che produrrà, comunque, effetti “dissociati”. Nel senso della mancata corrispondenza tra la novità del linguaggio politico-sindacale e della terminologia tecnica rispetto agli effetti che, oggettivamente, temo, rappresenteranno un ritorno al passato!
Infatti, se da un lato - in nome della “globalizzazione ed economia di mercato” e di un “sistema sindacale efficiente e moderno” - alcuni attori (o, piuttosto, comparse) di questa tormentata vicenda si sfidano a colpi di artifizi lessicali; dalla “Economia sociale di mercato”, di Tremonti alla “Complicità che sostituisce il conflitto”, di Sacconi - senza, peraltro, dimenticare le infondate certezze di Matteo Colannino (Pd): ”Quest’accordo rappresenta l’eccezionalità del momento, non credo che rappresenterà la base per un nuovo modello delle relazioni industriali” - dall’altro si avverte il concreto rischio del ritorno a una deriva neo-liberale della peggiore specie.
In questo senso, dopo tanti anni - durante i quali ci è stato continuamente “somministrato” il ritornello secondo il quale la famigerata “catena di montaggio” (e, con essa, tanta parte del lavoro dipendente comunemente inteso) rappresentava un retaggio del passato e si rendeva indispensabile guardare ai “nuovi lavori” e a una “regolazione globale” degli stessi - ci si ritrova, invece, a discutere (ancora e di nuovo) di: “metrica del lavoro”, “intensificazione” e “densificazione” dei tempi di lavoro.
Nel frattempo, sempre per essere “all’altezza dei (loro) tempi”, si esaltavano le virtù taumaturgiche della flessibilità e del mercato; delle tutele “nel mercato del lavoro” piuttosto che del “posto di lavoro”!
Marchionne, però, va comunque ringraziato perché, senza di lui, tanti avrebbero continuato a credere che “la Cina è lontana” ovvero destinati per l’eternità - indegni dello stesso Inferno dantesco - a rincorrere un’insegna che non rappresenta nulla e punti a sangue da vespe e mosconi!
La conseguenza è che, da Pomigliano in poi, cadranno molti alibi e non sarà più possibile sostenere di non aver esercitato una scelta. Individuale o collettiva, politica o sindacale.
Non potrà farlo il governo che, in coerenza alle opzioni degli ultimi anni - in materia di “controriforme” del diritto del lavoro - e alle entusiastiche dichiarazioni di alcuni suoi componenti, segna un altro punto a favore della rabbiosa e aggressiva opera di disgregazione del sindacalismo confederale italiano e isolamento della Cgil. Una strategia nella quale il “caso Fiat” rappresenta solo l’ultimo passaggio e che solo chi dà a intendere di non capire o mente, sapendo di mentire, può fare finta di ignorare!
Né potrà farlo la Cgil (tanto a livello nazionale, quanto locale) che, dicendo ai lavoratori: ”Andate a votare secondo coscienza, e un minuto dopo andremo a fare battaglia in tutte le sedi insieme alla Fiom”, ha operato una scelta apparentemente responsabile, ma, in sostanza, frutto di un mal celato e cinico eccesso di realismo che - attraverso l’esito scontato del referendum-beffa - precostituisce la possibilità di eludere le proprie responsabilità.
Così come sarà impossibile, per il Pd, continuare (credibilmente) a richiamare tra le sue parole d’ordine il lavoro, dopo avere, ancora una volta, perso l’occasione per sostenere - nonostante la “zavorra imprenditoriale” e “liberista” che, dall’interno, ne condiziona le scelte - le ragioni di lavoratori che chiedono solo di non vedere mortificate norme contrattuali e diritti costituzionali!
Inoltre, per tornare agli aspetti di carattere sindacale, mi pare opportuno rilevare che la questione Fiat non può essere ridotta - come molti sono indotti a fare - alla semplicistica dicotomia: ” Sindacato contrattualista o sindacato conflittuale”.
A prescindere dal fatto che le due categorie non sono in contraddizione - perché è nella storia umana, prima che sindacale, che l’esercizio della contrattazione rappresenta l’elemento successivo al confronto, sia esso più o meno “conflittuale” - sarebbe (anche) poco corretto (e altrettanto poco onesto), oltre che offensivo, nei confronti dei tanti compagni della Fiom che hanno speso anni della loro vita a negoziare, sempre con grandi difficoltà, con i responsabili della Casa torinese. Dal primo Valletta, all’ultimo Marchionne.
In questo senso, non siamo oggi in condizione di affermare con certezza - così come sostiene Niki Vendola - che a Pomigliano “muore” il contratto collettivo nazionale di lavoro; condivido, invece, che la “solitudine” della Fiom rappresenti un chiaro sintomo del degrado sociale cui è giunto il nostro Paese.
Così come concordo con Alfredo Recanatesi quando si chiede: ” La responsabilità, la modernità, il realismo, la lungimiranza della quale parlano i nostri politici, i nostri governanti, i sindacalisti “responsabili”, consiste nell’assunzione di paradigmi coreani, cinesi, o, bene che vada, polacchi per le condizioni di lavoro e di vita?”.
E, ancora, afferma: ” Questi sono i risultati di politiche presentate di volta in volta come moderne e responsabili. Ora la Panda è l’emblema di un paese che, dopo aver sognato di potersi confrontare con Francia, Germania o Inghilterra, si ritrova a competere con polacchi, rumeni, coreani o cinesi”!
Aggiungo che, purtroppo, siamo (già) a una nuova idea di sviluppo e a un pericoloso “ritorno al passato” per quanto attiene ai livelli di democrazia; in fabbrica come nel Paese.
C’è una sola certezza: per i lavoratori italiani - e non solo per i metalmeccanici - dopo Pomigliano, nulla più sarà come prima!
di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
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