21 febbraio 2010

Come ha potuto ridursi così il Paese la cui carta fondamentale è nata dalla Resistenza al nazi-fascismo?

L'aria che tira

- Non tira una buona aria nel nostro Paese. Inutile girarci attorno: tra gli italiani continua a prevalere l’idea che tutto sommato, nel disastro generale (vedi l’articolo sull’Europa e la crisi), noi qui ce la caviamo; al fondo, c’è l’idea che la crisi è una turbolenza generata da distorsioni eticamente censurabili ma è comunque espressione di meccanismi economici che non hanno concrete alternative. Meccanismi vissuti quindi come quasi-naturali. Sulla scia di una tale strutturale opacità, anche l’etica va poi a farsi benedire. E accade, ad esempio, che si possa impunemente continuare a blaterare di “codice etico” e, contemporaneamente, lanciare con lo scudo fiscale un’ignobile ciambella di salvataggio ad evasori e mafiosi. Manca una chiara e generalizzata consapevolezza della relazione sussistente tra gli effetti sociali della crisi e una precisa responsabilità dell’establishment capitalistico. Il Paese è sì attraversato dalla protesta operaia, da decine di vertenze aspramente caratterizzate dalla determinazione delle lavoratrici e dei lavoratori; ma questi strappi sociali non riescono a tradursi in programma politico di ampio respiro. La società non trova sponde solide e larghe nella politica. Non c’è oggi un pensiero egemonico e diffuso della sinistra; e l’istanza di una profonda trasformazione sociale è tenuta a bada, censurata dai media, circoscritta al recinto extraparlamentare. C’è chi si suicida dandosi fuoco, psicologicamente prostrato a due mesi dal suo licenziamento: persino una così lacerante notizia, passata nelle pagine interne delle grandi testate giornalistiche, non fa opinione diffusa, non tramuta l’indignazione momentanea in generalizzata rivolta politica; e, al livello dell’ “opinione pubblica” ufficiale e conclamata, è rapidamente riassorbita nel chiacchiericcio dei talk-show e dell’intrattenimento televisivo.
Non si tratta di fatti lasciati al caso. Quel chiacchiericcio è il frutto maturo di una raffinata costruzione del consenso, di un uso dello strumento mediatico cui è affidato il delicato incarico di riempire il vuoto allargatosi a dismisura tra la vita quotidiana, le vicissitudini del lavoro, da un lato, e le istituzioni e la politica dall’altro. Beninteso, il terreno è stato sapientemente arato. Come ha recentemente annotato un osservatore attento della vicenda politico-sociale quale è Giorgio Ruffolo, l’ “ideologia apolitica della neo-destra” ha sedimentato senso comune e, negli anni, ha imposto un patto con un “diavolo sorridente”: un divertissement consumistico, un immaginario gradevole piegato al privato che, seppure oggi incrinato dalla materialità della crisi economico-sociale, ha tuttavia lasciato in molte teste il proprio imprinting. Senso della proprietà privata, tendenza all’egoismo sociale, arroganza nei comportamenti, disprezzo della cultura. Questa propensione ideologica reazionaria ha appannato il principio di solidarietà, ha creato coscienze incerte e timorose, pensieri deboli pronti a “quell’attruppamento infatuato attorno a capi carismatici in cui si riconosce la forma moderna del populismo”.
In un tale maggioritario contesto, le destre esercitano con cinismo il loro mestiere. La crisi falcia (e continuerà per tutto il 2010 a falciare) posti di lavoro? I primi a cadere sono i posti di lavoro “atipici”? Ebbene, per tutta risposta si propone di accentuare la deregolamentazione del mercato del lavoro. Come se nulla fosse, passa alla Camera un disegno di legge (1441 quater B) che svuota il potere di regolazione del contratto nazionale di lavoro (un’ulteriore “certificazione” può introdurre quadri contrattuali che peggiorano retribuzioni e condizioni di lavoro stabilite nei contratti nazionali); annacqua la perentorietà dell’art.18 (limitando a danno del lavoratore la giurisdizione del giudice che deve dirimere le controversie di lavoro, nel caso di licenziamento e di trasferimento di aziende o rami di azienda); perpetua ad infinitum la precarietà (risarcimento monetario in luogo della stabilizzazione, dopo l’ennesimo contratto di lavoro a termine). A proposito del suddetto provvedimento – che dovrà essere discusso al Senato – la Cisl parla di “luci ed ombre” (sic!). La Cgil dichiara di voler reagire con decisione.
Uno scandalo dopo l’altro, si ha la sensazione che il nostro Paese stia sprofondando, a cominciare dalla sua tenuta morale ancor prima che politica. Il rischio è che, anche nella sua parte democratica, si crei demoralizzazione o, peggio, assuefazione: che, in assenza di una netta e dura opposizione all’andazzo prevalente, ci si abitui persino al fatto che i protagonisti dell’attuale scena politica sconfinino nella corruzione, nel malaffare, nel crimine organizzato. Lo sappiamo bene: quando latita la risposta democratica, dietro l’angolo è pronta a profilarsi la stretta autoritaria. Come detto, le destre continuano a godere di buona salute e, stando ai sondaggi elettorali, il Pdl veleggia con percentuali superiori a quelle ottenute alle ultime politiche (37%) e alle Europee dello scorso anno (35%). Sulla stampa estera spesso leggiamo: come è possibile tutto ciò? Come ha potuto ridursi così il Paese la cui carta fondamentale è nata dalla Resistenza al nazi-fascismo? La risposta principale a questo interrogativo è che il Pd, il principale partito di quella che dovrebbe essere l’opposizione, non è all’altezza del cimento. A cominciare dai suoi orientamenti “fondamentali”. Quando uno dei suoi più ascoltati maîtres à penser, Pietro Ichino, ci informa dalle colonne del Corriere della Sera che, come sostiene Brunetta, ormai l’art.18 “si applica soltanto ai padri e non ai figli”, che quindi non è più adeguato all’odierna organizzazione produttiva e alla rapidità dei mutamenti tecnologici e che va messo in soffitta, si può con ciò misurare l’entità dello sfondamento ideologico operato dalla controparte nei ranghi del centro-sinistra.

- Tutto questo è sotto i nostri occhi, da qui dobbiamo partire senza reticenze quando ragioniamo sul che fare. Se tutto questo è vero – se, come non si stancava di ripetere Karl Marx, per il sistema vigente la crisi non è l’eccezione ma la regola e questa crisi, la più profonda dopo oltre tre quarti di secolo, coincide con un vero e proprio passaggio d’epoca – allora non mi pare ci siano alternative. Con pazienza, senza salti nel buio, si tratta di ricostituire un campo anticapitalista: l’obiettivo, cioè, di creare uno spazio alla sinistra del Pd in cui siano presenti tutte le forze (partitiche e associative) che condividano una collocazione in senso lato “anticapitalistica” (quindi non solo i comunisti, sebbene i comunisti siano parte essenziale dell’impresa). Questa resta l’opzione strategica di fondo. Poi, in mezzo, c’è la politica; e, con essa, la necessità di fare dei passi avanti nell’attuale congiuntura. In questi giorni la testa e il tempo sono presi comprensibilmente dalla conclusione degli accordi per le imminenti elezioni regionali e dall’organizzazione della nostra campagna elettorale: alleanze sì o no, candidature quali e dove, ecc. Il progetto della Federazione della Sinistra è quindi alle prese con una prima significativa prova: è appena partito e, come un diesel, arranca un po’; si tratta in ogni caso di una buona idea. Su di essa dobbiamo insistere con determinazione.
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La nostra posizione è quindi del tutto limpida. Diversamente, ad esempio, da quella - contraddittoria - dell’Italia dei Valori. Lì, effettivamente, si è coltivata e poi consumata un’ambiguità di fondo: non si può accorrere ad esprimere solidarietà alle vertenze operaie e, contemporaneamente, stare in Europa col centro liberale. L’IdV non ha perso occasione per accreditarsi come unica vera sinistra, unica voce forte contro il premier e contro ogni compromesso bipartisan (grazie anche ad una consistente presenza televisiva) e ciò le ha permesso di conquistare anche a sinistra quote di consenso. Il suo recente congresso ha però chiarito l’equivoco, collocando questa forza politica nel suo giusto contesto: quello che la caratterizza come sponda sinistra di un orientamento neo-liberale, impegnata a contrastare le spinte più avventuriste e aggressive della borghesia italiana e a dare al Paese una cornice di “legalità democratica”. Tutto sommato è giusto così; è bene che a ciascuno sia dato ciò che gli compete.
E altresì sarà bene – in particolare per l’attivazione di un’intransigente opposizione alle destre, nonchè sulle tematiche della giustizia e della lotta al crimine organizzato – cercare un’interlocuzione anche con questa parte politica (e con i movimenti che in essa hanno creduto). Dicendo la nostra, provando a dare una prospettiva (domani, non tra un secolo) alla nostra gente. Secondo la migliore tradizione dei comunisti.

di Bruno Steri
19/02/2010

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