24 gennaio 2010

Il processo di Palermo per le talpe in procura. Totò si dimette dalle cariche dell'Udc ma non da senatore. Questo è il potere.

Cuffaro favorì Cosa nostra. Pene aumentate in appello

Lui continua a dire che non è un mafioso ma per i giudici della corte d'appello di Palermo Totò Cuffaro ha favorito Cosa nostra e, da cinque anni inflitti in primo grado la condanna dell'ex governatore siciliano è cresciuta fino a sette per favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreto istruttorio. Il processo sulle talpe alla Dda, direzione distrettuale antimafia, annovera anche i 15 anni e mezzo, contro i 14 del primo grado, a Michele Aiello, ex manager della sanità privata condannato per associazione mafiosa; 8 all'ex maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, per concorso esterno. Tutte accolte, dunque, le richieste della procura, smentendo - sottolinea il procuratore aggiunto di Palermo, Ingroia - «falsità di chi accusa la procura di inventare processi fondati sul nulla contro personaggi politici».
Cuffaro promette di rispettare la sentenza ma resta senatore della Repubblica, eletto con l'Udc che si fa bastare le sue dimissioni dalle cariche di partito. Al momento in cui andiamo in stampa non ancora pervenute le reazioni del suo segretario Casini al quale Paolo Ferrero - in Valsusa con i No Tav - chiede cos'altro aspetti per cacciarlo fuori dal partito. «La questione morale non può essere agitata - dice il segretario di Rifondazione e portavoce della Federazione della sinistra - a corrente alternata e le questioni di mafia non possono essere messe in un cassetto. Da nessuno».
Tutto è nato dall'indagine della dda palermitana che portò allo scoperto una vera e propria rete di spionaggio composta da sottufficiali dei carabinieri (Riolo, appunto, e Giuseppe Ciuro processato a parte) che, con la complicità di impiegati della procura, facevano clamorose soffiate ad Aiello sulle indagini di mafia in corso. Aiello gestiva la clinica convenzionata S.Teresa e un giro di rimborsi da capogiro per esami sofisticati. Per i giudici l'imprenditore era l'alter ego di Provenzano nella sanità privata. Nella sua clinica sarebbero stati "curati" anche i denari del boss di Corleone. La scia delle truffe al sistema sanitario avrebbe svelato pure le commistioni tra il boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, e il delfino di Cuffaro, l'assessore Miceli Mimmo, Udc anch'egli e una condanna a 10 anni per mafia. A tenere al corrente Cuffaro sarebbe stato un altro maresciallo Antonio Borzacchelli, condannato per concussione ma intanto eletto al parlamento isolano nelle liste del partito di Totò e Pierferdy. Grazie a quelle soffiate Cuffaro potè avvisare Miceli che c'era una cimice in casa del boss di Brancaccio che l'assessore frequentava abitualmente. Miceli cantò con Guttadaro che scoprì la cimice e un altro medico mafioso, Salvatore Aragona, fu intercettato dire che era stato «Totò» a spifferare tutto. Da qui le accuse a Cuffaro di rivelazione di segreto istruttorio e favoreggiamento aggravato, non più semplice come asserito in primo grado. In sostanza i pm dicevano che avrebbe aiutato alcuni mafiosi non l'organizzazione in quanto tale. Quando sembrava essersi scampato l'aggravante, Cuffaro festeggiò a cannoli per la gioia di chi scriveva pezzi di colore. Poi però si dimise per trasmigrare a Palazzo Madama. Il 5 febbraio il gip deciderà se rinviarlo a giudizio per l'altra indagine della Dda che lo vede indagato per concorso in associazione mafiosa.
Uno che non ci crede ancora è l'ex segretario Udc Follini, emigrato nel Pd, tra i pochi a prendere per buone le garanzie di Cuffaro di essere «culturalmente estraneo a questa piaga» dove per piaga è da intendersi Cosa Nostra. Spunta Buttiglione ad annunciare l'attesa serena del terzo grado. Per il criptico Cesa, succeduto a Follini alla guida del partito centrista, le dimissioni dalle cariche di partito «sarebbero eloquenti più di ogni nostra parola». Fava, Licandro e Alfano, rispettivamente Sel, Pdci e Idv, però insistono a dire che dovrebbe dimettersi anche da senatore visto che si sarebbe fatto eleggere per mettersi al sicuro dalle grinfie della Dda. «Mai tempi sono cupi - dice Licandro - e le misure del governo fanno presagire la resa dello Stato per garantire l'impunità di Berlusconi». Sonia Alfano trova paradossale che Cuffaro, con sette anni sul groppone, possa vigilare sulla Rai dalla poltrona dell'apposita commissione parlamentare.

Checchino Antonini
Liberazione
24/01/2010

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