31 luglio 2009

Collocato lungo un sistema di faglie che vincola Sicilia e Calabria, all'interno di una zona crostale tra le più dinamiche del mondo

N O P O N T E

Ringalluzzito dalle "magnifiche sorti e progressive" delle infrastrutture targate Berlusconi, Pietro Ciucci - amministratore delegato della società "Stretto di Messina Spa" e commissario speciale incaricato dal governo per sovrintendere alla costruzione del Ponte - ha prospettato per Gennaio 2010 gli inizi dei lavori e per il 1° Gennaio 2017 l'apertura al traffico del ponte medesimo.
Sorvolando sull'ambizione dell'impegno (l'ANAS da decenni prova ad ammodernare la Salerno-Reggio Calabria senza grandi risultati, figuriamoci se riuscirà a costruire il ponte in meno di 7 anni.), rimane la protervia e l'ostinazione di una Governo che - sotto la pressione di lobby imprenditoriali varie - ritiene necessario investire ingenti risorse pubbliche in un'opera inutile dal punto di vista economico e dannosa sul piano socio-ambientale.

Le ragioni per opporsi ad una tale gigantesca opera sono tante e di diversa natura. Giova ripeterle, nella persuasione di fondo della giustezza delle nostre opinioni e della durezza dei fatti.
Ragioni ambientali, innanzitutto. Messina e Villa S.Giovanni, in senso largo, conosceranno una distruzione del proprio territorio, e i numerosi cantieri renderanno impossibile - dal punto di vista qualitativo e del benessere psico-fisico - la vita dei cittadini residenti. Alcuni dati per capire il devastante impatto ambientale e urbanistico. Il progetto del Ponte prevede sulle sponde di Scilla e Cariddi due torri alte 376 metri, che poggiano su quattro piloni del diametro di oltre 50 metri, rette da quattro tiranti di acciaio per un peso totale di 166.600 tonnellate. La realizzazione del Ponte e delle opere connesse comporterà un fabbisogno complessivo di materiali pari a 3.540.000 metri cubi; e una produzione di materiali provenienti dagli scavi per un totale di 6.800.000 metri cubi. I lavori causeranno un continuo dissesto idrogeologico per lo scavo di fondazioni e ancoraggi a circa 50 metri di profondità in terreni friabili e sabbiosi e sulla costa di Scilla anche per lo sfondamento di una montagna per una galleria di 3,3 Km.

Ragioni anti-sismiche, in secondo luogo. Il progetto interessa una delle aree sismicamente più attive del Mediterraneo centrale; tuttavia gli elevati rischi sismo-tettonici non risultano ancora quantificati. Lo Stretto è collocato lungo un sistema di faglie che vincola il blocco siciliano e quello calabrese, all'interno di una zona crostale tra le più dinamiche del mondo. Al di sotto di queste regioni, infatti, si realizza da milioni di anni l'incontro-scontro tra la placca africana e quella europea. Dati recenti sembrano indicare che la Sicilia si allontana dalla Calabria di 1 cm all'anno. Di conseguenza, vi è tale incertezza fra gli esperti sismologi, in merito alla pericolosità del Ponte in caso di terremoto, che un semplice principio di precauzione - da solo - suggerirebbe l'abbandono del progetto. In un territorio dall'altissimo rischio sismico, quale quello calabrese, le risorse dovrebbero essere destinate alla messa in sicurezza del patrimonio ambientale e architettonico, dovrebbero garantire la tutela di intere comunità potenzialmente a rischio distruzione, altro che Ponte sullo Stretto!

Ragioni trasportistiche, in terzo luogo. Le esperienze recenti a livello internazionale in tema di redditività dei collegamenti stabili non sono certamente incoraggianti. Un caso esemplificativo su tutti: l'Eurotunnel, il traforo sotto il Canale della Manica, dopo essere costato ai privati 14 miliardi di euro e, indirettamente, ai poteri pubblici altri 20 miliardi, nel corso degli anni ha accumulato miliardi di debiti. Tutti i dati, di fatto, convergono sull'assoluta anti-economicità di un'opera che - per ammortizzare il grande investimento effettuato - avrà bisogno di tassi di traffico e di movimentazione assolutamente sproporzionati rispetto all'attuale tessuto produttivo dell'area. Con la conseguenza - facilmente prevedibile - che nessun privato vorrà impegnare capitali propri in un investimento dai margini di profitto assolutamente dubbi ed incerti, e che sarà lo Stato a pagare i 6 miliardi di euro previsti (che sicuramente lieviteranno nel corso degli anni, mentre al momento ce ne sono soltanto 1,3) utilizzando prestiti e obbligazioni sul mercato finanziario e indebitando ulteriormente i contribuenti italiani per decenni.

Infine, sullo sfondo ma con un ruolo di protagonismo assoluto, le infiltrazioni mafiose, la "longa manus" di 'ndrangheta e mafia sull'ingente massa di risorse che saranno attivate con la costruzione del Ponte. Magistrature, forze dell'ordine, commissioni di studio e d'inchiesta: tutti gli organismi di analisi del fenomeno mafioso convergono sull'idea che il Ponte possa costituire un affare senza pari per le forze criminali, stante la pervasività e il radicamento delle cosche mafiose sul territorio calabrese e siciliano.

Da tutto ciò discende la nostra ferma e intransigente contrarietà al Ponte sullo Stretto, una contrarietà di merito, pragmatica e non meramente ideologica, una contrarietà che si nutre di numeri e di fatti oggettivi ancor prima che di ragioni ideali soggettive. Il Sud e la Calabria, letteralmente dimenticati dal Governo Berlusconi, scippati di risorse e di prerogative a tutto vantaggio dell'asse nordista Tremonti-Lega, hanno diritto di godere di serie politiche sociali ed economiche, capaci di progettare uno sviluppo eco-compatibile incentrato sulle risorse ambientali, culturali, antropologiche dei nostri territori e delle nostre genti. Infrastrutture stradali e ferroviarie di base, consolidamento e messa in sicurezza del territorio, valorizzazione delle energie alternative, rilancio del turismo e delle attività artigianali, lotta senza sosta alle infiltrazioni mafiose: questo è quello di cui la Calabria e il Sud hanno realmente bisogno, investiamo in questi settori le risorse che saranno richieste dal Ponte!

Per tutti questi motivi, sabato 8 Agosto Rifondazione Comunista - ad ogni livello - sarà presente alla grande manifestazione della Rete No Ponte che si terrà a Messina, nella convinzione che si tratti di un primo significativo passo nella ri-costruzione di un movimento di popolo che - negli anni scorsi - ha già dato prova della sua forza di mobilitazione e della sua capacità di egemonia. L'8 Agosto a Messina, insieme a tante altre forze della politica, del sindacato, dell'associazionismo, ecc. vi sarà anche la partecipazione del PRC di Reggio Calabria, nell'auspicio che calabresi e siciliani sappiano muoversi insieme in questa battaglia di civiltà, che sappiano costruire un "Città Metropolitana" del comune sentire e del comune agire.
Dobbiamo amare la nostra terra e la nostra dignità di meridionali: il NO al Ponte è il simbolo di un Sud che non si lascia più colonizzare, di un Sud che vuole essere protagonista autonomo di un nuovo modello di sviluppo.

Antonio Larosa
segretario provinciale Rifondazione Comunista/Sinistra Europea
Reggio Calabria, 29 luglio 2009

Strage alla stazione di Bologna. Due Agosto: Corteo della memoria fino a Piazza dell’Unità

NOI SAPPIAMO.
NOI NON DIMENTICHIAMO

«Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.»

Così incominciava il “Romanzo delle stragi” di Pasolini (1975). Ma in anni recenti, anche e soprattutto negli appelli alla verità fatti dai palchi e dagli scranni istituzionali, assistiamo al tentativo di trasformare la memoria delle stragi in una commedia, dove vengono messi in scena personaggi improbabili e continui depistaggi. Non potendo tutto negare, le dichiarazioni di rappresentanti di governo, così come i tanti libri recenti scritti da postfascisti e le cicliche rivelazioni giornalistiche al soldo del regime, tendono ad accreditare una verità dimezzata: furono alcune “menti bacate” neofasciste a promuovere la “strategia della tensione” e la violenza stragista degli anni Settanta.

Ma noi sappiamo qual è il loro gioco: nascondere e far dimenticare i mandanti e la finalità delle stragi, la loro genesi nelle istituzioni opache dello Stato italiano, dimostrata in tanti processi. Dalla strage di piazza Fontana del 1969 fino a quella di Bologna del 1980, l’Italia ha sperimentato infatti una lunga “strategia delle stragi” condotta da uomini degli apparati dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti. Quelle bombe contribuirono a reprimere il movimento operaio e studentesco: il loro scopo era quello di spaventare, di manipolare l’opinione pubblica, di promuovere con la violenza un “ritorno all’ordine”. E quei crimini sono effettivamente serviti per costruire un mondo più ingiusto, ipocrita e violento. Oggi è importante ricordare che lo stragismo fu di Stato. Non solo contro tutti i tentativi di depistaggio e di revisionismo, ma soprattutto perché la memoria diffusa è l’unico antidoto contro la possibilità che certi eventi possano ripetersi.

Per questo, in occasione dell’anniversario della strage di stato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, vogliamo ribadire, con Pasolini, che noi sappiamo e non dimentichiamo. Vogliamo ribadirlo soprattutto oggi che la repressione della diversità, delle lotte sociali, dei desideri di liberazione, dei diritti delle persone si fa sempre più violenta. E non intendiamo essere complici di chi, ancora una volta, utilizzerà l’anniversario di una strage per sdoganare il proprio criminale revisionismo e negare le complicità con il fascismo di ieri e di oggi.

Invitiamo le donne e gli uomini che considerano la memoria e l’antifascismo valori etici irrinunciabili a lasciare, dopo il suono della sirena alle 10.25, il piazzale della stazione e proseguire con noi nel “corteo della memoria” verso piazza dell’Unità.

Antifasciste e antifascisti (riunite e riuniti in assemblea il 27 luglio)

29 luglio 2009

Il lavoro dei Padri della Repubblica alla mercè di “illuminati” ministri alla Calderoli e di “eminenti” politici alla Borghezio!

Un “Pacchetto” con sicurezza di xenofobia

All’indomani dell’approvazione, al Senato, della versione definitiva del “Pacchetto sicurezza”, non si può non denunciarne il carattere oggettivamente xenofobo e razzista. Il giudizio trova un’indiscutibile conferma nei provvedimenti di carattere oppressivo - prima ancora che repressivo -adottati nei confronti degli extracomunitari e degli apolidi. A proposito dei quali, anche tralasciando di approfondire alcuni aspetti secondari, ma non meno esecrabili, non si può ignorare la vera e propria “perfidia” che traspare da alcune norme, apparentemente minori.

Risponde a questa logica, per esempio, l’aver stabilito che quanto previsto all’art. 61, numero 11-bis del codice penale - circostanze aggravanti comuni - s’intende riferito esclusivamente ai suddetti soggetti, illegalmente presenti sul territorio nazionale, che dovessero rendersi responsabili di un reato. Tra l’altro, rispetto a questa particolare disposizione - nel rinviare l’eventuale approfondimento agli esperti della materia - traspaiono con evidenza seri dubbi di costituzionalità laddove riserva l’applicazione delle aggravanti alla specifica nazionalità (extracomunitario) dl reo, piuttosto che a qualunque soggetto che si trovi illegalmente - a qualsiasi titolo - sul territorio nazionale.

Particolare accanimento traspare anche dall’inasprimento della pena (arresto fino a un anno, piuttosto che i precedenti sei mesi) e dall’aumento dell’ammenda (fino a euro 2 mila, rispetto alle 800 mila lire precedenti) a carico dello straniero che, senza giustificato motivo, non ottempera all’ordine di esibizione del passaporto, di altro documento d’identificazione o del permesso di soggiorno.

Non meno discriminante è l’aver previsto che il provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale del cittadino di uno Stato membro dell’Ue, è adottato, con atto motivato, dal Ministro dell’interno, mentre per l’espulsione dell’extracomunitario e dell’apolide è sufficiente un provvedimento del questore. Inoltre, gli stessi termini adottati, nel primo caso allontanamento, nel secondo espulsione, dimostrano l’esasperata applicazione del concetto di “diversità” utilizzato come discrimine rispetto alla nazionalità e, temo, al colore della pelle.

In sede di commento delle nuove norme: la prima riflessione è di carattere generale.
L’introduzione, nel nostro ordinamento, del reato di “immigrazione clandestina” rappresenta, in termini giuridici, un’evidente forzatura; conseguenza di una palese mistificazione politica: “L’immigrato non in regola con il permesso di soggiorno è un criminale a prescindere”, sulla quale la compagine governativa, in particolare la Lega, ha (da sempre) speculato, con evidente successo. Così facendo, si rende perseguibile un soggetto sulla base della semplice condizione personale (essere uno straniero), piuttosto che a seguito di comportamenti soggettivi, accertati da un giudice, da cui derivi un’oggettiva pericolosità sociale.

La conseguenza è che, attraverso una perversa semplificazione del tema “sicurezza”, si finisce col porre sullo stesso piano chi fugge (semplicemente) dalla fame o dalla guerra e chi, invece, delinque.
A questo proposito, sarebbe (anche) opportuno interrogarsi su quanto incidano - in termini di causa/effetto della deriva delinquenziale - proprio gli atteggiamenti e i comportamenti di sostanziale ostracismo e rifiuto, se non xenofobia e razzismo, adottati nei confronti dell’extracomunitario “di turno”; specialmente se di colore!
Insomma, è difficile non concordare con Lorenzo Prencipe, Presidente del CSER (Centro Studi Emigrazione Roma), quando afferma: “Migrare non è un crimine. E’ invece criminale un sistema economico-finanziario mondiale (l’11 per cento della popolazione mondiale consuma l’88 per cento delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere, salvo criminalizzarla una volta giunta a destinazione. La povertà non è reato”!

Le nuove norme, invece, per tanta parte della politica e per altrettanta della “società civile”, almeno per coloro che hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di dichiarare di condividerne la filosofia e le conseguenze - a differenza di quanti “in silenzio” ne approvano i principi o, ancora, vigliaccamente, non osano contrastarne l’applicazione - postulano che gli immigrati in condizione d’irregolarità sono tutti delinquenti; da perseguire con particolare rigore.

Una prima “chicca” del provvedimento, è rappresentata dall’entità dell’ammenda, da 5 mila a 10 mila euro, che punisce l’ingresso e il soggiorno illegale del cittadino straniero. Se non si trattasse di questioni così tragiche, che coinvolgono centinaia di migliaia di soggetti, ci sarebbe veramente di che “morire dalle risate”. Come si può (realisticamente) pensare, se non ai fini della ricorrente “politica dell’effetto annuncio”, di sanzionare così pesantemente soggetti che arrivano nel nostro Paese dotati solo della speranza di sopravvivere, o, se già lavoratori “a nero” - è il caso, ad esempio, delle migliaia di addetti impegnati in agricoltura e nell’edilizia - costretti, da “caporali” e imprenditori senza scrupoli, a lavorare 10 - 12 ore al giorno per salari di 500/600 euro?

La tragedia sfocia nella farsa, quando si precisa che la sanzione non si applica agli stranieri destinatari del provvedimento di “respingimento”. Almeno non si è arrivati a pretendere che l’immigrato clandestino pagasse due volte; la prima, per il passaggio attraverso una delle tante “carrette” del mare e la seconda, a favore di uno Stato (e di una “società civile”) sempre più minacciosi e meno ospitali!

Un’altra, intollerabile, disposizione, riguarda il divieto, per l’extracomunitario sprovvisto di regolare permesso di soggiorno, ma (eventualmente) inserito nella florida economia “sommersa” - mai adeguatamente e sufficientemente contrastata, almeno con pari tenacia e perseveranza - di operare incassi e/o trasferimento di fondi attraverso le agenzie specializzate del settore (money transfer).
Rispetto a questo punto: senza alcuna intenzione di offrire alibi o attenuanti a comportamenti (comunque) illeciti, appare evidente che nel nostro Paese -ciclicamente beneficiato, da Berlusconi e Tremonti, da provvedimenti di “rientro” (a costo quasi zero e in forma anonima) dei capitali illegalmente trasferiti all’estero e da condoni per reati fiscali e tributari - si è ormai consolidata una politica “persecutoria” nei confronti di soggetti particolarmente deboli.

Tra questi, tantissimi onesti lavoratori che - mal tutelati dalle leggi e “sfruttati”, grazie all’inerzia delle istituzioni preposte ai controlli - si troveranno nell’impossibilità di trasferire alle loro famiglie, nei paesi d’origine, i proventi delle loro fatiche. Nemmeno al più reazionario, fra gli amministratori statunitensi, era mai venuto in mente di impedire il trasferimento di fondi da parte dei milioni di messicani che continuano a varcare illegalmente il confine tra i due Stati!

Tra l’altro, la certezza di incorrere nel reato di soggiorno irregolare, produrrà l’effetto di ridurre ulteriormente le già modeste possibilità di denuncia dei datori di lavoro che impiegano mano d’opera extracomunitaria “in nero”. Uguale motivo impedirà, nei fatti, che extracomunitari irregolari denuncino eventuali reati commessi ai loro danni.

Non meno vessatoria, è la previsione dell’obbligo di dimostrazione della regolarità d’ingresso e di soggiorno nel territorio nazionale ai fini del godimento di una serie di servizi. Sono esenti dall’obbligo solo le prestazioni sanitarie e quelle relative alle prestazioni scolastiche obbligatorie. Rispetto a questo punto, rilevo la particolare “perfidia” messa in atto (anche) nei confronti dei figli degli “irregolari”. Infatti, l’applicazione della suddetta norma renderà loro impossibile il completamento di un regolare ciclo di scuola media superiore di secondo grado.
Questo perché, come ampiamente noto - in ossequio alla legislazione vigente - l’obbligo scolastico si esaurisce, nel rispetto dell’età anagrafica, al completamento del primo biennio di un qualsiasi istituto di secondo grado.

L’impossibilità di accesso ai servizi per il perfezionamento degli atti di stato civile, significherà, in pratica, non potersi rivolgere all’anagrafe per la registrazione di una nascita, di un matrimonio o di un decesso.

Inoltre, dopo l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, anche relativamente alla possibilità di accesso - senza alcuna conseguenza - al servizio sanitario nazionale, restano molti dubbi e non tutto appare scontato. Infatti, permane il problema relativo alla (eventuale) denuncia cui sarebbero tenuti gli operatori che, se pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, venissero a conoscenza di una situazione d’irregolarità. Questi soggetti - personale medico, infermieristico, ecc - ai sensi degli artt. 361 e 362 c.p. avrebbero, allo stato, l’obbligo di denunciare lo straniero della cui condizione d’irregolarità venissero a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni.

A mio parere, almeno in questo senso, in un clima di sostanziale incertezza e con il concreto rischio di affidare l’interpretazione delle norme alla discrezionalità dei singoli, è auspicabile una sorta di “patto d’onore” - tra tutti gli operatori del settore sanitario - allo scopo di assumere un impegno comune: “No, alla denuncia e alla delazione”! Quanto meno, per evitare le gravissime conseguenze sociali che potrebbero determinarsi a seguito di un’ampia (e diffusa) riduzione del ricorso alle strutture sanitarie pubbliche da parte dei soggetti non in regola. Penso, in particolare, alla pericolosa sottovalutazione di molte patologie polmonari, alla ricomparsa di alcune malattie infettive e alla tragica pratica degli aborti clandestini.

Un’altra novità, ancora tutta da scoprire, nell’attesa di uno specifico regolamento, è rappresentata dal c.d. “Accordo di integrazione” - articolato per crediti, come i “punti” previsti per la patente di guida - attraverso il quale lo straniero sottoscriverà l’impegno a perseguire, durante il periodo di validità del permesso di soggiorno, non meglio specificati “obiettivi di integrazione”. La perdita integrale dei crediti determinerà la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione dal territorio dello Stato.

C’è da inorridire di fronte alla sciagurata ipotesi che - nei prossimi centottanta giorni che ci separano dall’emanazione del regolamento - la determinazione degli elementi atti a soddisfare il raggiungimento degli obiettivi d’integrazione possa essere affidata alla fertile “fantasia padana” di illuminati ministri alla Calderoli e di eminenti politici alla Borghezio!
Trovo, inoltre, paradossale che la maggioranza di governo, dopo aver fatto il massimo sforzo e profuso tutto l’impegno possibile nell’alimentare una vera e propria psicosi nei confronti degli stranieri “di turno” - prima gli albanesi e i romeni, successivamente gli extracomunitari, specie se di colore o, addirittura, islamici - affermi che intende promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, con il reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società. Il tutto, in un Paese nel quale tanta parte dei cittadini è stata indotta a considerare l’immigrazione come una sorta di “flagello divino” e il cui Presidente del Consiglio dichiara, ufficialmente, di essere assolutamente contrario a una società multietnica!

In questo contesto, è eclatante l’assordante silenzio con il quale il governo ha accolto (e completamente ignorato) la Direttiva n. 2009/52/CE, del 18 giugno 2009, che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, al fine di contrastare l’immigrazione illegale.
Evidentemente, mentre nel Parlamento Europeo ci si pone il problema di contrastare efficacemente l’illegalità, ovunque essa si annidi, in quello italiano si preferisce “selezionare” i soggetti da perseguire.

L’amara sensazione è che, ancora una volta, nonostante i moniti e le (diplomatiche) pressioni esercitate dai più prestigiosi organismi internazionali e in palese contrasto con i principi universali, che attengono al rispetto e alla dignità delle persone, Berlusconi e & preferiscano continuare a operare in perfetta sintonia con le pulsioni più rozze (e, spesso, inconfessabili) dell’elettorato di riferimento.

Qualcosa, però, si può e si deve tentare. Sebbene amareggiati e delusi da una politica che stravolge consolidati principi di civile convivenza e “classifica” i cittadini in base all’origine e all’etnia, abbiamo il dovere morale di insistere affinché la civiltà giuridica del nostro Paese non sia ulteriormente mortificata. Tale sarebbe, ad esempio, la conseguenza del reato di “soggiorno irregolare” addebitato - con effetto retroattivo - a chi è presente in Italia da prima dell’entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza.

In questo senso, non può non apprezzarsi il giudizio critico con il quale il presidente Napolitano ha accompagnato fa firma del provvedimento. Anche se, personalmente, avrei considerato del tutto fondata la possibilità di rinviare alle Camere un testo che lo stesso Capo dello Stato ha definito “incoerente”, “privo dei necessari requisiti di organicità e sistematicità” e “contraddittorio rispetto ai principi generali dell’ordinamento e del sistema penale vigente”.

Evidentemente, a questo punto, non resta che sperare nel giudizio della Consulta, quando ne vaglierà la costituzionalità.

di Renato Fioretti
Collaboratore di Lavoro e Salute
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Testo già pubblicato, il 27 luglio 2009 sul sito on-line http://www.eguaglianzaeliberta.it/

Ribadire la storia della violenza statale e fascista, oggi che la repressione della diversità, delle lotte, dei diritti è sempre più violenta

Stragi di stato

Nelle piazze degli anni Settanta si denunciavano le “stragi di stato” gridando slogan come “Le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni” oppure “Piazza della Loggia, Piazza Fontana: mano fascista, regia democristiana”.


Oggi solo la prima parte di questi slogan comincia a essere una verità riconosciuta – a denti stretti – dai governanti attuali. “Alcune di quelle bombe erano di destra”, ha dichiarato il ministro Maurizio Gasparri a fine maggio.
Adesso che i conti giudiziari hanno visto archiviazioni e assoluzioni degli esecutori materiali, lo stato cerca di cancellare il ricordo dei mandanti. “In quella che è stata definita la galassia neofascista”, ha dichiarato ancora Gasparri, “c’era qualche mente bacata, che immaginando chissà quale palingenesi folle, pensava che si potesse realizzarla a colpi di scure”. Non dunque una strategia delle stragi, un uso calcolato della violenza, ma solo qualche “mente bacata”... Le dichiarazioni di Gasparri, così come tanti libri recenti scritti da postfascisti (ad es. Il sangue e la celtica di Nicola Rao o Io, l’uomo nero di Pierluigi Concutelli), tendono ad accreditare una verità dimezzata: furono alcune “menti bacate” neofasciste a promuovere la “strategia della tensione” e la violenza stragista degli anni Settanta.

La posta in gioco è oggi quella di nascondere e far dimenticare i mandanti e la finalità delle stragi: la loro genesi nelle istituzioni opache dello Stato italiano, dimostrata in tanti processi. Dalla strage di piazza Fontana del 1969 fino a quella di Bologna del 1980, l’Italia ha sperimentato infatti una lunga “strategia delle stragi” condotta da uomini degli apparati dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti.

Quelle bombe contribuirono a reprimere il movimento operaio e studentesco: il loro scopo era quello di spaventare, di manipolare l’opinione pubblica, di promuovere con la violenza un “ritorno all’ordine”. E quei crimini sono effettivamente serviti per costruire un mondo più ingiusto, ipocrita e violento. Oggi è importante ricordare che lo stragismo fu di Stato. Non solo contro tutti i tentativi di depistaggio e di revisionismo, ma soprattutto perché la memoria diffusa è l’unico antidoto contro la possibilità che certi eventi possano ripetersi. Crediamo pertanto che il 2 agosto sia importante una presenza di piazza autorganizzata e di base: o con uno spezzone nella manifestazione ufficiale, e/o con un’iniziativa autonoma il pomeriggio-sera come era stato proposto l’anno scorso.

Crediamo che si tratti di ribadire la lunga storia della violenza statale soprattutto oggi che la repressione della diversità, , delle lotte sociali, dei sogni di libertà, dei diritti delle persone si fa sempre più violenta.

da Assemblea Antifascista Permanente

28 luglio 2009

Cisl e Uil riducono il salario e i diritti contenuti nel contratto nazionale, regalando alle imprese enormi spazi di autoritarismo e discriminazione

Addio diritti, arriva l'«universalismo selettivo»

Universalismo selettivo. E' questa la definizione da brivido che il libro bianco di Sacconi dà dei nuovi principi che dovrebbero governare i diritti sociali. L'uguaglianza, sostiene il libro bianco, è vecchia e in ogni caso non più sostenibile né per i suoi costi nei servizi pubblici, né per le esigenze di competività che impone il mercato. Si può solo selezionare la scala e il valore dei diritti e assegnarli in base al merito.
Questa filosofia ispira tutte le scelte fondamentali di politica economica e sociale del governo, le decisioni delle imprese, la politica contrattuale della Confindustria. E' così che in realtà si affronta la crisi: aumentando ancora le disuguaglianze che l'hanno provocata.
Un ultimo esempio di questa impostazione lo abbiamo nelle università. Dove una classifica di "meriti" stabilita insindacabilmente dal governo stabilisce chi avrà e chi non avrà i soldi fondamentali per studiare e ricercare. Con il merito si giustifica tutto, ma la sostanza è che basterebbe sostituire a quella parola una più precisa: "discriminazione" e avremmo il significato reale di ciò che si fa. Il merito non serve a premiare i più bravi con un di più rispetto a quanto, secondo la Costituzione, dovrebbe essere garantito a tutte e a tutti. Il cosiddetto merito serve a discriminare proprio nell'accesso ai diritti fondamentali. Interpretano bene questa impostazione quei politici vicentini che sostengono che i presidi debbano essere solo del posto.
Se i diritti per tutti non ci sono più, bisogna selezionare. Contro i migranti prima vengono gli italiani, contro gli italiani prima vengono i padani. Contro i padani prima o poi verranno i padani con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Non c'è fine all'orrore che provoca la rinuncia ad affermare i diritti universali. Il federalismo accentuerà tutte queste discriminazioni. Già oggi abbiamo, di fronte ad una crisi uguale per tutti, venti diversi sistemi di cassa integrazione a seconda delle differenti regioni italiane. Il pacchetto anti crisi e tutta l'impostazione della prossima finanziaria si basano sulla scelta di ridurre le spese che possono garantire lavoro e diritti per tutti, selezionando, invece a chi dare e a chi togliere.
L'accordo separato sui contratti, che Fim Uilm e Confindustria, contro la Fiom, stanno ora applicando nel rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, trasferisce l'universalismo selettivo nelle relazioni sindacali. Si riducono il salario e i diritti contenuti nel contratto nazionale, regalando alle imprese enormi spazi di autoritarismo e discriminazione nella gestione delle aziende.
Così mentre si calano i salari del contratto nazionale, la Fiat taglia i soldi del premio aziendale e se i lavoratori si ribellano, come in particolare sta avvenendo a Melfi, è la stessa organizzazione degli industriali, la Federmeccanica, a chiedere la condanna di quelle lotte giudicate irresponsabili. La selezione, la discriminazione nei diritti fondamentali non possono che accompagnarsi a un attacco a fondo alla democrazia. Uguaglianza e democrazia vivono assieme e se si mina l'una si svuota profondamente l'altra.
E' abbastanza chiara la minaccia che il governo Berlusconi rappresenta rispetto alla democrazia nelle istituzioni fondamentali nella Repubblica. E' meno evidente invece che questo autoritarismo istituzionale si fonda su un'aggressione continua a tutti i diritti democratici diffusi. Gli industriali metalmeccanici vogliono imporre un contratto che riduce i salari e i diritti con un accordo separato con Fim e Uilm, che sono in netta minoranza tra i lavoratori. I quali, ovunque abbiano potuto farlo, hanno sonoramente bocciato la controriforma del sistema contrattuale.
Se si riducono i diritti si riducono anche gli spazi di democrazia per le vittime dell'ingiustizia. Per questo lo scontro contrattuale nei metalmeccanici, l'aggravarsi della crisi e l'attacco all'occupazione, le misure selettive e discriminatorie del governo sono un tutt'uno. E in autunno possono diventare l'occasione per un grande scontro sociale. Finora, con poche eccezioni, la politica ha totalmente subito la filosofia e la pratica della selezione sociale, volute dal governo e dai padroni. In autunno lo scontro ci sarà e la politica dovrà pronunciarsi.
Oggi non si difendono i diritti fondamentali se non con una lotta radicale in nome dell'uguaglianza sociale. Senza di essa la deriva verso una società mostruosa diventa sempre più forte. Per questo i piccoli compromessi e il moderatismo sono lussi che la difesa per la democrazia non si può più permettere.

Giorgio Cremaschi
Liberazione
26/07/2009

27 luglio 2009

Ciò che un tempo era considerato vergogna oggi è Legge. Ciò che un tempo era definito violazione dei diritti civili e sociali oggi è Legge

E' proibito

E’ proibito riunirsi in più di due o tre persone con bottiglie o bicchieri in mano per bere. E’ proibito bere dopo le 22.00. E’ proibito dare da bere anche del semplice vino a chi non ha compiuto 16 anni. E’ proibito ai non italiani di sedersi sulle panchine dei giardini pubblici. E’ proibito, sempre proibito e ancora proibito. Non c’è più limite ai paletti di confine tra il lecito e l’illecito, tra il morale e l’immorale, tra il giusto e l’ingiusto. Ogni delimitazione è subordinata a regolamenti di nuova stagione che si ispirano a quello che è il nuovo corso politico: l’ordine, la sicurezza e l’integrità fisica di ciascun autoctono di questa povera penisola, sempre più disgraziata e sempre più peregrina nelle sorti future.
Ai giovani milanesi viene messo un divieto: se hai meno di 16 anni non bevi neanche una goccia di vino nei locali pubblici, in qualunque bar, pub, discoteca, eccetera. A casa tua, ovviamente, fai quello che ti pare: puoi anche sbronzarti e poi metterti alla guida di uno scooter o di una moto e schiantarti a 100 km all’ora. Il divieto non riesce mai ad entrare in ogni meandro della vita delle persone: fatta la Legge, trovato l’inganno. Fatto il divieto trovato il modo di superarlo. Fatto il divieto, a me personalmente, viene sempre una gran voglia non di aggirarlo, ma di disobbedirgli apertamente, senza alcuna finzione o ipocrita scusa.
Se poi lo “stop” imposto dalle istituzioni è così apertamente inutile, come quello milanese, o stupidamente xenofobo come quello di qualche comune che vieta ai migranti di sedersi sulle panchine di un parco, in questi casi non solo vale la disobbedienza come reazione ma come regola costituzionale, come ripristino della vera legalità contro una normativa palesemente discriminatoria e ostativa dei diritti del singolo cittadino.
Le motivazioni che sorreggono le ordinanze di divieto sono dei piagnistei buonisti, o falsamente tali, che vorrebbero tutelare i giovani dall’abuso di alcol, evitare schiamazzi nelle piazze e nelle vie del Bel Paese, salvaguardare il decoro cittadino.
Il sindaco di Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona, dovrebbe spiegarmi se due o tre persone che chiacchierano e bevono una birra o una cola in un giardino, in spiaggia o davanti ad un bar sono un elemento di inquinamento del pubblico decoro o se sono magari anche l’embrione di una turbativa della quiete del paesino rivierasco…
Siamo al divieto continuo, per calmare le pulsioni securitarie della massa che si è spostata a destra e che vuole come imperativo categorico quotidiano la parola “punizione” al di sopra di ogni forma di comprensione dei fenomeni sociali, delle aggregazioni giovanili, degli istinti e delle passioni, dei sentimenti e delle emozioni.
Tutto viene soffocato tra le quattro mura di una catena di codici e codicilli che intasano il pantano burocratico con altra melma e provano a rendere più difficili i movimenti liberi delle persone.
Se poi è un immigrato a trovarsi in una di queste situazioni di nuovo sanzionamento, allora c’è l’aggravante della sua origine, dei suoi natali. Una discriminazione a cielo aperto che non indigna più molta gente se non chi, nonostante tutto e tutti, ha conservato un poco di criticità verso la vendita all’ammasso dei cervelli attraverso tv, internet e messaggi ripetuti goebellsianamente.
Ciò che un tempo era considerato vergogna oggi è Legge. Ciò che un tempo era definito violazione dei diritti civili e sociali oggi è Legge.
Gli artisti delle dipinture del nuovo razzismo e della sclerotizzazione della democrazia repubblicana si appellano anche ai regi decreti degli anni ‘20 e ‘30: quale fonte migliore se non quella fascista potrebbe ispirare questi soloni dell’autoritarismo a buon mercato? Come si potrebbe vietare ad un ragazzo che viene dal Marocco, ma che vive in Italia da un ventennio, di partecipare al concorso per entrare nell’Azientra tramviaria milanese se non rifacendosi alla norma benedetta dalla real casa Savoia per cui – ai tempi di Vittorio Emanuele III – occorreva la cittadinanza italiana come requisito equipollente agli altri per guidare un tram nella capitale del nord?
Questo giovane ha vinto, per ora, la sua battaglia: i tribunali di questa Repubblica caoticamente caduta a destra gli hanno dato ragione. Potrà concorrere ad essere un assunto dall’ATM, al pari di un italiano. Del resto, che differenza mai esiste tra un essere umano marocchino e un essere umano italiano? Solo il disonorevole leghista Salvini vede tutte le differenze del mondo e invoca un regime di sanità mentale per i giudici o il loro trasferimento nel paese africano.
Finché gente come Salvini potrà dire queste cose indisturbatamente non ci sarà stato alcun cambiamento nella direzione politica e sociale del Paese. Finché resteranno in vigore i divieti che abbiamo citato, uno dei quali introdotto a Bologna da quel grande democratico che è Sergio Cofferati…, ebbene fino a che tutto questo avrà luogo d’essere, la lotta per il ripristino della legalità costituzionale e l’abbattimento di queste norme fasciste e xenofobe sarà tutta ancora da fare, sarà tutta in salita.
Evitiamoci solamente le fatiche di Sisifo. Errori ne abbiamo già commessi in abbondanza. Per prima cosa ritroviamoci tutti in un grande momento assembleare, a vari livelli, per capire su quante forze possiamo contare, su chi è possibile fare affidamento, su come strutturare una federazione di forze comuniste e anticapitaliste che reagisca nei territori non con una presenza testimoniale a mezzo di volantini, con una comunicazione unidirezionale. Ma con una interazione vera, concreta, fattuale, che non abbia paura degli insulti e delle critiche, che si metta in gioco completamente e che sappia riconquistare il consenso attraverso l’apertura di contraddizioni a partire dal lavoro e dai suoi drammi quotidiani.
Senza questa prospettiva ogni cambiamento è mediocre, è di bassa levatura e, soprattutto, è altamente ininfluente.


di Marco Sferini
su Lanterne rosse.it del 25/07/2009

24 luglio 2009

Come definire questo Paese, dove si cerca "sicurezza" contro i migranti e si mette a rischio la vita dei lavoratori escludendo una legge di sicurezza?

Crisi della politica,

e della democrazia

In un breve e complicato discorso di un mese fa, il presidente Napolitano esortò a non confondere la crisi della politica (che c'è) con la crisi della democrazia (a suo parere inesistente) e indicò nelle istituzioni repubblicane un riferimento fondamentale al fine di evitare pericolose confusioni. Non è semplice districarsi. Cos'è la crisi della politica? È crisi di efficacia? Di credibilità e prestigio? È crisi morale o istituzionale? Soprattutto: può, in una repubblica democratica, darsi crisi della politica senza che la qualità della democrazia ne venga intaccata? In una democrazia, sinonimo di sovranità popolare, è essenziale il rispetto delle norme, a cominciare da quella fondamentale, che racchiude i principi-base del patto tra cittadini e istituzioni. Se accettiamo questo schema elementare, allora sembra difficile concordare con il presidente. La crisi è profonda e investe precisamente il fondamento della nostra democrazia. Limitiamoci a nominare pochi esempi.La Costituzione del 1948 è pacifista e l'Italia è in guerra da una quindicina d'anni. La Costituzione indica nel lavoro il fulcro della democrazia, considera il lavoro subordinato un soggetto unitario, meritevole di protezione e titolare di diritti inalienabili, e da oltre dieci anni i governi non fanno che ridurre tutele, cancellare diritti, accrescere precarietà e segmentare il lavoro dipendente. La Costituzione disegna un sistema politico a centralità parlamentare e allude a una rappresentanza proporzionale. Ma da un decennio non si fa che varare «riforme» elettorali e istituzionali che emarginano il Parlamento, introducono elementi di presidenzialismo decisionista e impongono una sorta di bipolarismo coatto tendente al bipartitismo, in violazione del principio di uguaglianza nel diritto alla rappresentanza.La legge sulla sicurezza, poi, privatizza una funzione-chiave della sovranità come la tutela della sicurezza sul territorio nazionale e re-introduce norme francamente razziste (si è puniti per quel che si è, non per quel che si fa) che ci riportano dritti al 1938. Il progetto TivùSat (di cui pochissimi giornali - tra cui il manifesto - hanno parlato) concentra nelle mani di un'unica persona (il padrone di Mediaset, presidente del Consiglio) il controllo del 96% della nuova piattaforma satellitare. Infine, il terzo scudo fiscale di Tremonti vara l'ennesima amnistia mascherata per gli evasori nel Paese occidentale che vanta il record assoluto di evasione fiscale. Uno dei fondamenti delle democrazie borghesi lega l'onere fiscale al diritto di rappresentanza. C'è da chiedersi se il fatto che in Italia il potere politico sia da tempo prerogativa dei grandi evasori e dei loro garanti non leda in radice questo principio-base. Ce n'è abbastanza per dire che la Costituzione somiglia sempre più a un venerabile simulacro, e il problema non si risolve certo rimuovendolo. Per parafrasare le parole di Napolitano, la crisi della politica c'è ed è grave proprio perché è in crisi la democrazia e le sue istituzioni. Resta da domandarsi dove nasca questa grave patologia. Una volta tanto non daremo tutta la colpa a Berlusconi e alla sua parte politica. Il problema nasce a monte. È il neoliberismo a scaricare un impatto eversivo sulla Costituzione. L'estrema subordinazione del lavoro dipendente; la privatizzazione delle istituzioni e della sfera pubblica; lo smantellamento del welfare; la guerra e la gestione razzista delle migrazioni, tutto questo è parte integrante della costituzione materiale del capitalismo neoliberista ed è l'esatto contrario del modello sociale inclusivo ed egualitario al quale guardavano i nostri costituenti. Se la Costituzione resta formalmente in vita mentre prende corpo una forma di governo autoritaria e oligarchica (che ricorda il progetto piduista), non torna allora utile il discorso del «doppio Stato»: l'ipotesi che, nel rispetto apparente della legalità costituzionale, si venga consolidando un diverso sistema di dominio improntato all'arbitrio e alla corruzione, plasticamente aderente agli assetti di potere di una società sempre più ineguale ed immobile? Dovessimo rispondere di sì, potremmo finalmente celebrare la nascita della famigerata «seconda Repubblica

Alberto Burgio
sul il manifesto 24/7/2009

23 luglio 2009

Di fronte a crisi drammatica e rischi istituzionali facciamo appello all'opposizione politica, sociale e sindacale: mobilitiamoci.

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

UNA MOBILITAZIONE FORTE E LARGA CHE SAPPIA REAGIRE A UN GOVERNO PARA-FASCISTA, GOLPISTA E ILLIBERALE
Di fronte ad un autunno che sarà chiaramente "caldo" e terribile sotto tutti i punti di vista, a partire da quello dell'occupazione, e di fronte a una crisi finanziaria ed economica devastante, rispetto alla quale il governo Berlusconi non sta facendo assolutamente nulla, se non varare provvedimenti inutili o puramente palliativi, come quelli sugli ammortizzatori sociali, finti e miseri, come il piano Casa, quando non direttamente e pericolosamente dannosi e negativi, come lo scudo fiscale, bisogna assolutamente riprendere le lotte e la mobilitazione. Ecco perché ci rivolgiamo a tutte le forze dell'opposizione politica e parlamentare, dal Pd all'Idv, e soprattutto alle forze dell'opposizione sociale e sindacale presenti e forti nel Paese, dalla Cgil alla sinistra sindacale, dai sindacati di base ai movimenti, lanciando un appello affinché di fronte alla crisi economica e, ormai, anche alla crisi istituzionale e politica che il Paese si trova ad affrontare senza paracaduti sia possibile lanciare, a partire dall'opposizione al Dpef, alla manovrina economica varata da Tremonti e alla prossima Finanziaria, una mobilitazione e un'opposizione sociale e politica che faccia sentire con forza e coraggio la propria voce contro questo governo di destra, illiberale e xenofobo, para-fascista e demagogo, che vuole pericolosamente svellere tutte le istituzioni e le libertà democratiche dell'Italia.


Ufficio stampa Prc-SE

21 luglio 2009

Presidente, davvero crede che noi critici non conosciamo la Carta Costituzionale? Ha o no il potere di non farla stracciare dai suoi nemici!

Governo Napolitano-Berlusconi?

Il Presidente della Repubblica fa sentire sempre più pesantemente la sua presenza nella politica italiana. In atto è occupato in una intensa trattativa per ottenere un testo "condiviso" della legge cosidetta delle intercettazioni. Ha ricevuto il Ministro e lo ha convinto a rinviare la presentazione del suo testo a settembre ed intanto esercita una intensa moral persuasion per arrivare ad un voto plebiscitario del Parlamento. La stessa moral persuasion non l’ha esercitata per la legge 733 b del 2 luglio scorso detta di "sicurezza" in cui molti passaggi richiamano le leggi razziali del fascismo e sulla quale la UE chiede chiarimenti.Sapeva che non poteva contrastare la volontà della Lega senza mettere in pericolo la stabilità del governo Berlusconi e si è limitato, dopo avere proclamato una delle più infami leggi della storia d’Italia, ad inviare una lettera piena di dubbi e di perplessità al governo che come sappiamo non cambierà niente. Mi sono chiesto perchè il Presidente è molto attivo sulla questione delle intercettazioni mentre non si è quasi mosso per la legge sulla sicurezza che introduce le ronde che possono diventare vere e proprie milizie private del governo ed il reato di clandestinità che peraltro scatta per le ragioni più diverse come per esempio il non avere la disponibilità di un alloggio e mi sono dato una risposta. A fronte della 733 c’è stata una opposizione parlamentare assai soft che ha votato favorevolmente molti passaggi cruciali della legge come quello relativo all’incrudelimento del 41 bis, Inoltre la legge riguarda una platea di gente povera, poverissima che va dai migranti ai clochard che saranno schedati dalle questure in segno del loro potenziale criminogeno. Viceversa, la legge per le intercettazioni coinvolge due importanti "categorie": la magistratura e la stampa come editori e giornalisti. Mentre con i migranti si possono ignorare principi del diritto internazionale e gli stessi diritti umani la stessa cosa non si può fare con i magistrati e il mondo dell’informazione il cui peso è rilevante e non può essere ignorato. Insomma, nei due casi, l’operato del Presidente ha tenuto ben presente gli interessi del governo e gli equilibri delle forze in campo. Non risulta che ci sia un richiamo di Napolitano a Berlusconi per il suo comportamento nel privato certamente poco decoroso per la carica di Presidente del Consiglio e che espone l’Italia al ludibrio della stampa estera. Ma il buon risultato dell’organizzazione del G8 è stato ipervalorizzato da lodi esplicite che, in qualche modo, segnalavano all’Italia la stima e la fiducia del Presidente al Capo del Governo. Io credo che a fronte di quanto si è saputo sui dopocena di Villa Certosa e di Palazzo Grazioli il Presidente avrebbe dovuto chiedere le dimissioni del Capo del Governo. Certo non sono stati commessi reati, ma ci sono delle regole che impongono ai funzionari dello Stato un comportamento ineccepibile anche nella vita privata. Non è forse il Capo del Governo un funzionario dello Stato dal quale riceve uno stipendio e domani una pensione? Infine la cosa che per me è la più grave è costituita dai continui appelli del Capo dello Stato alla "coesione". Appelli che hanno una stringente valenza politica dal momento che la maggioranza di centro-destra è straripante e spesso esercita una sorta di dittatura democratica e l’opposizione è minoritaria e non può arrecare alcun danno alla maggioranza che spesso si sottrae al confronto con voti di fiducia diventati abituali. L’appello alla coesione tra centro-destra e centro-sinistra non produce il bene del Paese che viceversa potrebbe aversi in una forte dialettica parlamentare capace di approfondire e sviscerare i problemi per trovare nel contrasto le soluzioni migliori. La coesione è complicità ed appiattimento, la dialettica è buona salute parlamentare e buone leggi. Non dimentichiamo infine che Napolitano è stato tutta la vita uomo della sinistra italiana, un comunista che ha combattuto tutte le battaglie dell’opposizione. La sua costante tutela quasi paterna del governo Berlusconi disorienta e frustra l’opinione pubblica civile e democratica del Paese e contribuisce a fare diventare la subcultura della destra "sentire comune" della opinione pubblica. Insomma, se l’Italia vedesse nella Presidenza un freno alla dittatura della maggioranza si avrebbero motivi di incoraggiamento per le battaglie democratiche per i diritti civili, il lavoro, il salario, l’avvenire dei giovani, il Mezzogiorno..... Invece tutta la produzione legislativa e politica della destra viene omologata senza alcuna discontinuità con la legislazione e la politica democratica che questo Paese ha avuto fino a non molti anni fa.
Pietro Ancona

20 luglio 2009

Dalle donne Fp Cgil - Fiom Cgil

Innalzamento età pensionabile nel lavoro pubblico: Fermiamo questa ingiustizia

Per la prima volta, con una straordinaria solerzia, il Governo accoglie i rilievi e risponde alle sanzioni dell’Unione Europea sull’uguaglianza tra donne e uomini, predisponendo un intervento legislativo che parifica l’età pensionabile delle lavoratrici del lavoro pubblico a quella dei colleghi maschi, passando dai 60 anni attualmente previsti a 65 anni.
Noi donne della FP CGIL e della FIOM CGIL diciamo NO e lanciamo un appello per fermare questo provvedimento perché:
in Italia le donne subiscono ben altre e più gravi discriminazioni: nell’accesso al mercato del lavoro, nelle opportunità di carriera, nella crescente disparità salariale, nelle condizioni di lavoro, nel progressivo aggravarsi del lavoro di cura conseguente ai tagli ai servizi sociali.
la possibilità di andare in pensione a 60 anni non è un obbligo, ma una libera scelta che le donne possono compiere, così come , se lo desiderano, già oggi possono continuare a lavorare fino a 65 anni e oltre come i loro colleghi maschi.
siamo convinte che l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del lavoro pubblico sia solo il primo passo di un Governo che vuole mettere mano all’intero sistema previdenziale, peggiorando i trattamenti per tutte le lavoratrici ed i lavoratori italiani, a partire dalla revisione dei coefficienti di trasformazioni. Questo è quanto chiede la Confindustria, che a più riprese ha sottolineato l’urgenza di applicare anche alle lavoratrici dell’industria l’innalzamento dell’età pensionabile prevista per le dipendenti del lavoro pubblico come primo passo per una riforma al ribasso di tutto il sistema pensionistico.
non accettiamo l’idea che il costo maggiore della crisi lo paghino le donne, tanto più che il provvedimento in discussione non prevede alcuna destinazione dei risparmi che si realizzeranno. Siamo convinte, al contrario, che l’obiettivo del Governo sia quello di fare cassa, semplicemente destinando le risorse a ripianare parte del disavanzo pubblico in continua crescita.
le crisi e le ristrutturazioni industriali sempre più frequentemente determinano esuberi, ovvero licenziamenti collettivi, che riguardano proprio lavoratrici e lavoratori cosiddetti anziani (45/50 anni!). Se si allunga l’età per andare in pensione si rende ancora più drammatica la condizione di disoccupazione di chi è considerata troppo vecchia/o per rimanere al lavoro e troppo giovane per andare in pensione.
l’innalzamento dell’età pensionabile frena l’ingresso delle giovani e dei giovani nel lavoro .
La crisi economica richiede invece che si dia risposta all’impoverimento delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati con misure volte a:
garantire l’aumento delle retribuzioni e delle pensioni, cominciando da quelle delle donne, sempre più esposte al rischio della povertà.
tutelare il diritto ad una pensione dignitosa per tutte le lavoratrici ed i lavoratori che rientrano completamente nel sistema contributivo, migliorando i rendimenti futuri delle loro pensioni in modo da garantire a tutte e tutti una copertura non inferiore al 60% dell’ultima retribuzione.
definire subito i lavori usuranti che diano diritto a donne e uomini ad andare in pensione anticipata rispetto alle condizioni di anzianità attualmente previste.
garantire una continuità contributiva ai milioni di giovani lavoratrici e lavoratori precari destinati, senza adeguati interventi, ad un futuro senza diritto ad una pensione dignitosa.
prevedere una diversa e maggiore valorizzazione contributiva per i periodi di maternità e di congedo parentale.
sviluppare una vera politica di pari opportunità che investa nei servizi pubblici, che sostenga le donne nel mercato del lavoro, che dia risposte al lavoro di cura, che allevi le donne dal peso di un doppio lavoro obbligato in tutte le fasi della vita.
Le donne della FP CGIL e della FIOM CGIL per questi obiettivi impegneranno le rispettive categorie ad iniziative di mobilitazione.



Prime firmatarie:
Rossana Dettori, Segretaria Nazionale Fp-Cgil Rosa Pavanelli , Segretaria Nazionale Fp-Cgil Franca Peroni, Segretaria Nazionale Fp-Cgil Laura Spezia, Segretaria Nazionale Fiom-Cgil Barbara Pettine, Fiom-Cgil nazionale Francesca Re David, Fiom-Cgil nazionale
Per adesioni

19 luglio 2009

Denuncia internazionale relativa alla Legge 733B sulla pubblica sicurezza. Analisi di una legge razziale approvata in Italia

Un importante documento di denunzia

Ai Deputati del Parlamento Europeo; ai Membri della Commissione Europea, del Consiglio d’Europa e del Consiglio Europeo; ai Membri della Corte Internazionale di Giustizia, del Comitato delle Nazioni Unite contro le discriminazioni, della Corte Penale Internazionale de L’Aja (in riferimento alla nostra denuncia protocollo n. OTP-CR-8/08 relativa a crimini contro l’umanità a carico delle Istituzioni italiane;
All’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani;
All’Alto Commissario ONU per i Rifugiati;
Ai Membri della Commissione ONU per i Diritti Umani;
Al Commissario Europeo per i Diritti Umani;
Ai Membri delle Assemblee Parlamentari e dei Governi dei Paesi dell’Unione Europea;
All’Organizzazione Mondiale della Sanità;
Alle organizzazioni per i Diritti Umani, contro il razzismo, la discriminazione delle minoranze e la persecuzione etnica
e all’attenzione del Consiglio Superiore della Magistratura
Oggetto: analisi del Gruppo EveryOne relativa alla recente approvazione da parte del Parlamento Italiano della Legge 733 B in materia di pubblica sicurezza, che compromette seriamente la parità di diritti fondamentali (tra cui l’accesso ai servizi pubblici primari, come l’assistenza sanitaria) tra immigrati e cittadini italiani, nonché limita seriamente la libertà personale e la sopravvivenza degli individui stranieri svantaggiati economicamente e socialmente, o bisognosi di protezione umanitaria, su suolo italiano.
Legge 733B, approvata dal Governo italiano, ratificata dal Parlamento e firmata dal Presidente Giorgio Napolitano
Il Parlamento italiano ha definitivamente approvato il disegno di legge 733 B in materia di pubblica sicurezza, varato dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dal Ministro dell’’Interno, Roberto Maroni, e dal Ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Questo nonostante le proteste di tutte le organizzazioni per i Diritti Umani, delle forze democratiche, della Chiesa cattolica e le forti perplessità del Consiglio Superiore della Magistratura. La Legge 733 B ha tutte le caratteristiche per essere definita senza indugi una legge razziale che va contro la Costituzione italiana, le direttive europee in materia di immigrazione e libera circolazione, la Carta dei Diritti Fondamentali dell’’Unione europea, le Convenzioni internazionali sui diritti umani, tra cui la Convenzione di Ginevra, la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, la Carta dei Diritti dei Popoli e la stessa Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Si tratta di un testo redatto su indicazioni della Lega Nord, un partito che, come fu per il Fascismo negli anni ‘20, ha raccolto negli ultimi tempi sempre più consensi tra la popolazione, e che si oppone ferocemente a una società multietnica; un partito che ha costruito i suoi successi elettorali grazie alla propaganda di ideologie xenofobe, omofobe e irrispettose delle altre religioni all’’infuori di quella cattolica – nonché degli usi e dei costumi dei popoli diversi da quello italiano – e al sostegno del Popolo delle Libertà, altro partito che recentemente ha assunto posizioni intolleranti, tanto che il primo ministro Silvio Berlusconi ha affermato: “Ho voluto fortemente questo decreto”.
La Lega Nord ha un’identità speculare a quella della Guardia Ungherese, che ha ottenuto un importante successo alle elezioni europee, ma è stata recentemente sciolta con un provvedimento della Corte di Appello di Budapest, per aver commesso atti discriminatori nei confronti della minoranza Rom magiara. La persecuzione messa in atto dalla Lega Nord contro i Rom in Italia non è certo meno efferata. La Legge 733 B introduce in Italia un’aberrazione giuridica: il “reato di clandestinità”, che equipara i migranti non comunitari che fuggono da povertà, carestie, guerre e persecuzione a delinquenti da perseguire ed espellere. I migranti senza permesso di soggiorno vengono puniti con un’ammenda da 5mila a 10mila euro, internati nei Centri di identificazione ed espulsione (carceri durissime, definite “lager” dallo stesso Berlusconi) e quindi deportati nei Paesi d’origine. Il decreto prevede che i migranti possano restare internati nell’’inferno dei Cie (dove maltrattamenti da parte dei secondini e atti di autolesionismo da parte degli internati sono all’’ordine del giorno, basti consultare il sito del Gruppo EveryOne, http://www.everyonegroup.com,/ o ricercare sul motore di ricerca Google i termini “pestaggio al Cpt” e “pestaggio al CIE” per rendersi conto della vastità del fenomeno) fino a 6 mesi, prima del rimpatrio.
i Cie attualmente operativi in Italia sono 10, per una capienza complessiva di 1.219 posti; si prevede che il numero dei posti disponibili nei Cie passerà dagli attuali 1.219 a 4.640 con i nuovi fondi stanziati dal Governo, ma il limite della detenzione, come prima ricordato, salirà da 60 a 180 giorni, con il conseguente rischio che la disponibilità dei posti si esaurisca presto. All’’interno dei Cie gli standard dei servizi garantiti alla persone ivi trattenute sono assolutamente insufficienti, ciò con particolare riferimento all’’assistenza sanitaria e psicologica, al servizio di orientamento e assistenza legale; alla qualità e al numero degli interpreti/mediatori; alla mancanza di spazi comuni per le attività ricreative e per la fase di ascolto mirato, alle camere sovraffollate e ai bagni insufficienti.
All’’interno dei Cie si registra inoltre la presenza di situazioni diversissime tra loro, sia sotto il profilo giuridico che sotto quello dell’’ordine pubblico nonché della condizione umana e sociale delle persone trattenute. Tale mescolanza, esasperata dalla elevata presenza di ex detenuti, penalizza in modo particolare gli stranieri a cui carico sussistono solo provvedimenti di allontanamento conseguenti alla perdita di regolarità di soggiorno, nonché di persone più deboli e vulnerabili e bisognose di protezione sociale che sono esposte a un clima di costante tensione e potenziale intimidazione interna agli stessi centri.
La Legge 733 B obbliga inoltre gli italiani alla delazione, in modo ancora più esplicito di quanto non prevedesse il regime nazista contro ebrei e Rom: i pubblici ufficiali, gli incaricati di un pubblico servizio, tra cui gli operatori e i dipendenti di aziende sanitarie e i presidi delle scuole pubbliche e private, sono – ai sensi dell’’art. 331 del codice di procedura penale – tenuti a segnalare il “clandestino” alle autorità. La nuova legge stabilisce che nessun atto di Stato Civile può essere eseguito senza permesso di soggiorno. Lo straniero non può più presentare denunce, neanche per abusi subiti. Non può testimoniare in tribunale per cause civili e penali e se tenta di accedere a servizi pubblici commette reato, secondo la nuova legge, e viene denunciato. I figli di stranieri “irregolari” non possono essere registrati all’’anagrafe e fin dalla nascita sono “clandestini” e non possono, di fatto, accedere agli asili, alle scuole, ai servizi pubblici e sanitari, mentre se accedessero alle cure ospedaliere sarebbero perseguiti assieme ai loro genitori e familiari in qualità di “irregolari”.
Vi sono già segnalazioni di madri e bambini morti perché malati gravemente e impossibilitati a recarsi presso presidi sanitari o terrorizzati di farlo, in quanto andrebbero incontro a gravi rischi di vedere smembrate dai servizi sociali le proprie unità familiari e di vedere perseguita penalmente la loro posizione sociale. In tal senso, una recente ricerca del Gruppo EveryOne nei principali ospedali di Roma (San Gallicano, Policlinico Umberto I, San Camillo Forlanini, Policlinico Tor Vergata, Ospedale Grassi di Ostia) e Milano (Niguarda, ospedale Maggiore Policlinico, San Paolo, San Carlo Borromeo) ha rivelato una diminuzione di quasi il 35% dei migranti che ricorrono alle cure di pronto soccorso, conseguentemente alla notizia dell’’imminente approvazione del provvedimento legislativo sulla pubblica sicurezza.
Nelle ultime settimane sono state registrate inoltre decine e decine di segnalazioni di violenze, sevizie e stupri contro migranti non denunciate per gli stessi motivi di cui sopra. La legge colpisce anche le famiglie povere dei migranti “irregolari” rimaste in Patria: non è più possibile, infatti, effettuare trasferimenti di denaro senza permesso di soggiorno. Vi sono italiani che si approfittano di questa situazione e speculano ignobilmente sulla condizione dei “clandestini”, con minacce e intimidazioni di varia natura. Senza permesso di soggiorno non ci si può sposare. Chi ospita o aiuta un migrante “irregolare” anche in condizioni tragiche, diviene colpevole di favoreggiamento dell’’immigrazione clandestina e perseguito duramente, secondo l’art. 1 della Legge 733 B: rischia da sei mesi a tre anni di carcere.
Il decreto trasforma anche i migranti regolari in cittadini di serie B, con l’istituzione di un Permesso di soggiorno a punti. Se il migrante non si “comporta bene” secondo le autorità, perde punti e quando il Permesso si azzera viene espulso. Questa realtà – connessa alla reintroduzione del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale – aumenterà la piaga degli abusi incontrollati da parte di autorità e istituzioni, i ricatti e le crudeltà contro gli stranieri in Italia. Si veda, a titolo di esempio:
http://www.stefanomencherini.org/ita/index.php?option=com_content&task=view&id=17&Itemid=31; http://www.informa–azione.info/torino_scontri_e_blocchi_per_il_presidio_dei_rifugiati;http://www.infoaut.org/torino/articolo/polizia–carica–rifugiat–di–cso–peschierache–rispondono/ ; http://napoli.indymedia.org/node/4936; http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/immigrati–3/protesta–massa/protesta–massa.html; http://www.informa–azione.info/milano_cronaca_di_un_pestaggio_nel_cpt; http://www.osservatorioantigone.it/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=1886
Per ottenere la residenza, elemento necessario al Permesso di soggiorno, lo straniero dovrà ottenere un certificato di idoneità alloggiativa. Se l’alloggio – già difficile da trovare in Italia, per un migrante, che speso deve pagare cifre esorbitanti in nero – non viene riconosciuto idoneo, il migrante diventa “irregolare” e quindi perseguitato ed espulso. I costi per espletare le procedure necessarie all’’ottenimento del Permesso di soggiorno e della cittadinanza italiana sono diventati esorbitanti. Il decreto, inoltre, autorizza l’istituzione di “ronde”, che di fatto sono milizie xenofobe, omofobe e razziste organizzate secondo le disposizioni della Lega Nord e di movimenti politici fuori–legge ma comunque considerati legittimi dal Governo Berlusconi e dalla maggioranza parlamentare italiana, come Forza Nuova, Azione Giovani e Fiamma Tricolore.
Fin dal momento in cui il decreto sulla sicurezza è stato approvato, il Gruppo EveryOne – che è impegnato a sottoporre agli organi giudiziari internazionali il testo del provvedimento, chiedendo che ne sia riconosciuta l’illegittimità di fronte alle norme internazionali che combattono la discriminazione sociale, i fenomeni di apartheid e razzismo – ha sottoposto al Governo due emergenze, da affrontare e risolvere nell’’immediato. La prima riguarda le 500mila badanti e i lavoratori “clandestini” senza permesso di soggiorno: per evitare di mettere fuori legge sia loro che i loro datori di lavoro, è importante regolarizzarli senza eccezioni con un’urgente sanatoria. Recentemente, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, on. Carlo Giovanardi, ha riconosciuto la gravità del problema, sollecitando un provvedimento d’’urgenza simile alla regolarizzazione attuata nel 2002 (prima dell’’entrata in vigore della legge Bossi–-Fini e dei decreti– flussi che ancora oggi paralizzano il sistema della regolarizzazione delle badanti). Di fatto, è l’ammissione che il testo del decreto, a partire dall’’introduzione del “reato di clandestinità”, approvato per compiacere la Lega Nord e le correnti xenofobe, non solo è una legge razziale, ma fa acqua da tutte le parti, sia sotto il profilo del diritto che sotto quello dell’’opportunità sociale. Temiamo che il governo regolarizzerà solo le badanti e le colf al servizio di italiani, per accontentare l’elettorato regalando loro vere e proprie "schiave".
La seconda richiesta posta dal Gruppo EveryOne al Governo italiano è una disposizione che ponga rimedio al diffondersi del panico fra i migranti, costringendoli a vivere la condizione di clandestinità nascondendosi per timore di essere denunciati, internati ed espulsi. Attualmente, migliaia di stranieri, gruppi familiari e singoli individui, vivono in tali condizioni, senza accedere a cure sanitarie in caso di malattia, senza segnalare alle autorità i nuovi nati, senza denunciare violenze e abusi subiti. Chi lavora “in nero” è spesso costretto a subire ricatti e soprusi, mancati pagamenti per le prestazioni e, nel caso delle donne, richieste di prestazioni sessuali da parte dei “datori di lavoro”. E’ una nuova forma di schiavitù cui hanno portato negli ultimi anni le politiche xenofobe e razziali delle Istituzioni, una schiavitù di Stato che è divenuta ancora più odiosa, incivile e inaccettabile dopo l’approvazione del ddl 733 B. Il Ministro della Semplificazione Roberto Calderoli ha riconosciuto recentemente il mercato del sesso che vede coinvolte come schiave di italiani migliaia di badanti, ma ha usato questa tragedia per la propaganda xenofoba, paragonando le vittime a prostitute.
Si veda: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=19629&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=
Un altro problema, verso il quale il Gruppo EveryOne ha protestato con altrettanta fermezza, è il rischio di epidemie cui il provvedimento sottopone sia i migranti che i cittadini dell’’Unione europea e del resto del mondo. La condizione di totale esclusione sociale cui sono costretti, in seguito al reato di clandestinità, gli stranieri “irregolari”, costretti a vivere nascosti, in condizioni igieniche tragiche, rende impossibile, nel caso insorgesse un’epidemia, qualsiasi azione di prevenzione, quarantena o azione sanitaria. Senza cure mediche, senza vaccinazioni e trattamenti adeguati, basta un’influenza atipica per mietere molte vittime e dare luogo a possibili gravi mutazioni. Per non parlare del pericolo–lebbra, una malattia che recentemente è stata segnalata a Milano e Genova. Le pronte cure, le procedure antiepidemiche e la quarantena hanno evitato il diffondersi del morbo, cosa che da oggi non sarà più possibile. Due casi di sospetta lebbra non curata a causa della paura di una denuncia sono già stati segnalati, ancora a Milano. Il pericolo epidemie, un’emergenza del mondo globalizzato di oggi, richiede necessariamente la fiducia nelle Istituzioni sanitarie da parte di tutte le categorie sociali. In caso contrario, si torna nel Medioevo, con i pericoli che ne conseguono. E’ l’ulteriore dimostrazione di quanto sia irresponsabile il provvedimento. Non si osa pensare a cosa accadrebbe in presenza di un virus terribile come l’Ebola, evento tutt’’altro che improbabile, considerato che perseguitati e profughi provengono spesso da Paesi in cui tale virus rappresenta un grave problema sanitario
Il Gruppo EveryOne, insieme a una rete di organizzazioni per i Diritti Umani e alle personalità politiche che continuano a rispettare la Costituzione e le normative internazionali a tutela dei diritti fondamentali dell’’individuo, ha chiesto al Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, di non firmare la Legge razzista, ma fino a oggi il Presidente ha assecondato, per paura o ignavia, la deriva in cui si trovano le Istituzioni.
Il Gruppo EveryOne ha altresì protestato affinché il Governo ponga immediatamente fine questa barbarie razzista, che rappresenta una vergogna nell’’Unione europea, la cui Carta dei Diritti Fondamentali e le cui Direttive indicano una direzione opposta: la realizzazione di una civiltà continentale fondata su tolleranza, accoglienza e Diritti Umani. A parte la voce del presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini e all’’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi , tuttavia, vi è una incresciosa unità di vedute – simile alla complicità che univa i gerarchi nazisti – fra le personalità politiche della maggioranza, che ormai ragionano con il “cervello xenofobo” della Lega Nord.
Il Gruppo EveryOne ritiene che senza una posizione forte da parte delle autorità internazionali, nonché degli altri Stati membri dell’’Unione, l’Italia si incamminerà irreversibilmente verso la creazione di uno Stato totalitario, governato da nuove leggi che rifiutano ogni conquista nel campo dei diritti civili e umani e diventerà presto (in parte lo ha già fatto) un pericoloso esempio per l’Europa. Anche le voci dell’’attivismo, in Italia, sono soffocate con arroganza e violenza: i leader del Gruppo EveryOne hanno subito ogni genere di intimidazione e minaccia, nonché azioni ostili da parte delle autorità, anche di livello elevato. Non a caso, essi sono fra i pochissimi europei invitati alla Piattaforma di Dublino 2009, sotto il patrocinio dell’’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, riservata agli attivisti in pericolo di persecuzione e di vita. Gli attivisti Rom del Gruppo EveryOne sono stati ripetutamente aggrediti, pestati – anche da forze di polizia –, minacciati, sottoposti ad appostamenti e pedinamenti; alcuni esempi:
http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2008/6/29_Milano%2C_Stelian_Covaciu%2C_pestato_ieri_sera_dai_poliziotti_e_minacciato_di_tacere.html; http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2008/6/22_Uomini_e_topi_in_divisa.html; http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2008/5/26_Cara_Europa._Appello_di_Rebecca_Covaciu_contro_la_persecuzione_dei_Rom_in_Italia.html
Non a caso l’attivista Mauro Zavalloni, dopo essersi iscritto al Gruppo EveryOne e averlo annunciato pubblicamente – con un esposto alla Corte di Strasburgo in cui menzionava il suo caso:
http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2009/3/10_TSO._Lettera_dellattivista_Mauro_Zavalloni_alla_Corte_europea_dei_diritti_umani.html
dell’attivistaè stato sottoposto ad aumento delle terapie coatte con psicofarmaci (Trattamento Farmacologico Obbligatorio), pur essendo persona sana ed equilibrata e non costituendo pericolo per la propria e l’altrui incolumità.
Riguardo alla Legge 733 B, sottolineiamo infine come essa ponga di fatto migliaia di migranti “clandestini” in mano alle mafie, loro unica speranza di avere un sostegno per sopravvivere. Rileviamo inoltre come il fenomeni dello sfruttamento, della riduzione in schiavitù, degli stupri e degli abusi sessuali, delle aggressioni e degli omicidi a sfondo xenofobo, delle sparizioni di minori, già gravissimi in Italia, aumenteranno a dismisura, colpendo individui già fragili, vulnerabili, emarginati ed esposti a mille pericoli. Il Gruppo EveryOne si augura che la richiesta di intervento urgente ad autorità e istituzioni internazionali non cada nel vuoto o non venga accolta solo attraverso ammonimenti, risoluzioni e inviti rivolti alle Istituzioni italiane, strumenti assolutamente inefficaci (come lo furono ai tempi di Hitler, quando le autorità risposero con messinscene e menzogne alle richieste di chiarezza sul trattamento riservato alle minoranze invise al regime). Contattando l’organizzazione internazionale per i Diritti Umani attraverso il sito web http://www.everyonegroup.com,/ si possono ricevere dossier, rassegne stampa, testimonianze e informazioni relativamente a quanto esposto.
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Per ulteriori informazioni: Gruppo EveryOne + 39 334 8429527 :: +39 331 3585406 http://www.everyonegroup.com/

info WAa everyonegroup.com


17 luglio 2009

Nel decreto del governo il messaggio è chiaro e tragico: il vero responsabile degli incidenti sul lavoro è il lavoratore stesso e non chi organizza

Appello a Napolitano:
non firmi il Dlgs sulla sicurezza sul lavoro

Egregio Presidente della Repubblica,
io credevo di averle sentite tutte nella mia vita, ma mai avrei immaginato di leggere questa notizia: "Si infortuna sul lavoro, l'azienda gli fa una contestazione disciplinare".
Questa vergognosa vicenda è accaduta, non in un'aziendina, ma alla Sirti, una grande azienda che opera nel settore delle telecomunicazioni.
In pratica, un operaio dello Stabilimento Sirti di Nardò, mentre prelevava un pacco da un corriere, indietreggiando, inciampava in un gradino, e si provocava un infortunio grave (trauma lombosacrale).
L'azienda gli ha inviato una contestazione disciplinare:
http://www.fiom.cgil.it/it/sirti/c_09_07_10-Sirti.pdf , invitandolo a discolparsi, altrimenti lo sanzionerà.

Considero il comportamento della Sirti molto grave, adesso siamo arrivati al punto che per fare prevenzione si punisce chi si infortuna, come se le aziende fossero immuni da colpe!
I vertici della Sirti si dovrebbero leggere attentamente le sentenza della Cassazione n 18998 del 6 maggio 2009, che ha stabilito che gli errori commessi dagli operai per gli infortuni sul lavoro, non cancellano la colpa dell'azienda.
Anche se questa contestazione disciplinare è priva di fondamento, questo è quello che purtroppo potrebbe succedere in tutte le imprese dopo l'emanazione del decreto correttivo al Dlgs 81/08 (testo unico sicurezza sul lavoro).

La Fiom-Cgil ha perfettamente ragione, quando dice in una nota sul suo sito web: "La Sirti, la Confindustria, il Governo tentano di intimidire i lavoratori, con il ricatto dei provvedimenti disciplinari, così da non far denunciare gli infortuni, che scompariranno come per incanto, diventando assenze per malattia e così permettendo alle aziende anche di risparmiare sul premio assicurativo dell'Inail"
Come ho detto più volte, questo decreto correttivo è una vera e propria controriforma della sicurezza sul lavoro.

Con la scusa di semplificare, il Governo Berlusconi stravolge il Dlgs 81 del 9 Aprile 2008, entrato in vigore il 15 maggio del 2008.
Tra le tante modifiche peggiorative (non dimentichiamoci che questo decreto correttivo modifica 136 articoli sul 306, compresi tutti gli allegati al Dlgs 81/08), l'abrogazione del divieto di visita medica preassuntiva da parte del medico di fiducia dell'azienda (art 41, comma 3, lettera a), che è in contrasto con l'art 5 della L300/70 (Statuto dei lavoratori), il sostanziale svuotamento della cartella sanitaria di rischio del lavoratore ( con modifiche e cancellazione di commi dell'articolo 25), tentativo di svuotamento del libretto formativo del lavoratore, eliminazione del riferimento alla direttive europee previsto dall'articolo 41 del Dlgs 81 per quanto riguarda la sorveglianza sanitaria, modiche all'art 42 del Dlgs 81, che riducono le tutele dei lavoratori inidonei alla mansione, la negazione di consegna all'Rls (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), la redazione del DVR a 90 giorni dall'inizio dell'attività produttiva, quando nelle aziende con significativi livelli di rischio è importante che la valutazione dei rischi preceda l'avvio delle produzioni, l'affidare al datore di lavoro la scelta dei criteri di redazione del DVR, secondo principi di "comprensibilità, semplicità e brevità, l'equiparazione dei volontari (art 3) ai lavoratori autonomi, con la conseguenza della loro sottrazione alla maggior parte delle tutele (i dpi e la sorveglianza sanitaria sarebbero a carico del volontario), si impedisce alle RSU (Rappresentanze sindacali Unitarie) di intervenire per quanto riguarda materie di loro stretta competenza (carichi di lavoro, turni, riposi notturni e settimanali, ferie, ecc) , e si demanda tutto ciò ai soli Rls.

In questo modo si nega ai lavoratori e alle loro rappresentanze il diritto di contrattare l'organizzazione del lavoro, determinando nel contempo l'isolamento dell'Rls, si cancella l'obbligo del datore di lavoro (articolo 18, comma 1, lettera aa) di comunicare all'Inail il nominativo (ove presente) dell'Rls interno, prevedendo in mancanza di questa comunicazione, che la rappresentanza sia esercitata dall'RlsT (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza Territoriale). Il Governo sostituisce tutto ciò con un meccanismo che prevede che siano i lavoratori a dover comunicare al datore di lavoro di non aver eletto il proprio Rls interno, poi il datore di lavoro comunicherà tutto ciò non più all'Inail, ma bensì agli Organismi Paritetici, che peraltro non sono ancora stati costituiti nella maggior parte del territorio nazionale.
Si attribuisce il potere di "assegnazione" dell'RlsT agli Organismi Paritetici, i quali sono per definizione espressione anche della parte datoriale, si sposta la maggioranza della risorse per gli RlsT (costituzione, formazione e attività) agli Organismi Paritetici, eliminando la quota di finanziamento proveniente da parte delle sanzioni.

Anche in questo caso di rischia di ridurre l'incisività degli RlsT e di snaturare il loro ruolo. Si da il potere agli enti bilaterali (art 2 bis) di certificare la corretta attuazione delle norme tecniche e delle buone prassi, dell'adozione dei modelli di organizzazione e di gestione delle imprese, si deresponsabilizzano di fatto i datori di lavoro o i dirigenti, che non risponderebbero della morte o dell'infortunio se l'evento è ascrivibile al fatto di un preposto, progettista, medico competente, lavoratore, lavoratore autonomo (art 15 bis), si riducono la maggior parte delle sanzioni per i datori di lavoro, i dirigenti e i preposti, mentre le si aumentano per i lavoratori (vedi articolo 59 decreto correttivo).
Anche qui il messaggio è chiaro, il vero responsabile degli incidenti sul lavoro è il lavoratore stesso e non chi organizza la produzione.

Il 24 giugno 2009 le Commissioni di Camera e Senato hanno dato parere positivo (anche se con diversi rilievi) alla schema di decreto correttivo al Dlgs 81/08, che adesso tornerà in CdM, che ne dovrà approvare una seconda versione, tenendo conto dei pareri espressi dal Parlamento e dalle Regioni (parere negativo).
La scadenza della delega rimane fissata al 16 agosto 2009, cioè, se per la mezzanotte di quella data il provvedimento non sarà firmato da Lei, decadrà.

La invito, dopo tutte le parole spese, chiedendo più sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, a NON FIRMARE ASSOLUTAMENTE QUESTO DECRETO LEGISLATIVO.
Se è coerente con le sue dichiarazioni, non può firmare questo Dlgs, che è un colpo fatale alla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.
Spero vivamente che raccoglierà questo mio accorato appello.

Marco Bazzoni
Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Operaio Metalmeccanico

16 luglio 2009

Appuntamento a Roma, sabato 18 luglio

Sabato prossimo a Roma Rifondazione Comunista, Comunisti italiani e Socialismo 2000 terranno l'assemblea costitutiva della Federazione della sinistra alternativa

Si tratta di un appuntamento importante, che segna una reale e significativa inversione di tendenza rispetto ai processi di frammentazione che hanno contrassegnato la sinistra negli ultimi anni. Un passo in avanti verso la ricomposizione che si attua nella migliore forma possibile in cui le sinistre oggi possono unirsi: la forma federativa, che preserva la ricchezza delle caratteristiche e peculiarità di ogni forza costitutiva ma al tempo stesso unisce i soggetti costituenti nella forza di un unico progetto politico.

La crisi sta mostrando una volta di più il volto distruttivo del capitalismo e delle politiche liberiste. Parimenti mostra il fallimento delle politiche socialdemocratiche in tutta Europa e del centrosinistra in Italia.
Nella debolezza dell'opposizione e della sinistra, la crisi sociale si impasta con la crisi della politica, producendo guerre tra i poveri che si esprimono in separatezza dalla politica, in astensione, quando non in consenso alle destre razziste.

Abbiamo quindi dinnanzi un compito tanto grande quanto necessario, quello di costruire un'efficace opposizione sociale, politica e culturale, in grado di proporre e rendere credibile un'uscita da sinistra dalla crisi, lungo una strada contrapposta alle ricette della destra e alternativa al liberismo temperato proposto dal centrosinistra. A tal fine è assolutamente necessario costruire un punto di riferimento politico della sinistra di alternativa, che abbia massa critica e programmi tali da risultare credibile per tutti coloro che stanno subendo e pagando la crisi e che si ponga l'obiettivo di aggregare tutte le forze politiche, sociali, culturali e morali che come noi sentono questa urgenza.

Riteniamo che gli elementi fondanti di questo processo di aggregazione siano principalmente quattro. In primo luogo una rinnovata critica al capitalismo globalizzato e alla sua tendenza alla mercificazione di ogni cosa e relazione sociale.

Occorre rimettere al centro la lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici che in questi decenni ha assunto caratteristiche barbariche e completamente inaccettabili: dalla disoccupazione strutturale nel mezzogiorno alla precarizzazione del lavoro alla sistematica compressione salariale, il lavoro è tornato ad essere pura merce, variabile dipendente di un sistema che ha glorificato il profitto.

Vogliamo ripartire dal lavoro nella piena consapevolezza che la lotta contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo o si connette strettamente alla lotta dello sfruttamento dell'uomo sulla donna e dell'uomo sulla natura oppure è incapace di proporre un'uscita dallo stato di cose presente. Per questo per noi la lotta per la liberazione del lavoro si deve connettere alla lotta contro la distruzione dell'ambiente, per i beni pubblici a partire dall'acqua e lo sviluppo di un consumo critico, alla lotta contro il sessismo e il patriarcato, per l'autodeterminazione degli individui e delle comunità.

Questa critica radicale agli assetti capitalistici implica una battaglia rigorosa per mantenere scuola, istruzione, conoscenza, ricerca e in generale i saperi al riparo dalla privatizzazione e dalla mercificazione: la lotta per la scuola pubblica è dunque prioritaria. In secondo luogo una forte opposizione al sistema bipolare che rappresenta la forma istituzionale con cui il pensiero unico ha cercato di sancire l'espulsione del tema dell'alternativa dalla politica.

La battaglia contro il bipolarismo, che tende a produrre l'impermeabilità delle istituzioni nei confronti del conflitto, un'alternanza tra simili e che nel concreto del caso italiano è il contesto in cui è nato e cresciuto il berlusconismo, è per noi un punto centrale. La costruzione di un movimento di massa per un'uscita da sinistra dalla crisi ha quindi nella battaglia per il proporzionale, contro ogni tendenza autoritaria, contro le mafie e i loro intrecci con la politica, il suo corrispettivo sul piano istituzionale.

In terzo luogo noi riteniamo che questo polo della sinistra di alternativa non possa essere costruito solo tra le forze politiche oggi esistenti ma debba coinvolgere a pieno titolo tutte le esperienze di sinistra che si muovono al di fuori dei partiti.

In questi anni larga parte di chi si è battuto a sinistra lo ha fatto al di fuori dei partiti e la possibilità di costruire una sinistra di alternativa degna di questo nome è possibile solo dentro una rinnovata critica della politica che veda una interlocuzione paritaria tra tutti i soggetti coinvolti.

In quarto luogo noi pensiamo che la sinistra di alternativa sia pienamente nel solco della storia del movimento operaio, del movimento socialista e comunista, del movimento femminista, GLBTQ e dei diritti civili, delle lotte ambientaliste, per la giustizia e la solidarietà, del movimento altermondialista. Nella lotta per la giustizia e la libertà delle generazioni che ci hanno preceduto, combattuta sotto le insegne delle bandiere rosse, della falce e del martello, noi riconosciamo la nostra storia e questa storia deve proseguire a partire da una rifondazione delle pratiche, delle teorie, delle forme organizzative.
La proposta che avanziamo trova la sua collocazione politica naturale nel contesto di tutte le forze della sinistra europea che si collocano a sinistra delle socialdemocrazie e che hanno ottenuto significativi consensi nelle ultime elezioni europee, come in Francia, Germania, Grecia, Portogallo, Olanda e nei paesi nordici.
In Italia la costruzione di un polo della sinistra di alternativa si rivela difficile sia per le divisioni a sinistra, e per il rischio che esse si vengano ora cristallizzando, sia per la volontà delle forze politiche rappresentate in parlamento di imporre un sistema bipolare chiuso, attraverso meccanismi istituzionali (clausole di sbarramento a tutti i livelli, discriminazione dell'accesso al servizio televisivo e al finanziamento pubblico), che aggravano ulteriormente gli effetti di leggi elettorali che contrastano con il principio del pluralismo rappresentativo e con la garanzia del pari diritto dei cittadini alla partecipazione politica.

Alla costruzione di un sistema bloccato, che assume i caratteri di un nuovo regime, Pd e IdV hanno mostrato di voler concorrere non meno dei partiti di centrodestra. E' necessario dunque un vero e proprio salto di qualità dell'iniziativa politica, ideale e sociale della sinistra di alternativa.
Proponiamo pertanto di dar vita a una Federazione unitaria che comprenda - oltre alle forze che hanno dato vita alla lista anticapitalista e comunista - tutti i soggetti politici, i movimenti e le persone che avvertono l'urgenza di affrontare insieme i compiti che ci sono davanti e che abbiamo prima indicato nelle linee generali.
Riteniamo indispensabile che la Federazione che proponiamo introduca profonde innovazioni nel modo di fare politica, a partire dai rapporti tra incarichi politici e incarichi istituzionali, per ricostruire una nuova etica pubblica, per consentire l'effettiva partecipazione di tutti gli aderenti alle decisioni e per ridare centralità alla pratica sociale.

Vogliamo discutere nel modo più diffuso e aperto della nostra proposta unitaria e a tal fine proponiamo quindi di vederci il 18 luglio alle ore 10 a Roma al Centro Congressi di via Frentani.

Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi, Vittorio Agnoletto, Margherita Hack, Lidia Menapace, Bruno Amoroso, Elio Bonfanti, Benedetta Buccellato, Elena Canali, Omar Sheikh Esahaq, Valerio Evangelisti, Barbara Fois, Haidi Giuliani, Rita Lavaggi, Maria Rita Lodi, Maria Rosaria Marella, Ibrahima Niane, Nicola Nicolosi, Gian Paolo Patta, Tonino Perna, Rossano Rossi, Nadia Sabato, Bassam Saleh, Raffaele K. Salinari, Laura Stochino, Ermanno Testa, Vauro, Mario Vegetti, Massimo Villone.

15 luglio 2009

Quando le pari opportunità e le norme anti discriminatorie vengono sfacciatamente utilizzate contro le donne. Dal governo e dall'opposizione ombra

No all'aumento dell'età pensionabile delle donne

È stata presentata alla Camera la proposta di innalzamento dell'età pensionabile per le donne della pubblica amministrazione, misura annunciata da tempo per rispondere alla richiesta di armonizzare l'età di pensionamento fra uomini e donne prevista dalla Corte di giustizia europea con una sentenza sulla parificazione dell’età pensionabile nel pubblico impiego. La proposta è contenuta in un emendamento al decreto anticrisi: con una crescita graduale dell'età pensionabile (un anno ogni due a partire dal 2010), si vorrebbe far scattare il tetto dei 65 anni a partire dal 2018. Non ricadrebbero nella nuova normativa, si legge nell'emendamento, le lavoratrici che al 31 dicembre 2009 abbiano maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia.

La Rete28Aprile ribadisce la posizione di assoluta contrarietà all’aumento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni. Ha davvero ragione, la Corte di Giustizia Europea a dire che le lavoratrici italiane sono discriminate, ma le cause sono strutturali e riguardano l'impianto sociale e economico nel suo complesso, dal mercato del lavoro ai servizi pubblici; dalla ineguale divisione dei compiti nei nuclei familiari fino ai rapporti nei posti di lavoro. Far passare come misura anti-discriminatoria l'aumento obbligatorio dell'età pensionabile - ora per le donne del pubblico impiego, domani per quelle del privato - è inaccettabile e di per sé discriminante.
Questo serve soltanto a fare cassa per pagare la crisi e non a aumentare le pensioni delle donne che, se sono le più basse, è appunto perché guadagnano meno, hanno carriere più difficili e percorsi più discontinui (non è un caso che la maggior parte delle donne accede alla pensione di vecchiaia e non di anzianità).

In un contesto di crisi come quello attuale, peraltro, l’aumento dell’età pensionabile non è soltanto una ingiustizia a danno delle donne, ma anche una stupidità economica perchè più si innalza l’età pensionabile, più aumenta il livello di disoccupazione.

13 luglio 2009
Rete28Aprile/Cgil

Interessante articolo di un ex ministro del lavoro USA. Gli stessi fautori della radiosa globalizzazione ne riconoscono le tragiche conseguenze

Una crisi diversa: i vecchi modelli inutili per capirla

I cosiddetti «germogli» della ripresa si stanno seccando sotto lo spietato sole estivo. In realtà l’intero dibattito sul quando e sul come la ripresa inizierà è impostato male. Da una parte vi sono i sostenitori della dinamica a «V» che guardano alle recessioni passate e concludono che più veloce è il crollo dell’economia, più veloce il suo rientro nei binari. E poiché lo scorso autunno l’economia è caduta da una scogliera, si aspettano che ruggisca a nuova vita all’inizio dell’anno prossimo. Da cui la forma a «V».

Sfortunatamente i Vuisti guardano alle recessioni sbagliate. Concentratevi piuttosto su quelle che iniziarono bruciando una gigantesca bolla speculativa e vedrete riprese lente. La ragione è che al punto minimo i valori dei beni sono così bassi che la fiducia degli investitori ritorna solo gradualmente. E qui dove entrano in gioco gli U-isti. Predicono una ripresa più graduale, in cui gli investitori rientrano nel mercato in punta di piedi.

Personalmente, non m’iscrivo a nessuno dei due partiti. In una recessione tanto profonda, la ripresa non dipende dagli investitori. Dipende dai consumatori che, dopo tutto, sono il 70 per cento dell’economia Usa. E stavolta i consumatori hanno preso una bella botta. Finché i consumatori non torneranno a spendere, potremo scordarci la ripresa, che sia a «V» o a «U».

Il problema è che i consumatori non riprenderanno a spendere finché non avranno soldi in tasca e non si sentiranno ragionevolmente sicuri. Ma i soldi non li hanno, ed è difficile vedere da dove possano venire. Non possono prendere in prestito. Le case valgono una frazione di quel che valevano prima e perciò scordatevi pure i ripianamenti del mutuo e nuove ipoteche. Un proprietario su dieci è sotto la linea di galleggiamento - cioè è debitore di più di quanto valga la sua casa.

La disoccupazione continua a salire e il numero di ore lavorate a scendere. Chi può, risparmia. Chi non può, sta acquattato, come è giusto. Alla fine i consumatori dovranno rimpiazzare auto, elettrodomestici e quel che hanno addosso, ma una ripresa non può basarsi sul rimpiazzo. Non ci si può aspettare che gli imprenditori investano senza una massa di consumatori che si precipita su nuova merce. E non ci si può affidare all’esportazione: l’economia globale si sta contraendo.

La mia predizione allora? Non una «V», non una «U», ma una «X». L’economia non può rimettersi nei binari perché i binari su cui abbiamo viaggiato per anni - salari piatti o in calo, debito crescente dei consumatori e insicurezza dilagante, per non menzionare l’anidride carbonica nell’atmosfera - non possono semplicemente essere sostenuti.

La «X» simboleggia un nuovo binario, una nuova economia. Come sarà fatta? Nessuno lo sa. Tutto quel che sappiamo è che l’economia attuale non può ripartire perché non può tornare dove stava prima del botto. Così, invece di chiederci quando comincerà la ripresa, dovremmo chiederci quando partirà la nuova economia. A seguire.

* Robert Reich è stato ministro del lavoro sotto Bill Clinton. Attualmente , insegna economia a Berkeley e il suo ultimo libro s’intitola «Capitalismo».

L’articolo che pubblichiamo è ripreso da «CommonDreams.org.»

14 luglio 2009

Sciopero dei blogger contro il bavaglio del governo Berlusconi

http://dirittoallarete.ning.com

12 luglio 2009

8 alieni recitano su un palco sospeso in aria, a terra c'è la vita reale di miliardi di sofferenti e morenti. Per loro, tante bastonate e poche carote

La commedia del G8 è finita? No, continua!

Il vertice del G8 è finito. C’è chi dice che è stato un fallimento. Chi un successo. C’è chi ha protestato perché lo considera illegittimo e chi ha sperato che assumesse decisioni importanti. Soprattutto, come al solito, in Italia tutto è filtrato attraverso lo stretto buco della serratura della politichetta italiana.
Bisogna andare con un certo ordine per discutere seriamente del G8. Proviamoci.

Che cos’è il G8? Questa può sembrare una domanda superflua. Invece la maggior disinformazione è proprio relativa alla natura e alla funzione del G8. Ci sono decine di giornalisti televisivi e della carta stampata oltre che parlamentari, politici, sindacalisti (anche di sinistra) che non sanno (o fanno finta di non sapere) che cosa sia veramente il G8.
Quindi vale la pena di tornarci.

Il G7 nasce all’indomani della crisi petrolifera del 1973, della decisione statunitense di rendere inconvertibile il dollaro in oro e della conseguente fine del sistema monetario dei cambi fissi. Nasce come incontro informale ed episodico affinché i paesi più industrializzati (cioè quelli con il PIL più grande in assoluto) possano discutere delle diverse instabilità nel campo dei prezzi petroliferi, della finanza e del commercio. Ne fanno parte USA, Gran Bretagna, Giappone, Francia, Germania, Italia e Canada. Ma “ne fanno parte” è un’espressione imprecisa perché il G7 è e resta un incontro informale. Al contrario che per tutte le altre istituzioni internazionali i paesi non firmano nessun trattato che preveda diritti e doveri e, grazie all’informalità, i parlamenti nazionali non hanno nessun diritto da far valere prima o dopo i vertici perché, appunto, si tratta di conversazioni informali. Le “decisioni” che vengono prese (e non possono essere prese che attraverso documenti scritti con il metodo del consenso non essendo prevista nessuna votazione a maggioranza semplice o qualificata) non hanno e non possono avere nessun sistema di sanzioni o controlli circa la loro effettiva applicazione.

Tecnicamente, quindi, non si tratta di decisioni bensì di “impegni”, di promesse e di intenzioni delle quali poi i singoli governi possono tenere conto a loro piacimento.
Diciamo pure che fino all’inizio degli anni 90, e cioè fino ad un importante cambio della natura del G7/G8, sebbene esistano istituzioni internazionali (per quanto ademocratiche o antidemocratiche come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) competenti nel campo dell’economia) il G7 si giustifica come riunione informale fra i 7 più ricchi per predeterminare gli orientamenti delle organizzazioni di cui sopra. Sia perché gli USA pur possedendo da soli di fatto il diritto di veto nel FMI sono interessati a costruire consenso intorno a scelte economiche e finanziarie in modo che il FMI non si paralizzi sia per egemonizzare l’altra trentina di paesi ricchi che fanno parte dell’OCSE. Inoltre, sempre negli anni 80, attraverso il G7 si discute, seppur informalmente, in un importante vertice dei paesi più ricchi, associando Giappone, Germania e Italia che non sono paesi membri permanenti e con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Negli anni 90 cambia tutto.
Il sistema del socialismo reale è dissolto e non c’è più angolo del pianeta estraneo al sistema capitalistico. La globalizzazione avanza. Le istituzioni e gli organismi economici e commerciali implementano una potente liberalizzazione dei mercati di beni e servizi, impongono politiche di ristrutturazione dei bilanci allo scopo di privatizzare tutto ed accompagnano ed in parte producono una violenta finanziarizzazione del capitalismo insieme ad una possente concentrazione del capitale. Basti pensare che dall’inizio degli anni 80 alla fine degli anni 90 le società multinazionali da 600 sono diventate 40.000 e che le principali 200 controllano più di un terzo di tutto ciò che si produce in industria, agricoltura e servizi. Questo processo colossale è e rimane in gran parte incompreso soprattutto per le sue conseguenze sociali, culturali e politiche. Ma non è questa la sede per affrontare un simile problema.
Una cosa, però, è certa.
Il G7 quando discute di economia, finanza e commercio assume la funzione di “aiutare” e favorire FMI, Banca Mondiale, OCSE e WTO nel lavoro di implementazione della globalizzazione capitalistica e soprattutto, ed è qui il cambiamento epocale, incomincia a discutere di politica. Il G7, cioè, discute di cose che sono di competenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di tutte le sue più importanti agenzie.
Proprio quando sarebbe logico, a 50 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e alla fine della guerra fredda, riformare l’ONU e soprattutto il Consiglio di Sicurezza, inizia un violentissimo attacco all’ONU (gli USA non pagano nemmeno più le quote loro spettanti). Il G7 inizia a concludere i propri vertici intavolando discussioni, anch’esse informali, con la Russia. Fino all’inclusione della Russia nel G8. Alla fine degli anni 90 il G8, nel corso della guerra contro la Yugoslavia che è iniziata senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza ne abbia discusso, si riunisce e “decide” le condizioni per mettere fine alla guerra. Al Consiglio di Sicurezza non resta che ratificare a posteriori.
Più chiaro di così si muore!

Sebbene il G7 continui a riunirsi per discutere di finanza senza la Russia il G8 è ormai diventato un direttorio mondiale che palesemente si sostituisce, svuotandola dei poteri più importanti, all’ONU. Questo aspetto della mutazione della natura del G8 è imperante tutt’ora.
Negli anni 2000 il G8, oltre a subire durissime contestazioni da parte del movimento no-global e da parte di diversi paesi poveri ed anzi, proprio per questo, tenta operazioni di immagine per contrastare l’impopolarità crescente. Si inizia proprio a Genova dove con una mano (internazionale) si reprime violentemente il movimento tentando di criminalizzarlo e con l’altra si “apre” ai paesi poveri. Ma anche le “aperture” sono ambivalenti.

A Genova, per esempio, si “decide” di istituire un fondo per la lotta contro l’AIDS. Ogni paese contribuisce volontariamente (al buon cuore), non si toccano i brevetti dei medicinali, facendo un bel favore alle multinazionali farmaceutiche e soprattutto si assesta un colpo mortale all’Organizzazione Mondiale della Sanità. In altre parole i ricchi si riuniscono, ascoltano le richieste di elemosina dei poveri, e siccome sono efficienti, al contrario dell’ONU, mettono subito mano al portafoglio. Un altro passo per il G8 direttorio mondiale è compiuto. Non importa se poi 5 anni dopo si scopre che i fondi ci sono solo in minima parte e quasi nulla si può sapere di dove sono finiti realmente. Tanto le “decisioni” del G8 non sono mica vincolanti per davvero!
Ma a Genova la manovra riesce solo parzialmente. Nel corso degli anni 2000 il G8 subisce le contestazioni (ed è per questo che non si celebrerà più in una grande città bensì in luoghi sempre più irraggiungibili) e soprattutto il processo di globalizzazione scricchiola. Il WTO non ha più approvato uno straccio di accordo commerciale perché ormai i governi, soprattutto quelli dei paesi cosiddetti emergenti, subiscono l’influenza della contestazione e non possono più firmare accordi capestro senza pagare le conseguenze in termini di consenso. La liberalizzazione del commercio decisa negli anni 80 produce le sue conseguenze sociali in termini di migrazioni bibliche, di precarizzazione e svalorizzazione del lavoro. Soprattutto in America Latina sorgono esperienze di lotta e di governo che cominciano a mettere in discussione con fatti l’egemonia capitalistica. La finanziarizzazione è fuori controllo dal punto di vista della dimensione del capitale speculativo e per le conseguenze delle sue crisi ricorrenti. Le guerre in corso, come prevedibile, non costruiscono stabilità ma al contrario raggiungono il vero obiettivo di distruggere l’ordine internazionale esistente.

Cosa fare di fronte a tutto ciò?
I governi dei paesi ricchi, se vogliono rimanere tali, devono inaugurare una nuova fase politica.
Per rimettere in discussione i capisaldi delle politiche liberiste e della guerra? No, nella maniera più assoluta. Riformando l’ONU e democratizzando il sistema di relazioni internazionali? Macché!
La nuova fase è semplicemente l’allargamento del G8 ai paesi “emergenti”, la celebrazione di G8 o 14 o 20 fa lo stesso di ministri competenti su tutto lo scibile umano assestando un altro colpo mortale alle agenzie dell’ONU e una bella operazione di immagine attraverso altre elemosine (finte o vere fa poca differenza).
Basta leggere i resoconti, per quanto superficiali e apologetici, delle discussioni e delle “decisioni” dell’ultimo G8 in Italia per rendersi conto che la “nuova fase politica” sotto l’egida di Obama è solo l’adattamento dell’immutata strategia di dominio del mondo.
Per carità, nessun protezionismo! Speriamo che si possa concludere il Doha round del WTO nel 2010! Mettiamo qualche regoletta alle transazioni finanziarie al fine di impedire che il sistema uccida se stesso ma senza (non sia mai!) mettere in discussione la dittatura del mercato. E, dulcis in fundo, elargiamo una ventina di miliardi di dollari di beneficenza (che in grandissima parte erano già stati decisi e mai versati). E tutto questo si fa meglio mettendo da parte l’unilateralismo di Bush, che pretendeva di battere strade che gli atri avrebbero poi dovuto seguire con le buone o con le cattive, e tornando al multilateralismo che piace tanto ad Obama e a quella parte della sinistra che in Europa ha sposato le politiche liberiste.
Intanto, che ne è del movimento che si oppone a tutto questo?
Nel mondo cresce in forza e consapevolezza. Si allarga ed influisce direttamente o indirettamente nelle politiche di un numero sempre crescente di paesi.
Ma in Italia, al netto delle idiozie sui numeri di manifestazioni in luoghi inaccessibili e in giorni feriali, sembra essere in crisi.

E’ passata, da Genova in poi, molta acqua sotto i ponti.
Una parte di coloro che furono a Genova oggi fanno parte della “Coalizione italiana contro la povertà”. Che io chiamo senza credere di esagerare la Coalizione dei servi. Oltre alla CGIL diverse ONG ed Associazioni della cosiddetta società civile, e che vivono però di finanziamenti pubblici, dopo aver per anni denunciato l’illegittimità del G8 ed aver sottoscritto documenti e proclami radicalissimi ai social forum mondiali ed europei, si sono ammucchiati con ACLI, UIL ed altre organizzazioni che ai tempi di Genova attaccavano durissimamente il Genoa Social Forum, con l’obiettivo di “pressare il G8”!
Sul sito di questa coalizione l’ultimo aggiornamento, oggi sabato 11 luglio, è relativo al seguente comunicato:
G8, GCAP:”BERLUSCONI CONSEGNA AI LEADER G8 L’APPUNTO RICEVUTO DALLA COALIZIONE IL 2 LUGLIO”.
“Per la Coalizione questo è un importante traguardo raggiunto, la pressione esercitata sul Governo ha funzionato. Ora il documento è nelle mani di chi ha la possibilità di tradurre le nostre proposte in scelte politiche efficaci. Se ciò non accadesse, sarebbe un ulteriore motivo per sancire l’inefficacia e l’inutilità di vertici come questo”.
Inefficacia? Inutilità?
Solo dei servi consapevoli di esserlo e dei mentitori patentati possono usare queste parole per un vertice che invece è efficacissimo ed utilissimo, anche se per altri scopi.
O credono davvero questi signori, alcuni dei quali per anni hanno detto che il vertice è illegittimo, che facendo una supplica ai potenti si possa ottenere la soluzione dei problemi del mondo?
Ma lasciamo perdere la miseria di chi tenta di legittimare il G8 pur facendo finta di chiedere cose giuste e di criticarlo blandamente.
Abbiamo ben altri problemi.
Il movimento in Italia c’è, se stiamo ai contenuti. Ma è diviso perfino sulle forme e sui tempi con cui manifestare. E’ inutile negarlo.
Oltre alle evidenti piccole logiche egemonistiche di organizzazioni che cercano spasmodicamente la “visibilità” fine a se stessa ed ottenuta con la ricerca del dettaglio che divide rispetto al molto che unisce, abbiamo soprattutto il prevalere dell’assolutizzazione di analisi e progetti incapaci di comunicare fra loro e che portano ad incredibili semplificazioni e alla prevalenza della discussione sui metodi di lotta (impropriamente esemplificativi delle differenze di progetto).
In altre parole pur essendo uniti dall’anticapitalismo e dalla critica del G8 sembra che a dover dividere sia il luogo e il tempo di una manifestazione.
Non è logico che sia così. Ed infatti non lo è.
Non c’è altra strada che unire politicamente e rispettare le pratiche diverse, come fu fatto saggiamente a Genova.
Non c’è altra possibilità se non quella di unire le campagne politiche contro il capitalismo contemporaneo alla lotta sociale quotidiana.
Non c’è speranza di risalire la china se non ritrovando una profonda coerenza tra contenuti anticapitalistici e comportamenti nella sfera istituzionale e nelle relazioni politiche.

ramon mantovani
http://ramonmantovani.wordpress.com/

11 luglio 2009

I sindacati stanno cambiando natura e si trasformeranno in una istituzione legittimata da governo e confindustria? Cisl e Uil fanno da battistrada

LE VIRTÙ DELLA RIGIDITÀ E L'ACCORDO SEPARATO

Il Financial Times ha ospitato recentemente un articolo del professor Paul De Grawe dell'Università di Lovanio che sin dal titolo - "La flessibilità cede il passo alle virtù della rigidità" - indica un cambio di paradigma. L'argomentazione, piena di buon senso e chiarezza, dovrebbe aprire una riflessione critica anche in Italia dove dobbiamo ancora sorbirci le ricorrenti prediche del professor Pietro Ichino.
De Grawe in sintesi spiega che in una deflazione da debiti, come quella in corso, se le istituzioni
sociali sono troppo flessibili - ad esempio le imprese possono licenziare facilmente e tagliare i salari senza indugi - gli effetti negativi saranno ampliati a dismisura perché le insolvenze si aggiungono una sull'altra senza freni, dato che la spinta alla pauperizzazione di vaste masse di lavoratori non trova freni. In tali circostanze sono necessari degli "interruttori" che siano in grado di fermare la spirale perversa, frenando il meccanismo cumulativo. Ebbene - udite, udite - i paesi con salari rigidi, buona sicurezza occupazionale e sociale sono più favoriti perché la deflazione da debiti trova un pavimento su cui fermarsi. Insomma la società non può impoverirsi oltre un certo livello e, aggiungo io, le aziende sono costrette più rapidamente ad aggiustamenti strutturali, piuttosto che scaricare il costo per intero sul lavoro.
Questa riflessione, di solare evidenza, cosa suggerisce sul tipo di rapporto tra capitale e lavoro che le presenti circostanze richiederebbero? La risposta quasi naturale è: un miglior bilanciamento dei rapporti di forza che sbarri la strada al capitale verso la sua naturale tendenza a scaricare sul lavoro il costo dell'aggiustamento, tendenza facilitata dall'oggettivo ricatto sui lavoratori che la crisi comporta.
Se giudichiamo, su questa base logica, il recente accordo separato tra la Confindustria, la CISL, la
UIL e l'UGL colpisce il fatto che esso si muove nella logica opposta. Uno dei principi ispiratori dell'accordo, di cui non si conoscono ancora le regole attuative, è quello della derogabilità, a livello
aziendale, di ogni accordo collettivo di livello superiore il che implica che quanto pattuito nei contratti nazionali ha il valore di una indicazione e non di un vincolo. Se poi si aggiunge che vi è una centralizzazione della disciplina negoziale che sbarra la strada alle iniziative dal basso è chiaro che il sistema di relazioni industriali funziona in una sola direzione: disciplinare i comportamenti del mondo del lavoro.
Infine si opera anche un ridimensionamento formale del ruolo e del peso del contratto nazionale
come momento redistributivo e difensivo dei salari con una riduzione della dinamica salariale grazie al nuovo indice di riferimento e a una diversa scansione temporale dei contratti. Tutto questo nel mentre nulla viene fatto per coprire quei milioni di lavoratori che sono fuori da ogni tutela negoziale e previdenziale.
Ne consegue che mentre la crisi raggiungerà il suo acme, il sistema di relazioni industriali amplificherà gli effetti perversi per chi ne è coperto e lascerà al freddo tutti coloro che non ne sono coperti.
Nel paese delle piccole e piccolissime imprese l'effetto devastante sarà quello di un uragano.
Sembrerà che le imprese ne trarranno un beneficio; in realtà é solo a breve termine e con effetti
perversi nel medio e lungo termine. Si favoriranno infatti strategie di sopravvivenza asfittiche e
senza futuro dato che sono basate su un taglio dei costi e sulla svalorizzazione del capitale umano
che rappresenta il valore principale per il futuro.
Le organizzazioni sindacali sembrano voler seguire l'antico principio di salvare l'organizzazione in
attesa di tempi migliori; purtroppo l'accordo non mette le organizzazioni al riparo dalla crisi ma ne trasforma il ruolo in modo così radicale da mettere in causa la loro legittimazione.

I sindacati infatti non possono essere, se non che cambiando natura, trasformati un una istituzione legittimata fondamentalmente dalle altre istituzioni.
La difesa dell'organizzazione, di fronte a ben altri pericoli e in altri tempi aveva un patos tragico, sempre con esiti negativi o dubbi.
Riproporla oggi vuol dire avvicinarsi pericolosamente all'esito predetto dalla vecchia massima che la storia si ripete sempre due volte, la seconda come farsa.

di Francesco Garibaldo
da "Granello di sabbia n°195 - Attac"

09 luglio 2009

Editoriale sulle leggi razziali contenute nel decreto "sicurezza" di questo governo fascioleghista

1939 - 2009

La definitiva approvazione, anche al Senato, del Ddl sul “pacchetto sicurezza” ha prodotto diffuse e articolate reazioni.
Si sono espresse le forze politiche di maggioranza ed opposizione, autorevoli commentatori e le più alte gerarchie ecclesiastiche; in particolare su aspetti specifici del provvedimento.
Personalmente, ritengo opportuno non intervenire nel merito; mi riservo di farlo (compiutamente) solo dopo la promulgazione del testo di legge.
Nel frattempo, credo (comunque) doveroso offrire alla discussione alcune riflessioni, di carattere generale, rispetto a un tema che si presta a valutazioni di carattere politico, etico e sociale; a prescindere, quindi, dalle reali conseguenze che scaturiranno dall’applicazione della nuova legge “ad excludendum”.
Non posso non rilevare, però - in estrema sintesi - la personale insofferenza verso una serie di misure oggettivamente discriminatorie che si prefiggono obiettivi (da sempre) perseguiti - con uguale determinazione - tanto dai leghisti quanto dai fascisti e tenacemente condivisi sia dai liberali “alla Berlusconi”, sia dagli ex democristiani “alla Buttiglione e alla Giovannardi”.
Dalle centinaia di migliaia di “badanti” senza permesso di soggiorno che, da un giorno all’altro, saranno fuorilegge, alla (probabile) impossibilità, per le donne extracomunitarie “non regolarizzate”, di riconoscere i figli nati nel nostro Paese!
Senza dimenticare la vera e propria “schedatura” di coloro che vivono - di norma, non per loro libera scelta - in case non in regola con i permessi edilizi e di sicurezza o in roulotte (come tante famiglie nomadi). Tutti questi soggetti saranno cancellati dai registri comunali dei residenti e iscritti in uno speciale registro dei “senza fissa dimora”.
Con tutto quello che ne conseguirebbe - secondo la vigente legislazione - in termini di perdita del prerequisito (residenza anagrafica in un qualsiasi comune del territorio nazionale) per accedere alle cure sanitarie, all’assistenza sociale, all’istruzione e all’esercizio del diritto di voto.
Rispetto al testo definitivo, una prima considerazione è relativa alle reazioni dell’opinione pubblica.
Da questo versante, bisogna prendere atto che, ancora una volta, i mass-media (televisivi e cartacei), salvo qualche rara e lodevole eccezione, hanno concentrato tutto sulla famigerata doppia equazione: clandestino = fuorilegge = pericolo sociale.
Si è trattato, in effetti, del prosieguo di una strategia politica che il centrodestra continua, con evidente successo, ad adottare in ossequio alla discutibile tesi secondo la quale la popolarità dei dirigenti politici e i successi elettorali si perseguono risvegliando negli elettori i più “bassi istinti” e sollecitando paure ancestrali - il “diverso”, “nemico in quanto tale” - piuttosto che richiamando il rispetto di principi universali quali: la salvaguardia dei diritti civili, sociali e culturali; l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e il rispetto delle libertà fondamentali.
Valori, questi, sempre ribaditi dalla legislazione internazionale ed europea che, evidentemente, (ancora oggi) - dopo che il nostro Paese ha offerto milioni di emigranti, sparsi ai quattro angoli del globo - faticano ad affermarsi; non solo in tante valli del bergamasco, del varesotto e del profondo nord-est, ma anche tra vecchi e nuovi fascisti e pseudo liberali!
In questo senso, è sconfortante assistere alla (sostanziale) supina acquiescenza con la quale la stragrande maggioranza dei nostri connazionali accoglie misure repressive che discriminano gli individui sulla base dell’origine etnica (extracomunitari) e della condizione sociale, oltre che culturale (nomadi e rom).
Personalmente ho la sensazione che Calderoli e &, abbiano operato l’ennesima “porcata”; confuso cioè, la “semplificazione dell’apparato legislativo italiano” con una personalissima e distorta riforma autoctona del Diritto internazionale ed europeo.
Cadono così, sotto il rude “spadone padano”: la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, la Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e decine di Direttive dell’UE che attuano il principio universale di parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza, dalla religione e dal sesso.
Il tutto, in palese spregio della civiltà giuridica del nostro Paese!
Tra l’altro, consapevole di operare una forzatura ma convinto sostenitore della necessità di “dare una scossa” ai nostri connazionali, rilevo che su di noi incombe il concreto rischio di ripetere una tragica esperienza.
Simile a quella che toccò ai tanti che non poterono (poi) sottrarsi alla responsabilità di non aver capito in tempo la funesta opera cui si accingeva il nazional-fascismo all’indomani della promulgazione delle prime misure restrittive (divieto di matrimonio con individui non “ariani”, necessità di consenso governativo per il matrimonio con stranieri, impossibilità per gli impiegati statali di sposare soggetti di nazionalità straniera) che, nell’ottobre del ’38, colpirono gli ebrei italiani.
Un altro punto dolente, che a mio parere merita di essere rilevato e approfondito, riguarda l’azione-reazione dei vertici della Chiesa cattolica al suddetto Ddl.
Personalmente, al pari di quanto avvenuto in occasione del penoso “caso Englaro”, dell’animato dibattito sul c.d. “Testamento biologico” e, ancor più, in occasione del varo della legge 40/04, sulla fecondazione assistita, mi sarei aspettato un intervento “in tackle” da parte dei vertici vaticani; in “tempo reale” rispetto al provvedimento in fase di elaborazione alle Camere.
A partire dal Sommo Pontefice che, all’epoca dei precedenti confronti, non tralasciava occasione per intervenire - in forma ufficiale e con tutto il peso “politico” del Suo Alto Magistero - nel dibattito che si andava svolgendo nel Paese e nelle sedi istituzionali.
Purtroppo, questa volta le cose sono andate in modo diverso!
E’ vero, contro la vergogna di queste norme xenofobe e razziste si è levata alta la voce di protesta di tanti semplici sacerdoti e la stessa Cei, attraverso le sue massime espressioni, ha reagito con durezza nei confronti del provvedimento di legge.
Peccato, dal mio punto di vista, che si sia trattato solo di una “reazione” (seppure dai toni molto fermi), piuttosto che di una “azione in itinere” che ponesse gli esponenti del centrodestra - in particolare i teocòn ed i c.d. “atei devoti” - (almeno) di fronte alle stesse responsabilità morali cui erano stati forzosamente richiamati nelle precedenti occasioni!
Tra l’altro, e si tratta di un (grave) particolare non irrilevante, in tutte le occasioni, gli stessi vertici della Cei, mentre esprimevano dure parole di dissenso nei confronti delle norme approvate in ultima lettura al Senato, ritenevano opportuno precisare che il loro parere non rappresentava la posizione ufficiale del Vaticano!
Se questo è vero, come purtroppo si evince dalla cronaca degli ultimi mesi, è difficile non concordare con il buon prete genovese, tale don Farinella, che contesta al cardinale Angelo Bagnasco - quale rappresentante delle più alte cariche ecclesiastiche - i silenzi e le omissioni che caratterizzano i rapporti della Chiesa di Roma con l’attuale governo e con il suo anziano (e licenzioso) leader!
In più, il coraggioso prete ritiene che tale atteggiamento rappresenti una recidiva perché fu usato lo stesso “innocuo” linguaggio, quando si trattò di affrontare i “respingimenti” degli immigrati “In violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica”.
E, se lo dice lui, chi siamo noi per dubitarne?

Renato Fioretti
collaboratore di Lavoro e salute

P.S. Il titolo non generi alcun equivoco. Trattasi di un intenzionale riferimento alle vergognose leggi razziali del 1938 - 1939.

06 luglio 2009

Un COMITATO SULLA STRAGE DI VIAREGGIO per fare giustizia e verità, una lotta che deve partire dalla riassunzione di Dante De Angelis

VI ALLEGO UN PEZZO SUI CARRI FERROVIARI AD ALTO RISCHIO A ROSIGNANO, CHE IL TIRRENO NON HA PUBBLICATO (SOLO OGGI CI SONO DUE RIGHE IN FONDO AD UN ARTICOLO CHE PARLA DEI CONTROLLI “RIGOROSI” DI SOLVAY. NOTATE CHE IL NUOVO SOTTOPASSO E’ STATO CONDIZIONATO PROPRIO DAL BRACCIO FERROVIARIO DI MANOVRA SOLVAY, E… NON RIESCONO A PASSARCI GLI AUTOBUS !!
LA LOTTA E’ LUNGA E DURA, MA ANCHE QUANDO ABBIAMO CHIARAMENTE RAGIONE, CI OSCURANO.
MAURIZIO MARCHI
Medicina Democratica


NOTTE DEL 29 -30 GIUGNO 2009
STRAGE A VIAREGGIO

Venerdì 3 luglio pomeriggio a Viareggio nei locali del dopolavoro ferroviario si è svolta l’assemblea sulla STRAGE A VIAREGGIO promossa dal Comitato di solidarietà e sostegno a Dante De Angelis, dal Collettivo lavoratori e lavoratrici della sanità di Massa e Versilia – Primo maggio.
Hanno partecipato decine di persone con la rabbia, scoramento, ed indignazione. Ci siamo affacciati dalla vetrata devastata del DPF da dove si vedeva il tratto ferroviario interessato all’esplosione, la cisterna, e di fronte le case devastate e annerite, la gente per strada nelle tende.
Si inizia con l’intervento toccante e commosso di Riccardo Antonini ferroviere: 22 vittime, decine i feriti ricoverati, di cui alcuni in condizioni disperate, profondo e sincero cordoglio alle famiglie delle vittime e dei feriti di questa immane tragedia.
La strage era stata annunciata dagli incidenti di questi mesi, non è stata una fatalità, ma una strage che per la prima volta interessa oltre ai ferrovieri, ai viaggiatori i cittadini che abitano lungo la ferrovia.
Al tavolo Dante De Angelis ferroviere licenziato perché ha denunciato le insicurezze nelle ferrovie, che la politica dei governi e di Trenitalia hanno prodotto in questi anni, riducendo il personale addetto al controllo e alla verifica, destinando risorse ingenti nell’alta velocità.
La lotta perché NON DIMENTICARE, la necessità di istituire da subito un COMITATO SULLA STRAGE DI VIAREGGIO per fare giustizia e verità, una lotta che deve partire dalla riassunzione del compagno Dante (il 26 ottobre si terrà l’udienza sul ricorso contro il licenziamento).
Trenitalia l’ad Moretti, il governo Berlusconi e il Ministro Matteoli vogliono addossare la responsabilità ad altri, alle regole europee fondate sulla liberalizzazione e privatizzazione di un bene pubblico il trasporto.
La sinistra che c’è non deve contro lasciare da soli i ferrovieri in questa lotta.
Il capostazione di Viareggio una donna, racconta: “che per fortuna siamo riusciti a non far chiudere la notte la nostra stazione, altrimenti due treni che sarebbero giunti alle 24 l’intercity e il regionale da Lucca, sarebbero entrati in stazione senza che la centrale operativa di Pisa potesse accorgersi di quello che stava succedendo con il merci deragliato………”.
Le domande dei ferrovieri:
E’ possibile far circolare in ferrovia, in mezzo alle città, queste bombe viaggianti ?!
E’ possibile affidarsi a ditte private (in questo caso straniere) che non fanno la necessaria manutenzione ai carrelli-cisterne ?!
E’ possibile permettere a questi treni merci di oltrepassare la frontiera senza accurati e approfonditi controlli ?!
E’ possibile che in pochi giorni, solo in Toscana, siano deragliati 3 treni merci ?!
E’ possibile che sempre in Toscana, in questi giorni, siano avvenuti altri 2 incidenti ferroviari (di cui uno ad un treno viaggiatori) ?!
Incidenti ripetuti e risaputi che per la buona sorte non hanno causato morti e feriti tra i ferrovieri ed i viaggiatori come, purtroppo, è avvenuto in altre circostanze.
Una storia che si ripete da anni (che i ferrovieri denunciano da anni !) e che la direzione dell’azienda Fs (Moretti e Cipolletta) ha coperto, mascherato e falsificato, arrivando perfino ad infangare la memoria dei ferrovieri morti come responsabili degli incidenti.
Sul caso di Viareggio, sono talmente scoperti, che non possono farlo; ma già stanno provvedendo a scaricare le loro responsabilità unicamente alla ditta privata. Come se chi si affida ciecamente a questi profittatori della vita di lavoratori, viaggiatori ed ora anche della vita dei cittadini, non avesse responsabilità e colpe !
Vogliono di cacciare dalla ferrovia, con il licenziamento, delegati addetti alla sicurezza eletti dai lavoratori, perché denunciano la mancanza di sicurezza in ferrovia. Da quel licenziamento, e dai provvedimenti disciplinari successivi nei confronti di altri ferrovieri, sono avvenuti altri incidenti che non fanno che confermare la giustezza di quelle denunce per prevenire effettivamente incidenti e stragi.
Per questo, proprio per rispetto dei morti e di chi sta soffrendo in queste ore, dobbiamo dire la verità: è stata una strage annunciata.
Intervenendo per la segreteria regionale portando il cordoglio per le vittime e per le loro famiglie, e sostenendo ogni iniziativa delle compagne e compagni ferrovieri, ho espresso la nostra preoccupazione per gli ALTI RISCHI le merci di GPL sono stoccate alla Scalo del Calambrone una zona considerata a RISCHIO A la quarta in Italia dopo: Ravenna, Maghera, Agusta e Priolo a Genova, un territorio interessato da industrie petrolchimiche.
Infine se una piccola e devastante nube di GPL ha devastato una parte di città, pensate cosa potrebbe succedere che il RIGASSIFICATORE OLT in costruzione a poche miglia dalla costa subisse un incidente e si sprigionasse una nube di metano?

Per questo abbiamo in quella sede lanciato l’iniziativa dando appuntamento
ALLA FESTA DI LIBERAZIONE A MARINA DI PISA
VENERDI 17 LUGLIO ALLE ORE 21

Purtroppo la Cgil è imprigionata dal legame col PD che ha stretti legami anche con Cisl e Uil, i due sindacati più governativi e confindustriali

La rottura con la Cisl di Bonanni
è strategica

Il segretario della Cisl ancora una volta adotta il linguaggio antico del sindacalismo rinunciatario. Su Il Sole-24 Ore elogia il governo, si allea con le aziende, rifiuta qualsiasi manifestazione. Siamo al punto che la Cisl si rifiuta persino di scioperare con Cgil e Uil dopo la strage di Viareggio. (...)
Con Bonanni la Cisl è diventata il sindacato più moderato e remissivo d’Europa. La sostanza è che c’è un evidente patto politico-sindacale che lega la presidenza della Confindustria - meglio ancora la sua vicepresidenza – Berlusconi, Sacconi e Bonanni.
Questo patto politico-sindacale porterà rapidamente ad accordi separati su tutti i principali contratti, che - nel paese con i più bassi salari d’Europa - produrranno risultati al di sotto dell’inflazione e, in ogni caso, tra i più bassi della storia sindacale degli ultimi trent’anni. Si andrà a una degenerazione delle normative contrattuali fondata, invece che sul tanto propagandato decentramento della contrattazione, sulla massima centralizzazione. Aldilà della forma, saranno in tre - Sacconi, Bonanni e Bombassei - a firmare tutti i contratti separati.
Questo mentre la crisi sociale si aggrava e le ingiustizie distributive crescono vertiginosamente, come dimostrano anche gli ultimi dati sugli stipendi dei grandi manager. E’ chiaro che a questo punto il conflitto sociale che si prepara e che sarà inevitabile, vedrà il più delle volte la Cisl non nel campo della lotta, ma sul banco degli accusati, per la complicità praticata con governo e Confindustria.
Per la Cgil questo significa inevitabilmente la definitiva conclusione di una fase di rapporti unitari e la necessità di trovare un'altra strada, sia nel rapporto con le lavoratrici e i lavoratori, sia in quello con gli altri sindacati.

Giorgio Cremaschi
segreteria nazionale fiom/cgil
Roma, 2 luglio 2009

04 luglio 2009

Nasce una copia legale della P2 per portare a compimento il progetto della P2 di Gelli e Berlusconi? Impressionano nomi come Ciampi e Grasso

La lobby degli "a-partisan"
"Italiadecide": ma che cosa?
E per conto di chi?

Oggi Italiadecide presenterà alla Camera il suo rapporto sulle infrastrutture al cospetto di Giorgio Napolitano, Capo dello Stato.
Italiadecide è un'associazione che il suo portavoce, Luciano Violante, definisce a-partisan. Quello che la caratterizza è l'essere composta da personaggi provenienti da tutte le formazioni politiche, che hanno ricoperto o ricoprono alte cariche istituzionali, o nelle principali aziende italiane. Quasi tutti, poi, appartengono anche ad altre associazioni molto esclusive: c'è Giulio Tremonti (presidente Aspen Institute Italia e membro del Bilderberg ), Gianfranco Fini e Alessandro Campi (presidente della Fondazione di Fini FareFuturo ); c'è l'immarcescibile Giuliano Amato (dell' Aspen Institute Italia e della Fondazione dalemiana Italianieuropei ) con Roberto Calderoli (ministro della Semplificazione normativa) e Carlo Azeglio Ciampi; c'è Gianni Letta il Richelieu di Berlusconi. C'è il ministro dei Trasporti Altero Matteoli, c'è Mauro Moretti amministratore delegato di Ferrovie Spa con Massimo Sarmi delle Poste; c'è Fulvio Conti dell'Enel: c'è il molto discusso banchiere di Unicredit Alessandro Profumo, con il banchiere Pellegrino Capaldo; il vicedirettore generale dell'Ocse Piercarlo Padoan, Angelo Maria Petroni, segretario generale dell' Aspen Institute Italia e consigliere Rai.
Dell'associazione fa parte anche il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, molti giuristi tra i quali Vincenzo Cerulli Irelli (socio promotore). Ma c'è anche il "sociologo" delle moltitudini Aldo Bonomi (il cui ruolo nella fuga del terrorista Gianfranco Bertoli è nella vicenda ricostruito dalla sentenza del marzo 1980 del giudice Antonio Lombardi).
Infine c'è anche Antonio Catricalà, dell'Autorità garante della concorrenza. Insomma uno schieramento molto eterogeneo ma certo non a-partisan.
Luciano Violante è una figura che in passato ha aperto la porta a svolte revisioniste nel nostro Paese. Ricordiamo le reazioni dei partigiani al suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera nel 1996, quando aveva sdoganato i repubblichini dicendo: «Dobbiamo capire i vinti di Salò».
Sul Corriere della Sera del 23 giugno Violante ha presentato l'associazione dichiarando: «Intendiamo affrontare i temi chiave del futuro del Paese, partendo dalle difficoltà della decisione politica. Ci occupiamo del modo di decidere meglio e con rapidità e di eseguire tempestivamente le decisioni prese. Per questo è necessario un luogo ove i diversi mondi delle istituzioni, dell'economia, della finanza, del lavoro, dell'università possano comunicare tra loro intorno a temi concreti. Fino a quando resta la incomunicabilità tra questi mondi il Paese non esce dalle secche in cui si trova».
Ma il luogo istituzionale dove questo tipo di incontri ha titolarità per svolgersi, è il Parlamento e preoccupa non poco pensare che la soluzione per "uscire dalle secche" sia offerta da un'associazione che ha al suo interno anche il ministro della Semplificazione normativa. Perché non si capisce più quali sono i ruoli e quali sono le competenze di questa associazione e le domande che ci si pone, cercando di definirne i contorni, sono: siamo di fronte a una superlobby in grado di esercitare una doppia pressione sul Parlamento, dal suo interno e dall'esterno? Siamo di fronte ad una "mutazione" di alcune parti del Parlamento che operano contro il proprio stesso modo di operare e quindi in violazione della Costituzione?
E soprattutto chi ha dato a questa associazione la titolarità per rappresentare istanze così importanti e così urgenti da oltrepassare ogni tipo di Commissione o qualsiasi forma di rappresentanza eletta?
Nemmeno i think tank americani hanno un tipo di struttura come quella di Italiadecide , ha spiegato Furio Colombo su Micromega : «Mai i politici attivi in Parlamento, meno che mai nel governo, possono partecipare a un think tank » perché hanno già strumenti "molto pesanti" per esprimersi e, dunque, continua Colombo: «Niente mix fra studiosi e politici, tra tecnici e titolari del potere». Formule come quella di Italiadecide sono più riconducibili alle pratiche della massoneria, che crea camere di discussione e di mediazione all'interno dei poteri forti, che nulla hanno a che vedere con la democrazia rappresentativa.
Ma anzi pongono il problema, mai abbastanza approfondito dai partiti della sinistra, sull'eterodirezione della politica.
E ripropongono la questione forte della difesa della nostra Costituzione, che racchiude l'idea di società che vogliamo costruire ed è l'alimento necessario per rivitalizzare le classi subalterne e per sconfiggere - come diceva Gramsci - il "sovversivismo dall'alto delle classi dirigenti" che ha bisogno della "passivizzazione delle masse" e della "eterodirezione".
Violante chiama la parte più qualificata della borghesia a stringersi in un'avanguardia perché: «un Paese moderno e democratico ha bisogno di élites, ripeto, di persone che per il livello delle esperienze fatte, o di quelle che stanno facendo o per le competenze acquisite nei campi più diversi sentono di avere una responsabilità nei confronti del Paese e del suo futuro. E intendono tener fede a questo dovere».
Ma elaborare la politica in luoghi ristretti ed elitari, e presentarsi come il luogo dove si decide, così come dall'intestazione dell'associazione, ha molta assonanza con il punto 3 del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli: «Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l'etereogenità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unità… Importante stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale».
Furio Colombo ha concluso il suo articolo per MicroMega in cui spiega perché negli Usa associazioni di questo tipo non sono permesse con questa domanda, che ci sembra molto pertinente: «Come sarà venuto in mente ai nostri amici, progressisti e conservatori felicemente insieme che, invece, in Italia si può fare?».



Paola Baiocchi
Andrea Montella
Liberazione
02/07/2009

03 luglio 2009

Golpe Honduras. Figlio di immigrati, ex militare, imprenditore e politico, è isolato dal mondo

Micheletti, il golpista bergamasco che sogna di fare il presidente

E' di Bergamo. Ha iniziato in Honduras come militare, ha anche partecipato a un tentativo di colpo di Stato nel 1963. Gli andò male e si trasferì negli Stati uniti in cerca di fortuna. Tornò con abbastanza soldi da comprare una impresa di autotrasporti.
E' sempre stato due passi dietro al fratello, che si è buttato in politica mentre lui trafficava con i camion. Al momento Roberto Micheletti è il presidente (golpista) dell'Honduras, ma il suo sogno di gloria promette di non durare molto. Al potere è arrivato domenica con i carri armati e non c'è nessun governo sul planisfero disposto a riconoscergli la legittimità di decidere alcunché in nome del Paese.
I militari che hanno sequestrato e trasportato in Costa Rica il capo di Stato, Manuel Zelaya, hanno prima offerto la fascia presidenziale al vicepresidente, che ha rifiutato. La terza carica istituzionale è quella del presidente del Congresso, ruolo occupato da Micheletti che, illuso di avercela finalmente fatta, ha accettato di prendere il posto del presidente sequestrato. Ora il golpista bergamasco ha una serie di problemi da risolvere: i Paesi latinoamericani stanno ritirando gli ambasciatori da Tegucicalpa, gli Stati uniti (a cui l'Honduras vende il 70% del suo export) hanno fatto sapere di riconoscere come interlocutore solo il presidente legittimo, Manuel Zelaya, che si appresta a ritornare in patria accompagnato da una delegazione di politici di primo piano del continente. Difficile, per Micheletti, far eseguire il mandato d'arresto con cui ha promesso di accogliere il presidente all'aeroporto.
Micheletti e Zelaya sono dello stesso partito, conservatore, il Partido Liberal. Zelaya è figlio di proprietari terrieri. Micheletti di un emigrato di Bergamo. Zelaya ha scelto di dare alla sua presidenza una connotazione ‘chavista': molte politiche sociali mirate all'assistenza dei più poveri, tentativo di cambiare per via legale la Costituzione garantendosi la possibilità di ricandidarsi alla presidenza. Micheletti ha invece cominciato nelle forze armate, poi ha provato coi camion. Ha infine scelto la politica e dal 1982, anno della fine dei regimi militari in Honduras, ha occupato molti incarichi pubblici, ma nel partito liberale non ha mai avuto grande fortuna, Alle ultime primarie nel novembre del 2005 ha anche provato a candidarsi per la presidenza, ha perso contro Zelaya e l'ha presa malissimo. Domenica scorsa s'è preso la sua scomposta rivincita, una mossa azzardata che giorno dopo giorno si rivela più complessa da amministrare.
Le manifestazioni di protesta si moltiplicano in Honduras. Non più solo nella capitale, ormai anche nelle cittadine di provincia la gente scende in strada per reclamare il rientro del presidente legittimo.
Micheletti non ha per ora dato carta bianca alla repressione militare, ma il rischio che le forze armate possano entro breve decidere da sole come liberarsi dalle contestazioni di piazza è alto.

Angela Nocioni
Liberazione

02/07/2009
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Roberto Micheletti e una serie di generali e ufficiali golpisti feseteggiano il golpe a Tegucigalpa. Reuters

02 luglio 2009

Si può assistere inermi all’indecoroso spettacolo offerto da questo capo di governo, mentre il paese va a puttane?

Sei disoccupato? Vai a quel paese!

Già in altre occasioni ho ritenuto opportuno evidenziare che il nostro paese attraversa una pericolosa fase di sostanziale “rilassamento morale” e decadimento culturale e sociale.
Ho cercato di farlo contemporaneamente agli inviti rivolti alla c.d. “società civile”, affinché tornasse a far sentire la propria voce, alla richiesta d’intervento da parte di un’opposizione parlamentare che continua a logorarsi in conflitti di (solo) potere tra vecchi “capi-bastone” e “nuove leve emergenti” e cercando di sottolineare che la società italiana è, a mio parere, mestamente avviata a un punto di “non ritorno”.
Questa sconfortante previsione è dettata dal personale convincimento che ormai - contrariamente a quanto sostenuto nel ’94 dall’allora direttore de “Il Giornale”, secondo il quale l’iniziale “avventura politica” di Berlusconi sarebbe servita agli italiani da “antitodo” per gli anni futuri - il nostro Paese ha quasi esaurito la scorta di “anticorpo” alla dilagante filosofia del “berlusconismo”!
In effetti, ho la sensazione che ciascuno di noi sia stato vittima, per dirla alla Montanelli, di una colossale “fregatura”.
In questo senso, negli ultimi quindici anni, complice la supina acquiescenza dell’ex Centrosinistra - che ha compiuto il massimo sforzo, prima organizzativo (vedi Pd) e poi politico, per “conquistare il centro” e collocarsi su posizioni sostanzialmente moderate - si è, probabilmente, commesso l’errore d’immaginare che una volta sconfitti (politicamente) Berlusconi e i suoi sodali, ci si sarebbe magicamente ritrovati a festeggiare il “ritorno alla normalità”!
Maturava, indubbiamente, l’idea secondo la quale, la caduta dell’uomo più ricco (e fotografato) d’Italia avrebbe (facilmente) generato, in modo quasi automatico, il ripudio delle leggi “ad personam” e la sconfessione di una filosofia di vita alla ricerca dell’apparire, piuttosto che dell’essere.
Allo stato, a mio avviso, a prescindere dal fatto che anche i più recenti appuntamenti elettorali hanno confermato il vasto consenso del quale gode l’anziano Presidente del Consiglio - il che rende aleatoria una sua debacle nel breve-medio periodo - si tratta di prendere atto che la condizione di degrado politico, culturale e, in definitiva, sociale, nella quale versa il nostro Paese è tanto ampia e diffusa da poter tranquillamente sopravvivere al proprio mentore!
Intendo dire che i germi introdotti attraverso l’esaltazione dei “nuovi valori” - lo spinto individualismo, piuttosto che la solidarietà sociale e (si sarebbe detto una volta) “di classe”, l’esasperato rifiuto del diverso “di turno” (ieri gli albanesi e i romeni, oggi gli extracomunitari), l’opportunismo “di parte” e l’interesse personale, piuttosto che una visione “concentrica” della società civile, l’esasperazione del concetto della “sicurezza”, a discapito della tolleranza e del pur doveroso principio di rispetto delle regole dettate dalla civile convivenza, la penosa “genuflessione” e la gratuita accondiscendenza nei confronti del “potente”, piuttosto che l’autonomo giudizio e la severa critica - che esprimono una concezione “alternativa” alla politica cui ci avevano abituati i De Gasperi, Pertini, Moro, Togliatti e tanti altri, hanno già prodotto danni irreversibili e compromesso quello che personalmente definirei il “ritorno alla normalità” e il ripristino della legalità!
Come valutare altrimenti le cronache quotidiane di questi anni, così ricche di singoli episodi e accadimenti che, però, complessivamente, offrono un quadro d’assieme assolutamente sconfortante?
Si può contare sulla tenuta democratica di un Paese nel quale il Presidente del Consiglio - imprenditore “miracolato”, nei suoi interessi economici, da precedenti governi “amici” e, successivamente, da leggi “ad personam” - considera “normale” cercare di evadere “almeno un po’” le tasse, senza che l’opinione pubblica avverta l’esigenza di denunciarne l’inadeguatezza al ruolo?
Si può assistere inermi - e, soprattutto, con supina accondiscendenza (da parte dei “giovani” industriali italiani) - all’indecoroso spettacolo offerto da un capo di governo in carica che incita al boicottaggio dei quotidiani considerati “eversivi”, solo perché non “addomesticati”?
E’ da paese civile non trovare, per lo meno, disdicevole che si pretenda di “tappare la bocca” a prestigiosi Organismi internazionali e altrettanto autorevoli osservatori “indipendenti” solo perché “rei” di denunciare la condizione (oggettiva) di grave crisi finanziaria, economica e produttiva che investe il nostro Paese? A questo riguardo, evidentemente, poiché gli italiani non hanno mai goduto di lunga memoria, si dimentica che Cofferati fu (addirittura) accusato di essere contiguo alle Br per aver semplicemente espresso un giudizio molto negativo (testo limaccioso) sulla c. d. legge Biagi; altro che “tappare la bocca”!
Rientra nella normalità e nella dialettica democratica consentire che chiunque dissenta sia (rancorosamente) etichettato come “soggetto manovrato dai soliti comunisti, se non dalla Cgil” e (semplicisticamente) animato da sentimenti d’invidia e odio personale?
E’ lecito auspicare un “sussulto etico” in un paese nel quale al Ministro dell’Economia - alla presenza dei massimi (e qualificati) rappresentanti della potentissima Confcommercio - è consentito di mentire, sapendo di mentire, circa le modalità di rilevamento dei dati Istat sull’occupazione, senza che alcuno dei presenti avverta l’esigenza - morale, prima che professionale - di contestare il metodo truffaldino di “fare politica” e la mancanza di rispetto per i propri interlocutori?
Inutile negare che, personalmente, non nutro molte speranze circa la possibilità di assistere, a breve-medio termine, a una sostanziale inversione di tendenza.
In questo senso, ho la netta sensazione che Montanelli sia stato profeta di false previsioni; non solo gli italiani non hanno fatto buon uso del vaccino contro l’incipiente malattia - dopo la prima “discesa in campo” dell’Unto del signore - ma, addirittura, troppi ne hanno “metabolizzato” gli effetti più deleteri.


Renato Fioretti

Collaboratore di Lavoro e Salute

Strage di Viareggio. Un intervento di Dante De Angelis, Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, licenziato da Trenitalia per il suo impegno


Ma perché non ci date retta prima?

Tante vite umane orribilmente stroncate solo perché i tantissimi segnali premonitori sono stati ignorati o sottovalutati da chi aveva la responsabilità di agire: parlo in primo luogo dei gestori dei treni, ma anche delle autorità e le istituzioni preposte alla sicurezza. Il carattere di ripetitività e di prevedibilità della rottura degli assi per un carro merci lo rendono un incidente «tipico». Quando i ferrovieri parlano di sicurezza dei treni parlano della sicurezza di tutti i cittadini. Il nuovo organismo istituzionale preposto, l'Agenzia Nazionale per la sicurezza ferroviaria (Ansf), ha emesso come suo primo atto la reintroduzione del famigerato «pedale a uomo morto» sui treni e gran parte della sua attività ha avuto finora l'unico scopo di soddisfare le esigenze delle imprese ferroviarie che bramano per la riduzione dell'equipaggio dei treni. Altro che sicurezza. Quando avremo finito di contare e piangere i morti della strage ferroviaria di Viareggio dovremo necessariamente fare i conti con quello che sta dietro e prima ogni incidente di questo tipo e col rapporto costi-benefici della cosiddetta razionalizzazione e risanamento dei bilanci. Troppo facile oggi dire che il carro cisterna è privato, austriaco, con licenza tedesca. Le regole per la libera circolazione dei rotabili ferroviari in Europa hanno consentito la semplificazione dei traffici, ma liberalizzazione e privatizzazione hanno prodotto un drastico calo della qualità di procedure e controlli. In Italia, inoltre, il servizio di trasporto merci è in via di smantellamento, centinaia ferrovieri prepensionati o trasferiti, decine di scali già chiusi con la prospettiva di lasciarne aperti solo alcuni. Come in qualsiasi struttura produttiva destinata alla chiusura si allentano i controlli, gli investimenti e l'attenzione. Una tragica analogia con la Thyssen.Mentre sul Frecciarossa fior di funzionari e ingegneri si concentrano sulla qualità del nodo alla cravatta dei macchinisti, nei treni merci si lasciano circolare rotabili in condizioni così precarie. I ferrovieri, in tema di sicurezza hanno sempre rappresentato una sorta di autocontrollo sui processi produttivi, rifiutando alcune lavorazioni o denunciandone la pericolosità nell'interesse generale. Ma con la nuova dirigenza - tra sanzioni, minacce e licenziamenti - i lavoratori sono stati indotti al silenzio, e i parametri di sicurezza sono scesi ulteriormente. Restituire ai ferrovieri il diritto di parola è uno dei tasselli fondamentali per la prevenzione e la sicurezza. Noi continuiamo a credere che come cittadini, impiegati in un servizio così delicato, abbiamo il dovere civico - oltre che il diritto - di occuparci della sicurezza di tutti e chiediamo che dopo questa strage di innocenti tutte le istituzioni, a cominciare dalla magistratura, si dedichino con maggiore attenzione a quanto sta accadendo sui nostri binari. Non è più il tempo di atteggiamenti reverenziali nei confronti del colosso FS, anche da parte delle redazioni dei giornali. Il treno è il mezzo di trasporto più sicuro, anche se dirlo oggi può sembrare grottesco; ma solo a condizione che le regole e le procedure evolute e consolidate in tanti anni di esperienza siano severe e rispettate con rigore. E che la vita umana non sia ridotta ad una semplice voce di bilancio.

Dante De Angelis
su Il Manifesto del 01/07/2009

01 luglio 2009

Ad un checkpoint gestito da una compagnia di sicurezza privata israeliana in Cisgiordania fermati i Palestinesi che portano bottiglie di acqua e cibo

Ai Palestinesi che passano i checkpoint israeliani è vietato anche bere e mangiare
La denuncia di Machsom Watch (osservazione ai checkpoint), organizzazione israeliana di Donne contro l’occupazione e per i diritti umani, confermata da lavoratori palestinesi.


Il checkpoint è quello di Sha'ar Efraim, a sud di Tulkarem, e ad amministrarlo per conto del Ministero della Difesa israeliano è la compagnia di sicurezza privata Modi'in Ezrahi. Ad essere fermati, invece, e impediti al loro passaggio sono tutti quei Palestinesi che lavorano in Israele e che portano con sé cibo fatto in casa, caffé, tè e persino zaatar (timo) ma anche bottiglie d’acqua gelata o bevande analcoliche per il pranzo della loro giornata lavorativa. Acquistare le merci nei negozi in Israele sarebbe troppo caro per la misera paga che ricevono.

Sembra assurdo eppure è vero. La compagnia di sicurezza israeliana stabilisce le quantità massime dei cibi che ogni lavoratore deve magiare e che possono passare attraverso il check point: cinque pite, un contenitore di humus e tonno in scatola, per le bevande ammesse solo bottigliette inferiore al mezzo litro o lattine, una o due fette di formaggio, poche cucchiaiate di zucchero, e da 5 a 10 olive. Vietati anche posate e utensili da lavoro. Le merci superiori a quelle decise vengono sequestrate e i lavoratori trattenuti per ore.

Le quantità di cibo ammesse dalla Modi'in Ezrahi non sono in nessun modo sufficienti al fabbisogno giornaliero di calorie dei lavoratori .

Queste persone, uomini e donne, partono dalle loro case nella Cisgiordania occupata alle due del mattino per essere in anticipo e aspettare al check point anche più di due ore: arrivare in ritardo comporterebbe un licenziamento immediato. La loro giornata lavorativa quindi comprende anche tutte quelle difficoltà e umiliazioni cui sono soggetti i Palestinesi a causa dell’occupazione militare israeliana e appare come un inferno interminabile.

Machsom Watch ha osservato ad esempio il caso di un 32enne operaio edile di Tulkarem ma impiegato a Hadera, in Israele, al quale è stato letteralmente confiscato il suo pranzo: sei pite, due lattine di crema di formaggio, un kilo di zucchero in busta di plastica, e un’insalata. Machsom Watch ha anche interrogato le Forze di Difesa Israeliane senza ottenere risposta, mentre una guardia di sicurezza avrebbe dichiarato che tali misure sarebbero prese per rischi legati alla “sicurezza e alla salute”, anche se in altri check point i lavoratori possono portare tutto il cibo vietato a Sha'ar Efraim.

Un comunicato dell’esercito riporta: "Non esistono limiti alle quantità di cibo. Possono portare il cibo necessario al consumo di un giorno di lavoro. Quando un lavoratore arriva con una grande quantità di cibo per venderlo e non solo usarlo personalmente, allora gli viene chiesto di utilizzare un check point commerciale, visto che quel check point è riservato ai pedoni e non alle merci”.

Quei palestinesi, però, il cibo in più non lo portano con l’intenzione di venderlo ma per consumarlo per l’intera settimana: per molti infatti risulta impossibile alzarsi ogni mattina alle due per recarsi al lavoro e scelgono di dormire in Israele rischiando in ogni momento di essere arrestati perchè il loro permesso è giornaliero ed ogni sera dovrebbero rientrare nel loro villaggio entro le ore 19, restano, a volte con la complicità dei datori di lavoro –israeliani- che preferiscono lavoratori “freschi” e pronti all’uso, dormono in alloggi di fortuna, cantieri dismessi, bugigattoli, edifici in costruzione o alle stazioni dei bus, in condizioni precarie e insicure, le stesse in cui vediamo spesso vivere da noi i migranti senza permesso di soggiorno né un tetto dove ripararsi.

Ad ogni modo, non vi è nessuna ragione plausibile per simili assurde restrizioni, che se da un lato rasentano il ridicolo dall’altro al contrario denotano purtroppo l’ennesima gravissima violazione dei diritti di un popolo, quello palestinese, che troppo spesso e per troppo tempo è sottomesso a umiliazioni e soprusi in balia dell’arroganza e dell’illegalità dell’occupazione israeliana, del muro, dell’espansione coloniale. Da anni ormai Gaza è alla fame a causa dell'assedio e ora con questi episodi anche nella West Bank si vuole controllare la quantità di cibo che ogni persona può mangiare. Questa è solo l’ultima in ordine di tempo delle sopraffazioni. Fino a che punto si permetterà alle autorità israeliane una politica non solo illegale ma che cerca di distruggere ogni identità e dignità della popolazione palestinese?

Roma, 1 Luglio 2009

Luisa Morgantini

Vice Presidente del Parlamento Europeo
luisa.morgantini@europarl.europa.eu


Il rilancio dello stato d'eccezione. La scelta di L'Aquila per il vertice G8 nasce con l'ignobile intento di utilizzare il dramma dei terremotati


IL G8 A L'AQUILA TRA ECCEZIONALITA', DEMOCRAZIA E PROFANAZIONE

Il prossimo G8 si terrà a L'Aquila e per chi è cresciuto sulle barricate di Genova non può resistere al "richiamo della foresta".
La profonda crisi del sistema neoliberista, il crollo delle sue fragili impalcature impiantate nei flussi della finanziarizzazione, mostrano la ragionevolezza delle denunce e delle istanze ormai decennali del movimento dei movimenti.
La scelta di L'Aquila per il vertice G8 nasce proprio con l'ignobile intento di utilizzare il dramma dei terremotati come fonte di rilegittimazione di quel rito cerimoniale di ostentazione del potere globale, all'interno dello spazio "pieno" dello stato di eccezione in vigore nel contesto aquilano.
L'obiettivo fin troppo evidente è occultare la crisi e l'insostenibilità dei paradigmi dominanti, riposizionando la sfida in uno degli spazi più impregnati di quello stato d'eccezione permanente nel quale la pienezza del potere appare nella sua forma elementare e fondativa, con gli abiti cioè dell'uso della forza (nella sua particolare declinazione caritatevole), mettendo però a nudo la relazione che lega violenza e diritto e così, al tempo stesso, la sua congenita fragilità.
Ecco perchè la scelta di spostare il g8 può trasformarsi in un cortocircuito semiotico.
Se la rivolta prende corpo nel punto di massima condensazione del potere, a partire dagli stessi presunti "beneficiari" di tale sforzo, se il "shock and awe" diventa non solo leva di accumulazione di capitale ma anche spazio costituente di conflitto, allora ci potremmo trovare dinanzi ad un processo reale di profanazione degli stessi dispositivi ideologici nei quali prende senso e corpo il vertice del g8.
Le premesse ci sono.

Il terremoto e la democrazia: i comitati aquilani
Il terremoto genera "naturalmente" un'autoriflessione sulla condizione umana, il fatalismo riemerge e sgretola le logiche razional-cumulative, del progresso inarrestabile, del controllo totale sulla natura: nella ritrovata consapevolezza della fragilità dell'uomo, alcune ricchezze sepolte nella frenesia della quotidiana modernità ritornano centrali.
In primo luogo, nello stravolgimento dei legami sociali preesistenti, la riscoperta di un senso di comunità prende forma dentro una precaria quanto inedita riscoperta della dimensione pubblica: malgrado i tentativi istituzionali di irrigimentare e disciplinare la vita sociale degli sfollati, nelle tendopoli si è avviato un processo di soggettivazione incastonato nella dimensione affettiva delle relazioni primarie e comunitarie, per cercare di resistere e contrastare il modello post-coloniale di dominio fondato sull'aiuto umanitario, ormai ben noto nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, in cui il ruolo passivo dei subalterni è un perno fondamentale.
La nascita di una molteplicità di comitati di sfollati sono il frutto di un processo di costruzione sociale fondato sul rovesciamento del ruolo e dell'identità del "terremotato" da vittima passiva a protagonista attivo di una ricostruzione dal basso in grado di disvelare i dispositivi del "capitalismo della catastrofe", nel quale gli interessi particolari si occultano nell'impellenza come beni comuni e gli spazi di confronto, e ancor più di dissenso, azzittiti per far fronte alle straordinarie necessità.
E' un processo embrionale di riappropriazione del territorio e della democrazia espropriata che, malgrado la sua gracilità, può ribaltare l'immenso investimento simbolico del governo Berlusconi sul terremoto aquilano, finalizzato a rafforzare il suo modello di governance verticale ed autoritaria. La scelta di spostare il g8 a L'Aquila entra a pieno titolo in questa contesa sulle dimensioni e le forme stesse della democrazia.
Ma se Golia sale sulle rovine aquilane per urlare ancora più forte se c'è qualcuno disposto a sfidarlo, le pietre per la fioda di Davide non possono che trovarsi tra le stesse macerie del terremoto.

Aiutare o Aiutarsi? I movimenti noglobal
Gli unici che possono venir incontro e agevolare il governo italiano e il g8 in questo momento sono paradossalmente gli attivisti dei movimenti noglobal.
Ricondurre e depotenziare quest'imprevidibile dimensione conflittuale dei terremotati all'interno di uno schema interpretativo già cristallizato - G8/CONTROG8 - nel quale ruoli e spazi di agibilità sono approssimativamente già definiti, permetterebbe facilmente la sua sterilizzazione dentro alcune flak già ben collaudate e in grado di rendere inoffensibilmente prevedibili anche le forme più radicali di espressione del conflitto.
L'autonomia dell'agenda dei movimenti, la sua capacità di andar oltre il rincorrere rituale dei vertici internazionali, non va solo enunciata nelle punte alte dei cicli di lotta ma anche praticata nelle fasi di stanca come strategia di scompaginamento dei ruoli, soprattutto in simili contesti dove il principio del mutuo soccorso tra differenti vertenze sociali e territoriali, difficilmente riesce ad esprimersi nella profonda asimmetria tra lo stato nascente delle lotte dei terremotati ed il ciclo lungo del movimento noglobal, ormai proteso non solo sul terreno dell'efficacia strumentale ma anche nella più complessa dimensione espressiva, della definizione del "noi" e "loro".
Perchè non lasciar sendimentare dal basso ai comitati aquiliani una strategia di profanazione del g8? Per l'immobilismo e i tentennamenti dei comitati?
O forse bisognerebbe chiedersi, come suggerisce un caro amico, Antonello Ciccozzi, oggi sfollato nel campo di Collemaggio, se chi arriverà a L'Aquila viene per aiutare o per aiutarsi, riferendosi in primo luogo ai promotori del vertice del g8 ma anche ai suoi contestatori?
In questo senso, sarebbe necessario un punto di equilibrio, nel quale gli attivisti "noglobal", o meglio le organizzazioni noglobal, facciano un passo indietro e i comitati dei terremotati facciano un passo in avanti, cioè che mobilitazioni durante il vertice internazionale prendano forma e vengano gestite in modo determinante dai terremotati attraverso una socializzazione sul territorio che può essere portata avanti solo dalla molteplicità e dell'unitarietà dei comitati aquilani.
Una loro sottrazione anche parziale ne determinerebbe, come stà avvenendo in questi giorni, non solo il riempimento di questo spazio vuoto da parte di un ritualismo tradizionale della protesta noglobal, ma soprattutto il depotenziamento della dimensione conflittuale dentro una logica della testimonianza nobile e importante ma del tutto inefficace sul terreno comunicativo e inoffensiva sul piano politico-sociale.
Al tempo stesso, restare inebetiti e indifferenti dinanzi allo svolgimento del vertice a L'Aquila, non può che essere di per sè una forma indiretta di legittimazione nei confronti del G8 e dell'uso strumentale dei terremotati da parte del governo italiano.
Tra buoni e cattivi non vincono gli uni contro gli altri, ma chi nel dividerli impera.

Francesco Caruso

Cosenza, 26 giugno 2009.