
Fa capolino ad ogni 25 Aprile, dai tempi dello sdoganamento pesudo-pacificatore dell'onorevole Violante, la consueta polemica sul ruolo delle formazioni combattenti partigiane: da quelle marcatamente "rosse" sino a quelle dai colori più moderati, badogliani, mauri. Moderati non nella ricerca della libertà dal nazifascismo, ma semmai in diverse questioni politiche rispetto ai comunisti.
Ad emulare Julius Evola provano in molti, penne note e meno note. Qualcuno ha un timido successo che si riflette su qualche sceneggiato televisivo, altri producono solo libercoli che circolano al più nei circoli dell'estrema destra per rinverdire le nostalgie del fascio littorio e dell'aquila sui colli fatali di Roma.
Quest'anno non è un libro o un film a generare la polemica, a far vorticare le parole e a conquistare per qualche attimo le prime colonne dei giornali e dei siti Internet. Quest'anno la palma d'oro del revisionismo non va ad un comunista o ad un uomo genericamente di sinistra pentito e convertito al berlusconismo moderno. Quest'anno è proprio un politico proveniente dal Movimento Sociale Italiano, quindi dalla culla del neofascismo italiano per molti decenni, a dare fuoco alle polveri: Ignazio La Russa, ministro della Difesa diventa per un giorno ministro dell'Offesa. Offesa alla storia antifascista di questo Paese, offesa alla memoria e offesa al suo ruolo che, sarebbe bene ricordarlo sempre, è emanazione di una volontà popolare espressa nel Parlamento e, quindi, nei valori e nei princìpi della Costituzione.
E siccome, fino a prova contraria, la Carta del 1948 è non la sintesi ma la concreta esplicazione del nuovo corso democratico dopo la guerra di Liberazione e la fine della dittatura ventennale di Mussolini, siccome nonostante tutti i tentativi di sovversione di questo testo, resta ancora in piedi una architettura di protezione e di garanzia del cittadino e della comunità che deriva proprio dalle radici antifasciste, in qualunque altro paese una dichiarazione fatta contro chi ha contribuito a dare vita alla Costituzione sarebbe un insulto. Con una specifica aggravante in questo caso, poiché proviene da un membro del governo. Per dirla con una metafora, è come se un medico, diventato tale grazie alla scienza che ha studiato, andasse in giro dicendo che quella stessa scienza è cosa intollerabile, deprecabile e da bandire per un bene comune rinnovato, per il benessere suo e di tutti i pazienti.
La Russa afferma che i partigiani comunisti non meritano di essere celebrati e festeggiati perché è il loro amore per la libertà avrebbe nascosto il desiderio di far diventare l'Italia una repubblica sovietica sul modello staliniano.
Queste affermazioni coinvolgono così tanta parte della storia contemporanea che, nell'essere fatte, diventano contraddittorie quasi aprioristicamente perché impossibilitate a contenere il portato di paragoni che esprimono, l'insieme di confronti che esigono porre innanzi a chi ascolta.
E' persino troppo facile smentire il ministro La Russa: il suo esercizio dialettico non è altro se non una presa di posizione che gli deriva da una propria sensibilità politica e che tenta di essere camuffata in odor di perbenismo e di accettabilità da salotto borghese sotto il manto della patria unita, del passato da scordare come eterno scontro e da ricordare invece per una riconciliazione nazionale che i fascisti vorrebbero celebrata oggi che hanno accesso a quelle cariche che pochissimi avrebbero immaginato potessero ottenere solo dieci - quindici anni fa.
La riconciliazione e la pacificazione nazionale non è tema di attualità se non per chi si è sempre considerato al di fuori del patto costituzionale e oggi lo adopera per fare bella mostra del proprio virtuosismo politico e sociale e per mostrare la propria generosità di intenti nel scendere a compromessi dall'alto del potere, che un poco seduce e conquista e inebria e un poco rende pragmatici nel confronto quotidiano con regole, codicilli, questioni di interazione tra le cariche e i poteri dello Stato.
Per chi come me, come noi comunisti, ha sempre ritenuto che la pacificazione nazionale sia stata costruita proprio dall'Assemblea Costituente, proprio con quei 139 articoli e quelle disposizioni transitorie e finali firmate da Umberto Terracini, non può oggi sentire alcun richiamo di unità nelle parole di La Russa ma solo un rancoroso odio verso quella grande dinamica sociale, civile e popolare che è stata la Resistenza, la lotta partigiana fatta di rosso ma anche di verde e azzurro, di rosso e nero insieme uniti nelle poche ma eroiche brigate anarchiche e libertarie.
Chi come noi comunisti ha sempre reputato impossibile scrivere insieme ai fascisti una pagina di storia del dopoguerra ma anche dell'oggi, chi ha sempre pensato che la libertà conquistata fosse per tutti e fosse anche libertà vera quella di poterla negare e rifiutare come tale, chi ha sempre combattuto contro le stragi e le trame nere che hanno tentato di soppiantare la democrazia in Italia, chi ha sempre pensato tutto ciò non può riconoscersi in nessun modo nelle parole del ministro La Russa e in lui come ministro della Difesa.
Noi tra qualche giorno festeggeremo il 25 Aprile contro quelle parole ministeriali che non rappresentano se non il pensiero di coloro che negli anni hanno avuto giustamente paura della forza sociale dei comunisti. Oggi questa forza non c'è più. Oggi questa forza si esprime in altri coraggiosi comportamenti che ci animano tutti i giorni: provare a ricostruire una solidarietà sociale che ha lasciato il posto, a poco a poco, ad una squallida e ipocrita tolleranza e poi ad una ancora più meschina cultura del sospetto, dell'odio e della separazione dal "diverso" da noi.
Io voglio andare contro il comune sentire di molte compagne e compagni che si gettano le mani al viso e dicono che tutto è finito e che per ricostruire la sinistra occorre lasciarsi indietro il comunismo, i suoi valori e la sua storia. Tutta. Io voglio andare contro questo comune sentire perché credo che viviamo in una fase storica sì di sconfitta, e di forte e dura sconfitta anche. Ma non sono assolutamente convinto che questa sconfitta sia per sempre, sia definitiva e totale.
Io penso, per citare le parole di una partigiana inserita in una canzone dei Modena City Ramblers, che "nessuna conquista sia per sempre", e che, pertanto, anche nessuna sconfitta possa essere tale. Il fascismo, infatti, è sempre in agguato e si esprime adeguandosi fedelmente alle mode ai bisogni dei più deboli che sono, purtroppo, i più facili da sedurre con le false promesse del "panem et circenses".
Buon 25 Aprile a tutte e a tutti, perché non è finita, perché non può finire.
di Marco Sferini
su Lanterne rosse.it del 23/04/2009