E' proibitoE’ proibito riunirsi in più di due o tre persone con bottiglie o bicchieri in mano per bere. E’ proibito bere dopo le 22.00. E’ proibito dare da bere anche del semplice vino a chi non ha compiuto 16 anni. E’ proibito ai non italiani di sedersi sulle panchine dei giardini pubblici. E’ proibito, sempre proibito e ancora proibito. Non c’è più limite ai paletti di confine tra il lecito e l’illecito, tra il morale e l’immorale, tra il giusto e l’ingiusto. Ogni delimitazione è subordinata a regolamenti di nuova stagione che si ispirano a quello che è il nuovo corso politico: l’ordine, la sicurezza e l’integrità fisica di ciascun autoctono di questa povera penisola, sempre più disgraziata e sempre più peregrina nelle sorti future.
Ai giovani milanesi viene messo un divieto: se hai meno di 16 anni non bevi neanche una goccia di vino nei locali pubblici, in qualunque bar, pub, discoteca, eccetera. A casa tua, ovviamente, fai quello che ti pare: puoi anche sbronzarti e poi metterti alla guida di uno scooter o di una moto e schiantarti a 100 km all’ora. Il divieto non riesce mai ad entrare in ogni meandro della vita delle persone: fatta la Legge, trovato l’inganno. Fatto il divieto trovato il modo di superarlo. Fatto il divieto, a me personalmente, viene sempre una gran voglia non di aggirarlo, ma di disobbedirgli apertamente, senza alcuna finzione o ipocrita scusa.
Se poi lo “stop” imposto dalle istituzioni è così apertamente inutile, come quello milanese, o stupidamente xenofobo come quello di qualche comune che vieta ai migranti di sedersi sulle panchine di un parco, in questi casi non solo vale la disobbedienza come reazione ma come regola costituzionale, come ripristino della vera legalità contro una normativa palesemente discriminatoria e ostativa dei diritti del singolo cittadino.
Le motivazioni che sorreggono le ordinanze di divieto sono dei piagnistei buonisti, o falsamente tali, che vorrebbero tutelare i giovani dall’abuso di alcol, evitare schiamazzi nelle piazze e nelle vie del Bel Paese, salvaguardare il decoro cittadino.
Il sindaco di Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona, dovrebbe spiegarmi se due o tre persone che chiacchierano e bevono una birra o una cola in un giardino, in spiaggia o davanti ad un bar sono un elemento di inquinamento del pubblico decoro o se sono magari anche l’embrione di una turbativa della quiete del paesino rivierasco…
Siamo al divieto continuo, per calmare le pulsioni securitarie della massa che si è spostata a destra e che vuole come imperativo categorico quotidiano la parola “punizione” al di sopra di ogni forma di comprensione dei fenomeni sociali, delle aggregazioni giovanili, degli istinti e delle passioni, dei sentimenti e delle emozioni.
Tutto viene soffocato tra le quattro mura di una catena di codici e codicilli che intasano il pantano burocratico con altra melma e provano a rendere più difficili i movimenti liberi delle persone.
Se poi è un immigrato a trovarsi in una di queste situazioni di nuovo sanzionamento, allora c’è l’aggravante della sua origine, dei suoi natali. Una discriminazione a cielo aperto che non indigna più molta gente se non chi, nonostante tutto e tutti, ha conservato un poco di criticità verso la vendita all’ammasso dei cervelli attraverso tv, internet e messaggi ripetuti goebellsianamente.
Ciò che un tempo era considerato vergogna oggi è Legge. Ciò che un tempo era definito violazione dei diritti civili e sociali oggi è Legge.
Gli artisti delle dipinture del nuovo razzismo e della sclerotizzazione della democrazia repubblicana si appellano anche ai regi decreti degli anni ‘20 e ‘30: quale fonte migliore se non quella fascista potrebbe ispirare questi soloni dell’autoritarismo a buon mercato? Come si potrebbe vietare ad un ragazzo che viene dal Marocco, ma che vive in Italia da un ventennio, di partecipare al concorso per entrare nell’Azientra tramviaria milanese se non rifacendosi alla norma benedetta dalla real casa Savoia per cui – ai tempi di Vittorio Emanuele III – occorreva la cittadinanza italiana come requisito equipollente agli altri per guidare un tram nella capitale del nord?
Questo giovane ha vinto, per ora, la sua battaglia: i tribunali di questa Repubblica caoticamente caduta a destra gli hanno dato ragione. Potrà concorrere ad essere un assunto dall’ATM, al pari di un italiano. Del resto, che differenza mai esiste tra un essere umano marocchino e un essere umano italiano? Solo il disonorevole leghista Salvini vede tutte le differenze del mondo e invoca un regime di sanità mentale per i giudici o il loro trasferimento nel paese africano.
Finché gente come Salvini potrà dire queste cose indisturbatamente non ci sarà stato alcun cambiamento nella direzione politica e sociale del Paese. Finché resteranno in vigore i divieti che abbiamo citato, uno dei quali introdotto a Bologna da quel grande democratico che è Sergio Cofferati…, ebbene fino a che tutto questo avrà luogo d’essere, la lotta per il ripristino della legalità costituzionale e l’abbattimento di queste norme fasciste e xenofobe sarà tutta ancora da fare, sarà tutta in salita.
Evitiamoci solamente le fatiche di Sisifo. Errori ne abbiamo già commessi in abbondanza. Per prima cosa ritroviamoci tutti in un grande momento assembleare, a vari livelli, per capire su quante forze possiamo contare, su chi è possibile fare affidamento, su come strutturare una federazione di forze comuniste e anticapitaliste che reagisca nei territori non con una presenza testimoniale a mezzo di volantini, con una comunicazione unidirezionale. Ma con una interazione vera, concreta, fattuale, che non abbia paura degli insulti e delle critiche, che si metta in gioco completamente e che sappia riconquistare il consenso attraverso l’apertura di contraddizioni a partire dal lavoro e dai suoi drammi quotidiani.
Senza questa prospettiva ogni cambiamento è mediocre, è di bassa levatura e, soprattutto, è altamente ininfluente.
di Marco Sferini
su Lanterne rosse.it del 25/07/2009
su Lanterne rosse.it del 25/07/2009
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