24 maggio 2010

La borghesia industriale e finanziaria sostiene di fatto le politche antipopolari del governo. In testa, come sempre, il loro altoparlante più potente

"SIAMO SPIACENTI DI COMUNICARE CHE LO STATO SOCIALE È ESAURITO"

Dopo il 9 maggio, giorno in cui il Consiglio Europeo ha varato la nuova linea di rigore sui conti pubblici (con il controllo preventivo di Bruxelles sui bilanci nazionali), l'attacco del sistema (dis)informativo al modello sociale europeo (o a quel che ne resta) si è fatto virulento. Giornali e televisioni ci ripetono ossessivamente che, se non vogliamo far la fine della Grecia, dobbiamo metterci in riga, sistemare i conti, ridurre gli sprechi, ecc. Il governo italiano si sta allineando con la nuova manovra che prevede ampi tagli a diversi capitoli della spesa sociale, per quanto Tremonti abbia voluto rassicurare che non intende per adesso toccare le pensioni. Ma la pressione di buona parte dei mass-media è spaventosa.
In Italia si è distinto in questi giorni il "Corriere della sera", con un articolo di fondo di Piero Ostellino che prevede la fine dell'"eccezione europea, il modello sociale più generoso del pianeta", travolto dalla crisi degli stati. Una fine che, però - lamenta il giornalista - non avviene senza contrasti: "Lo Stato sociale moderno è oggetto di statolatria. L'attributo "sociale" è il distintivo residuale delle politiche "progressiste" del Novecento (...) che si sono rivelate, invece, "regressive". L'"alibi sociale" ha giustificato l'ipertrofia e l'autoreferenzialità burocratiche dello Stato moderno, il quale produce "plusvalore politico" per chi ne detiene il potere con l'eccesso di spesa pubblica e di tassazione".
E oggi che sarebbe di vitale importanza ridimensionarlo decisamente, ci si trova di fronte a
forti resistenze, perché "dal moderno Stato sociale traggono profitto il capitalismo assistito, le corporazioni, i sindacati, tutte le forme di collettivismo, riconosciute e sovvenzionate dalla mano pubblica, e che hanno tutto da guadagnare dallo status quo" [Piero Ostellino, Stato sociale. Dieta forzata, "Corriere della sera", 17 maggio 2010, p. 1]. A fare le spese di questa situazione è sempre l'"Individuo" (proprio così, con la "I" maiuscola), violentemente intruppato in sindacati e corporazioni che difendono i pigri e gli indolenti, e "le aziende che operano sul mercato" (Ostellino potrà almeno consolarsi alla notizia che, se tutto va bene, grazie al nostro governo l'Individuo potrà presto essere licenziato "a voce"...).
L'articolo ha giustamente destato lo scandalo di Valentino Parlato [Ostellino l'estremista, "il manifesto", 18 maggio 2010, p. 1 e 10] che vi ha letto un appello alla condanna a morte del welfare state e ha chiesto a Ferruccio De Bortoli come gli sia sfuggita una simile "stravaganza" sul suo giornale. Purtroppo non gli era sfuggita, e non di stravaganza si trattava, ma di precisa e meditata linea politica: bastava, il giorno dopo, prendere in mano ancora il blasonato quotidiano milanese per trovare un nuovo articolo di fondo di tenore analogo, questa volta a firma di Angelo Panebianco [La fine del socialismo della spesa, "Corriere della sera", 18 maggio 2010, p. 1 e 46].
Muovendo nel solco dell'articolo del giorno prima, Panebianco auspica che al restringersi del
welfare corrisponda una estinzione delle forze socialiste e pro-welfare ("il socialismo, in tutte le sue sfumature e varianti", tanto per esser chiari), per il venir meno di ogni credibilità riformistica. Parole chiare, senz'altro, e anche una analisi abbastanza corretta di quanto già accade da tempo, visto che la socialdemocrazia europea altro non fa da due decenni che applicare politiche liberiste. Ma a Panebianco non basta, vuole la "soluzione finale", vuole fare piazza pulita di tutto ciò che sappia di "socialismo", parola che egli usa con la stessa disinvoltura di Sarah Palin.
Nello stesso giornale, nelle pagine interne, il lettore poteva poi scoprire le ragioni essenziali della
crisi greca: l'eccessiva spesa pensionistica. In questo paese infatti - ci informa un articolo a p. 6 - il tasso di sostituzione lordo (cioè il rapporto tra l'importo della pensione e l'ultima retribuzione percepita) era fino a ieri addirittura del 95,7%, quando la media dei paesi OCSE è intorno al 59%.
Dunque è chiaro: la Grecia viveva al di sopra delle proprie possibilità, ha voluto largheggiare, accontentando quegli indolenti e baffuti panzoni che ciondolano per le assolate vie di Atene, ed ecco il risultato. E ovviamente questo lo si dice a Grecia, perché Italia intenda (anche qui - si sottolinea - per quanto molto più basso, il tasso di sostituzione resta sopra la media OCSE).
Quelli citati sono solo alcuni esempi, scelti tra i più virulenti, della campagna in atto in questi giorni, ma basta guardarsi in giro per trovarne innumerevoli altri. Si tratta della solita pappa liberista, certo, l'unica che il ceto politico europeo sa cucinare e soprattutto somministrare a viva forza; una "cura" che, producendo più precarietà, deflazione salariale e povertà, sarà capace solo di aggravare il male, come hanno ben argomentato sul numero 192 di "Lavori in corso" (http://www.puntorosso.it/ – ndr) Luigi Vinci e Mimmo Porcaro.
C'era da aspettarselo che si sarebbe tornati presto al liberismo sfrenato e sfacciato, dopo le
timidezze e l'apparente moderazione dei due anni passati. In effetti, l'esplodere della crisi, tra settembre e ottobre 2008, aveva messo provvisoriamente la sordina alla retorica neoliberista delle classi dirigenti europee; anzi, si era assistito a grandi e roboanti polemiche contro le banche, la speculazione e gli eccessi finanziari anche da pulpiti impensabili (da Sarkozy a Tremonti, fino a Gordon Brown). Si era ricominciato a parlare pubblicamente di intervento statale e anche di keynesismo.
I più ottimisti tra noi si spinsero a sostenere che era finito un mondo, che la crisi del liberismo
era definitiva, ecc., perfino che era caduto un nuovo Muro di Berlino, quello del capitalismo.
Non era così, purtroppo e chi lo aveva sospettato subito ha commesso peccato - secondo il celebre adagio di Andreotti - ma ci ha azzeccato. In assenza di una soggettività antisistemica capace di pesare nella politica e nella società (e nell'immaginario), infatti, le élites capitalistiche al comando dell'Europa possono stare tranquille di non perdere il consenso (che al limite, come rileva giustamente Panebianco e come si vede dai risultati delle scorse elezioni europee, si sposta dalle socialdemocrazie verso le forze della destra xenofoba e "euroscettica") pur continuando in una linea che dovrebbe apparire a qualunque giudizio razionale totalmente suicida.
Nel suo ultimo libro, Shock economy [Milano, Rizzoli, 2007], Naomi Klein ha richiamato l'attenzione su una circostanza che ha spesso accompagnato l'applicazione delle politiche neoliberiste in varie parti del mondo: l'uso delle situazioni di crisi o dei disastri (sia in senso metaforico che letterale - memorabile il capitolo in cui la Klein prende in esame quanto accaduto in USA dopo l'uragano Katrina) per renderle accettabili alle popolazioni interessate come "terapie d'emergenza", sfruttando lo stato di disorientamento e paura dilagante. Ora, si può discutere se questa osservazione possa assurgere a teoria generale come la sua autrice vorrebbe, se non sottovaluti - come credo - il carattere consensuale che la "mercatizzazione" del mondo ha avuto e ha tuttora; ma è certo che qualcosa di simile oggi sta avvenendo sotto i nostri occhi: in effetti, dopo decenni di cura liberista progressiva (e i suoi sostenitori talvolta dicono "omeopatica"), e portata avanti con forme varie di accordo sociale, il tentativo è oggi quello di dare la spallata finale al modello sociale europeo. Con la scusa dell'imminente disastro, appunto.

di Toni Muzzioli
(21 maggio)

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