30 dicembre 2007

2007 UN ANNO DI INGIUSTIZIE

2008, AFFRONTARE E RISOLVERE LE VERE EMERGENZE DI QUESTO PAESE

Giuliano Pisapia

Nelle fabbriche, nei cantieri, nei luoghi di lavoro continua la strage di vite spezzate dalla mancanza di quella sicurezza che lo Stato ha il dovere di garantire a tutti. Napoli brucia sommersa dall'immondizia, l'intero Paese è sconfitto da una Giustizia sempre più sull'orlo di un collasso che rischia di diventare irreversibile. Sono più di due milioni e mezzo le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà: il 10% delle famiglie italiane non ha i soldi per mangiare e il 14,7% non ha la possibilità di curarsi. Il potere d'acquisto dei salari è in continua diminuzione, il costo della vita in inesorabile aumento. La precarietà è in vortiginoso, progressivo aumento. In Palestina si continua a morire; le guerre e le violenze aumentano in tutto il mondo e, in Italia, aumentano le basi e le spese militari. In questra situazione, sempre più insostenibile, il Governo, nell'ultimo Consiglio dei Ministri dell'anno, invece di prendere gli indispensabili provvedimenti per porre freno ad una deriva senza approdo, approva nuovi incentivi per le imprese e approva un decreto legge sulla sicurezza (sic!), con norme che neppure il governo Berlusconi aveva osato proporre. Un provvedimento ingiustificato, discriminatorio e incostituzionale, non solo per l'insussistenza di quei presupposti di "straordinaria necessità e urgenza" che possono giustificare la decretazione d'urgenza (art. 77 Cost.), ma anche perché in contrasto con le sentenze della Corte Costituzionale che hanno ritenuto illegittima la reiterazione di decreti legge non concertiti. Se a ciò si aggiunge che, nel 2007 ( in particolare negli ultimi 6 mesi), vi è stata una sensibile diminuzione dei reati (meno rapine, meno omicidi, meno incendi, meno scippi ecc.), con un bilancio positivo che non ha precedenti, vi sono tutti i motivi per dire che la misura è colma.
Malgrado l'incontestabile fallimento del cd. pacchetto sicurezza del 2001; malgrado l'ingloriosa fine del cd. decreto "antirumeni" , si è perseverato nell'errore, di merito e di metodo, approvando un decreto che servirà affatto per contrastare la criminalità ma che avrà l'effetto, cercato e voluto da una parte del centrosinistra, di creare nuove difficoltà alla sinistra, proprio mentre sta faticosamente avanzando un importante, improcrastinabile e prezioso percorso unitario. La sicurezza (nei luoghi di lavori, nelle città, nelle proprie abitazioni) è un bene non negoziabile e lo stato ha il dovere di proteggere i cittadini, ma un Governo di cui fa parte anche la sinistra non può fare proprie, approprindosele dal centrodestra, norme inutili, ingiuste, pericolose e, in parte, criminogene. Tanto più che - in un momento in cui, al nord, sta dilagando la politica xenofoba della Lega - sarebbe stato invece urgente intervenire, con poche, incisive e condivise, modifiche legislative in grado di dare una risposta alle esigenze, e alle richieste, di una giustizia equa, celere ed efficiente.
Come può, la sinistra, e chiunque crede nei valori della democrazia, accettare che sia punito con tre anni di reclusione, chi, pur non avendo commesso alcun reato, rientra, per lavorare e non per delinquere, nel nostro Paese, dopo esserne stato allontanato a seguito di un provvedimento amministrativo? Come è possibile dimenticare la dura, e vincente, battaglia, in Parlamento e nel Paese, contro una analoga proposta dal Governo Berlusconi?
Come può, la sinistra, accettare l'espulsione di chi lavora regolarmente, e vive onestamente, ma non è in grado di dimostrare di "avere risorse economiche sufficienti", perché gli è impedita, dalla legge o dal datore di lavoro, la regolarizazzione della propria posizione? Come è possibile far propria una norma, a dir poco incivile, che prevede non solo l'espulsione di una persona "sospetta", ma anche dei suoi familiari, con una sorta di responsabilità oggettiva che neppure il fascismo aveva previsto in caso di espulsione, di confino o di altre limitazioni della libertà personale?
Il tutto sarebbe giustificato, si legge nei comunicati stampa, dalla novità dell'espulsione immediata di cittadini comunitari "sospettati" di terrorismo, e sarebbe stato accettato anche a seguito dell'impegno del governo di una corsia preferenziale per la modifica dela Bossi-Fini. Ebbene, l'espulsione preventiva dei "sospetti di terrorismo" altro non è che la proroga di una norma, approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, che, oggi come allora, è ben difficile non considerare criminogena. In presenza di una persona sulla quale gravano sospetti di terrorismo, lo Stato ha il dovere di fare tutti i controlli e gli accertamenti necessari: se è un terrorista non si può certo lasciarlo libero di andare all'estero a seminare odio e sangue. Se, invece, terrorista non è, allora l'espulsione sarebbe ingiusta, in quanto colpirebbe un innocente (e i suoi familiari), e pericolosa perche rischia di creare le condizioni per il suo ingresso in un circuito illegale, rendendolo facile preda della criminalità organizzata. Per quanto concerne la garanzia di una corsia preferenziale per la modifica della legge sull'immigrazione, si può solo dire, pur comprendendo le difficoltà di chi ha un ruolo istituzionale, che nulla può giustificare storture costituzionali, politiche e giuridiche quali quelle contenute nel decreto legge approvato dal Governo. Il decreto, oltre a tutto, è già operativo, mentre, è inutile nasconderselo, il disegno di legge avrà un percorso non agevole e non vi è certezza alcuna che sarà approvato senza modifiche peggiorative.
Ora la parola passa al Parlamento, dove la sinistra dovrà liberarsi dalla morsa in cui non pochi, anche all'interno del centrosinistra, cercano di stringerla, con la speranza di stritolarla. Solo una sinistra, unita e plurale, potrà contrastare tale disegno e determinare quella svolta, politica e sociale, necessaria per il Paese e indispensabile, non solo per riconquistare il consenso perduto, ma anche per interloquire con i tanti che ancora intendono affrontare, e risolvere, le vere emergenze.

27 dicembre 2007

IL COMUNISTA UMBERTO TERRACINI PRIMO FIRMATARIO

Sessant'anni fa De Nicola promulgava la Carta

Tanti auguri Costituzione,

ci piaci così controcorrente

Danilo Zolo

La Costituzione repubblicana ha svolto per decenni un ruolo normativo di grande rilievo. C'è chi, come Carlo Azeglio Ciampi, la considera una "Bibbia civile" o chi, come Oscar Luigi Scalfaro, la esalta come un documento di perenne validità perché ha posto al centro la persona umana. E tuttavia si deve riconoscere che, a sessant'anni compiuti, la nostra Carta costituzionale mostra la sua età. Le rughe sono molte e accanto alle rughe ci sono cicatrici e piaghe profonde.
La piaga più grave è senza dubbio quella dell'articolo 11. Le riforme istituzionali, che oggi i partiti reclamano, sono importanti, ma in tempi di globalizzazione imperante e di crescente ricorso all'uso della forza internazionale non c'è tema più cruciale di quello del "ripudio della guerra". Ci troviamo in un mondo sconvolto da guerre devastanti e nel quale il terrorismo fa strage quotidiana di vittime innocenti. La vita umana è ferocemente violata dalle armi di distruzione di massa e l'industria della morte è più che mai fiorente. La produzione e il traffico delle armi da guerra, incluse quelle nucleari, è fuori dal controllo della cosiddetta "comunità internazionale". E l'uso delle armi dipende dalla "decisione di uccidere" che attori statali e non statali prendono secondo le proprie convenienze strategiche.
La morte, la mutilazione dei corpi, la tortura, il terrore, sono ingredienti di una cerimonia letale che in Occidente non sembra più suscitare emozione. Nello stesso tempo, l'uccidere in nome del potere pubblico è tornato ad essere un compito nobile e ambito. Sotto l'aspetto della retribuzione, del rango sociale, del riconoscimento pubblico, i carnefici e i mercenari sono degni di rispettosa considerazione. Basti pensare all'impiccagione, voluta, organizzata e finanziata dagli Stati Uniti, dell'ex dittatore iracheno Saddam Hussein.
A partire dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso, dopo la conclusione della "guerra fredda", abbiamo assistito a un ricorso crescente alla forza militare, quasi esclusivamente da parte delle potenze occidentali: la guerra del Golfo del 1991, l'invasione di Haiti, gli interventi militari in Somalia e in Ruanda, le due guerre balcaniche della Bosnia e del Kosovo, l'Afghanistan, l'aggressione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna contro l'Iraq, la guerra in Libano scatenata da Israele del 2006. In tutti questi casi le potenze occidentali - anzitutto gli Stati Uniti e i loro più stretti alleati - hanno usato la forza militare ignorando il diritto internazionale e violando i diritti più elementari delle persone.
Bombe a grappolo e proiettili all'uranio impoverito sono stati largamente usati sia nella guerra del Golfo del 1991, sia nelle due guerre balcaniche, dal 1993 al 1999, sia in Afghanistan, in Iraq e in Libano.
Il bombardamento della televisione di Belgrado, la strage di Mazar-i-Sharif, il lager di Guantanamo, l'eccidio al fosforo bianco di Fallujah sono esempi di un uso criminale della forza che nessuna Corte penale internazionale avrà mai il potere o il coraggio di sanzionare.
Il nostro paese, per volontà sia di governi di centro-sinistra sia di governi di centrodestra, è stato corresponsabile di una larga parte di questi gravissimi illeciti internazionali. Esso ha partecipato sistematicamente, con le proprie strutture militari, le proprie armi e le proprie basi, alle aggressioni decise dalle potenze occidentali contro Stati sovrani, per lo più deboli e poveri. Nel farlo i nostri governi e i nostri rappresentanti parlamentari - spesso votando in complicità bipartisan - hanno apertamente violato la Costituzione repubblicana.
L'art. 11 stabilisce che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». L'uso della forza militare è consentito dall'art. 52 della Costituzione esclusivamente per la difesa da aggressioni esterne, come del resto è previsto dall'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. Queste norme non solo sono state ripetutamente violate nel corso dell'ultimo decennio, ma si è affermata in Italia una tendenza a considerarle normativamente evanescenti, come se fossero ormai desuete. È in corso, in altre parole, un'operazione di normalizzazione costituzionale della guerra che intende privare l'art. 11 della Costituzione italiana - come l'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite - di ogni valore vincolante.
Oggi l'Italia è coinvolta in due operazioni illegali: la guerra in Afghanistan e la vicenda del Kosovo. In entrambi i casi si tratta di palesi violazioni della Costituzione italiana. In Afghanistan, dopo l'attacco degli Stati Uniti e l'occupazione militare del territorio afghano, la forza di intervento internazionale (Isaf) si è insediata a Kabul nel dicembre 2001 con il compito di garantire la sopravvivenza del governo di Hamid Garzai, istituito illegalmente dagli occupanti. Insediatesi sotto le vesti di una missione multinazionale, le milizie dell'Isaf, di cui fa parte anche il contingente italiano, sono passate nell'agosto 2003 alle dipendenze della Nato, è cioè di una alleanza militare che nulla ha a che fare con le Nazioni Unite e che esprime di fatto, con la complicità europea, gli interessi della superpotenza americana. Quella che era stata presentata come una "missione di pace" a sostegno del popolo afghano si è rapidamente trasformata in una vera e propria guerra di aggressione a fianco delle truppe angloamericane. Oggi la Nato fa strage quotidiana di civili innocenti bombardando le regioni del sud dell'Afghanistan, in particolare quella di Kandahar e di Helmand, con l'illusione di sconfiggere con il terrore la resistenza del popolo Pasthun (proditoriamente identificato tout court con il movimento Taliban).
Evento non meno grave è la secessione del Kosovo, guidata dagli ex-leader del movimento terroristico dell'UÇK, con in testa Hashim Thaci. Il destino del Kosovo dipende dalla volontà degli Stati Uniti, che servendosi delle milizie della Nato hanno aggredito nel 1999 la Repubblica Federale Jugoslava, sotto la copertura di false motivazioni umanitarie. L'intervento della Nato ha cancellato di fatto l'autonomia politica della Serbia e ulteriormente frammentato i territori della ex-Jugoslavia secondo una logica imperiale che risale alla "questione d'Oriente". Il Kosovo, provincia autonoma della Serbia, è stato sottratto con la forza delle armi alla sovranità serba, anche grazie alla costruzione da parte degli Stati Uniti di una imponente base militare, Camp Bondsteeel, nel cuore del suo territorio. A questa guerra di aggressione ha largamente partecipato anche l'Italia ed oggi il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nel sostenere la secessione del Kosovo, nonostante che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, la 1244, ne abbia confermato l'appartenenza alla Serbia. Per di più, l'Italia si appresta a partecipare all'invio in Kosovo di 1800 poliziotti, giudici e funzionari amministrativi, in violazione della sovranità dello Stato serbo e del diritto internazionale. Alla illegale partecipazione alla guerra di aggressione contro la Federazione Jugoslava del 1999 si salda dunque strettamente l'illegalità del sostegno che oggi il governo italiano assicura alla secessione del Kosovo nel segno di una conclamata violazione dell'articolo 11 della Costituzione e di una continuità atlantista della politica estera italiana. Non da oggi, il diritto internazionale e la Costituzione italiana sono subordinati al culto della forza e al delirio di onnipotenza degli Stati Uniti.

27/12/2007

ALLARME PER LA LIBERTA' D' INFORMAZIONE


Un giornalista di grande esperienza si chiede: perché i media cantano tutti la stessa canzone? E perché raccontano la cronaca nera in questo modo?

Fine d'anno
in cronaca.
Si può uscire
dal coro?

Sandro Provvisionato

«La situazione dell’informazione non è buona». Adriano Celentano avrebbe potuto aggiungere anche questa constatazione nel suo ultimo disco di successo. E accomunare i giornalisti agli architetti nella sua invettiva. Avrebbe raccolto un applauso in più e la categoria non si sarebbe neppure tanto risentita. Certamente molto meno di quanto si è offesa quella dei costruttori di ecomostri. Il problema centrale, infatti, è che oggi una sorta di torpore sta lentamente, ma inesorabilmente, aggredendo una categoria ormai votata alla passiva accettazione dell’esistente. Incapace di reagire perfino di fronte ad un fatto concreto e gravido di conseguenze, specie per le generazioni future, come la mancanza di un contratto di lavoro. E non mi riferisco alle debolezze dell’organizzazione sindacale dei giornalisti. Ma proprio all’assoluta arrendevolezza della mia/nostra/loro professione.
Lasciamo per un momento da parte il problema dell’autonomia delle redazioni e delle testate.
E’ questo un problema epocale ma che almeno si trascina il ricordo ormai sbiadito di furiose battaglie: la vendita del Messaggero di Sandro Perrone; Vittorio Feltri in anticamera per due mesi all’Europeo; le assemblee per Paese Sera. Lotte che, non a caso, appartengono alla preistoria del giornalismo. Ed anche tutte battaglie perse: delle tre testate che ho nominato, due non esistono più da anni. Battaglie perse, certo, ma almeno combattute fino in fondo.
Oggi invece chi ha mosso un dito per la chiusura di Diario? E per Il manifesto agonizzante contano solo le sottoscrizioni? E se l’Unità finisce nelle mani dei padroni di Libero possiamo solo fare spallucce? Chi ricorda più una vertenza sull’informazione dove le parole libertà ed autonomia abbiano avuto ancora un valore centrale? Visto che l’autonomia e l’indipendenza delle testate non appassionano un granché, proviamo allora a concentraci su una questione più particolare, minimale all’apparenza, ma altrettanto strategica: quella dell’indipendenza personale del giornalista, oggi ridotta all’equazione: libertà uguale povertà uguale precarietà.
Qualcuno potrà obiettare che non è dal particolare che si può risalire al generale. Che il mio è un ragionamento empirico. Eppure da sempre nutro una convinzione: che è inutile parlare di indipendenza, autonomia e libertà se il primo che sembra poco attratto da queste tre condizioni è proprio il singolo, cioè il giornalista.
Intendiamoci subito sul significato di indipendenza. Un giornalista indipendente non è un giornalista fantasma, molto british, senza idee politiche. E’ un giornalista dotato di profonda onesta intellettuale che utilizza il suo essere operatore dell’informazione ad esclusivo vantaggio del lettore e/o ascoltatore e/o spettatore. Allora la domanda è: un giornalista per essere libero deve meritoriamente lavorare in una cooperativa, sotto pagato, con impegno quasi volontaristico?
E se vuole essere indipendente in una testata «ricca»? Possibile che la libertà e l’indipendenza
nella stampa e nelle televisioni nazionali appartengano ormai solo a quei giornalisti, un po’ rompicoglioni, magari un po’ «senatori», che hanno scelto di non fare carriera e che si sono scavati una nicchia da qualche parte? Ma perché un buon giornalismo deve per forza essere di nicchia? Da quanto tempo da un’inchiesta giornalistica non nasce un’inchiesta giudiziaria? Certo i tempi si sono fatti complicati. Il fatto che destra e sinistra si assomiglino sempre di più complica le cose. Entrambi gli schieramenti ormai obbediscono ad un’unica moltitudine di poteri forti che ha creato un muro di gomma che a sua volta vanifica anche le migliori delle intenzioni.
Prendiamo un prodotto di qualità come Report. Milena Gabanelli e i suoi giornalisti svolgono la professione all’insegna della più assoluta delle indipendenze. Sono riusciti a creare qualcosa che va sulla Rai, ma che della Rai non fa parte. Report è un committente, senza o con pochi controlli, della Rai. E’ indipendente fin nella sua struttura perché fatto da giornalisti free lance. Ha fatto dell’indipendenza la sua cifra. E dimostra di essere vincente. Un’altra nicchia, certo,
anche se una nicchia di grande ascolto.
Ma qual è il segreto di Report? Il primo e più importante è: sta fuori dal coro. E qui mettiamo il dito nella piaga. Il problema dell’indipendenza, a mio modesto avviso, sta tutto in quella cosa che si chiama coro. Lungi da me il voler generalizzare, ma oggi nell’informazione italiana, purtroppo a quasi tutti i livelli, non solo si scrive, si speakera, si monta in coro. Ma in coro si cercano le notizie. Vuoi perché le fonti ormai sono corali, dicono cioè tutte la stessa cosa, vuoi, soprattutto, perché in pochi hanno tentato almeno una volta di uscire dal coro. E così, ovviamente, abbiamo le stesse notizie su tutte le testate e i notiziari televisivi sono notiziari fotocopia. Indipendenza è allora cercare di cantare fuori dal coro? Capisco che molti giornalisti sono come Don Abbondio e chi
non ha il coraggio di certo non può darselo. Capisco anche che per molti quello del giornalismo è solo un impiego come un altro. Capisco anche i «tengo famiglia». Capisco le pressioni ed i condizionamenti che subiscono i giornalisti che si occupano di politica e di economia. Ma ci sono altre cose che non capisco.
Prendiamo un giornalista parlamentare. E’ proprio obbligatorio registrare la dichiarazione del leader di turno senza tentare mai una domanda che sia una domanda? E’ proprio obbligatorio seguire solo e soltanto la polemica del giorno?
Prendiamo la cronaca. Facendo il giornalista da più di 30 anni posso dire, senza timore di essere smentito, che il giornalismo di cronaca italiano non ha mai toccato livelli più bassi degli attuali. Prendiamo il delitto di Perugia che tante paginate e dirette televisive ha occupato. Possibile che solo pochi cronisti, che possono essere contati sulle dita di una mano, abbiano avuto l’indipendenza di scrivere che quell’inchiesta è marcia? Che il magistrato che la conduce è un incompetente, che ha già dimostrato la sua incompetenza in un’altra inchiesta fantasiosa che alla fine gli è stata sottratta o quasi? Che la polizia ha commesso errori clamorosi? E a Perugia in quanti hanno scritto, a proposito del Lumumba «mostro» di turno, che prima di arrestare qualcuno, una volta almeno, gli investigatori verificavano il suo alibi? Perché i cronisti sono così ignoranti da credere e far credere [a proposito dell’arma del delitto] che la parola «compatibile» certifichi una qualche identità, mentre è noto che un coltello è «compatibile» con una ferita da taglio solo in quanto è un coltello?
Oltre alla questione del coro, a proposito dell’indipendenza, almeno personale, dei giornalisti italiani [ma il discorso potrebbe tranquillamente varcare le frontiere], gioca un ruolo devastante di cui, spesso, gli stessi giornalisti sono al tempo stesso vittime e carnefici: la spettacolarizzazione dell’informazione. Una volta si chiamava scoop. Oggi lo scoop si chiama clamore.
Lo scoop non era soltanto la notizia che gli altri non avevano, ma era la novità che sovvertiva le credenze comuni, il fatto nuovo che ribaltava la storia, l’intervista imprevista che sconvolgeva le ipotesi più diffuse. Oggi lo scoop si è ridotto alla stranezza del fatto. Allo scandalo che può suscitare.
Fa notizia il rom che, ubriaco, aveva ucciso quattro giovani e oggi diventa testimonial di una griffe di moda. E fa notizia anche se la notizia è falsa o al massimo è una trovata balorda, ma priva di effettivi riscontri, di un sedicente imprenditore di moda. Fa notizia il ministro dell’Interno che, forse un po’ alticcio, parla a vanvera di minorenni che giocano a dadi e ragazzine che si prostituiscono per pagare i debiti di gioco. Nessun giornalista che chieda precisazioni.
Quanta indipendenza ci vuole per chiedere al ministro, se non direttamente, almeno in un pezzo: ma dove? Ma quando? Ma chi? Ma da chi l’ha saputo? Si spara il titolo in pagina o in apertura di Tg, senza il minimo approfondimento. In Italia - i dati del Viminale parlano chiaro - tutti i reati, compresi quelli più gravi, sono in calo. E’ una tendenza che ci accomuna a tutto l’Occidente. Eppure mai come ora l’allarme sociale sulla criminalità è stato così alto. Giornali e televisioni si salvano con una nuova raffigurazione inventata di sana piana: la percezione sociale. Come dire: è vero i crimini diminuiscono, ma la gente ha paura lo stesso.
Che possiamo farci noi giornalisti? Possiamo farci molto. Ad esempio smettere di inseguire quelli che io chiamo «i filoni dello sconcerto».
Mi spiego: se la notizia dell’ubriaco al volante che uccide quattro ragazzi crea ascolto, allora potete stare certi che per almeno una settimana sulle prime pagine dei giornali e nei notiziari tv troverete un’autista ubriaco killer al giorno. Basta scorrere le cronache del mese di ottobre per accorgersi che è accaduto davvero. Il meccanismo è semplice. Ci sono fatti che accadono in continuazione. Restano sommersi finché qualcuno non scopre che stupiscono, creano clamore e spaventano
l’opinione pubblica. Allora si apre il «filone dello sconcerto» fino al prossimo filone. Il problema è che questo è un meccanismo informativo che si va consolidando con il passare del tempo. Sparisce un bambino? Per giorni sembra che il nostro sia un Paese dedito all’infanticidio. Ma perché lo stesso meccanismo non si applica agli incidenti sul lavoro, questi sì dal trend costante? Perché fa notizia l’incidente nei cantieri quando l’evento accade in un contesto drammatico e le vittime sono più di una? Il problema che alla fine dei conti investe direttamente l’indipendenza del giornalista, la sua capacità di nobilitare la sua professione [o almeno di non infangarla troppo] sta anche in questo: rifiutare la spettacolarizzazione. Sottrarsi alla tendenza dominante. Dire qualche no. Il mio è un
discorso minimalista che parte troppo dal basso e che ignora i massimi sistemi dell’informazione? E se, per una volta, il basso diventasse alto?

Un articolo dal mensile Carta Etc. in edicola con il settimanale.

UN GOVERNO AL MINIMO...SANITARIO

Finanziaria 2008: i principali provvedimenti in materia di Sanità

> Più soldi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Vengono stanziati ulteriori 50 milioni di euro per il potenziamento delle attività di prevenzione e contrasto degli incidenti e delle malattie professionali sui luoghi di lavoro.
Questi fondi andranno a finanziare i nuovi programmi di formazione e prevenzione previsti dalla nuova legge n. 123/2007, di delega sulla salute e la sicurezza del lavoro, approvata l'agosto scorso.
> Più risorse per l'assistenza sanitaria ai cittadini e per il contratto del personale del SSN.
> Crescono i finanziamenti per la costruzione di nuovi ospedali, servizi e per nuove tecnologie. Con attenzione al risparmio energetico e all'ambiente.
> Forte rilancio degli investimenti strutturali nell'edilizia sanitaria con lo stanziamento di 3 miliardi di euro per l'ammodernamento delle strutture sanitarie, la costruzione di nuovi ospedali e servizi territoriali, il rinnovo delle tecnologie mediche, la messa in sicurezza delle strutture e la realizzazione di residenze sanitarie per gli anziani. In tutto, quindi, 3 miliardi in più rispetto al 2007 e 6 in più rispetto al 2006.
> Abolito il ticket sulle ricette per la diagnostica e le visite specialistiche.
Viene abolito il ticket di 10 euro sulle ricette per le prestazioni di diagnostica e per le visite del medico specialista.
> Cresce il fondo per l'assistenza alle persone non autosufficienti.
Sale a 400 milioni di euro la dotazione del fondo per la non autosufficienza per l'assistenza ai malati non autosufficienti e bisognosi di assistenza continuativa.
> La gestione dell'ECM passa all'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

Tutti gli altri principali provvedimenti sono riportati nel link
http://www.amblav.it/news_dettaglio.aspx?IDNews=4793

20 dicembre 2007

LE MISERIE DI UN PAESE IN COMA

Quando i rom non fanno notizia

Giovanni Russo Spena*

20 dicembre 2007

Trentasei bambini e tre donne, tutti rom italiani e francesi, costretti dallo sgombero del loro campo a Roma, nel V municipio, a dormire in due pulmini, all'addiaccio, da dieci giorni. Ma sui giornali di questo episodio vergognoso non c'è stata traccia

Al direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli
Al direttore di Repubblica Ezio Mauro
Al direttore del Messaggero Roberto Napoletano
Al direttore del Tg1 Gianni Riotta
Al direttore del Tg2 Mauro Mazza
Al direttore del Tg3 Antonio Di Bella

Cari direttori,mi è dispiaciuto non trovare oggi sui vostri giornali nessun riferimento alla drammatica storia di 36 bambini e 3 donne, tutti rom italiani e francesi, costretti dallo sgombero del loro campo a Roma, nel V municipio, a dormire in due pulmini, all'addiaccio, da dieci giorni. La notizia, raccontata in aula nel suo intervento dal senatore del mio gruppo Salvatore Bonadonna, era tale da far accapponare la pelle: una cinquantina di rom quasi tutti con lavoro, molti perfino a tempo indeterminato, cacciati all'alba, le loro povere case distrutte, distrutti i libri di scuola dei bambini, quelli in età scolare tutti inseriti, e bene, nel contesto scolastico....
Dalla denuncia del senatore Bonadonna ci siamo mobilitati e alla fine siamo riusciti ad ottenere dal prefetto Mosca, che non era a conoscenza di questa situazione, una soluzione condivisa. Il Comune infatti aveva si proposto degli alloggi, ma in situazioni che avrebbero portato allo smembramento delle famiglie. La situazione naturalmente è, come si dice, in progress e noi continuiamo a seguirla da vicino.
Si parla tanto, e giustamente, della distanza tra la politica e i cittadini. Ebbene, lo dico come nota a margine, quando alla fine è arrivata, grazie al prefetto, l'avvio di una soluzione, noi politici esperti e consumati ci siamo sentiti, per una volta, concretamente utili a questo paese, un paese che non può lasciare bambini e donne, e neanche uomini, a dormire al freddo dopo avergli distrutto l'abitazione. Una piccola cosa, certo. Ma, almeno per noi, di enorme significato civile.
Il motivo per cui vi rivolgo questa lettera, collettiva e aperta, è un altro: conosco la vostra sensibilità e professionalità e la grande qualità delle vostre redazioni, mi rendo conto che la quotidianità incalza e preme, ma ciò che sta avvenendo nelle città italiane, nel paese, io credo meriti il potere informativo delle vostre grandi inchieste, non la rubricazione (in questo caso addirittura la derubricazione) a "fatti di cronaca". Sono certo che condividete la necessità che nel paese infatti, insieme alla giustissima condanna per atti criminali compiuti da alcuni rom, condanna morale e civile che deve esprimersi per la criminalità di qualsiasi persona, di qualsiasi nazionalità, venga prodotta anche l'informazione necessaria a non alimentare e anzi a frenare, l'odio per il diverso da noi.Il ruolo dell'informazione è essenziale sempre, ma su questo terreno è vitale.

*Capogruppo a Palazzo Madama del Prc

18 dicembre 2007

SICUREZZA SUL LAVORO E INFORMAZIONE


Lettera aperta

agli organi di comunicazione ,alle Istituzioni , alle Organizzazioni Sindacali, agli Operatori della Prevenzione Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro : il ruolo di tutti ,il ruolo dei Servizi Pubblici di Prevenzione

Come Società Nazionale Operatori della Prevenzione riteniamo doveroso esprimere le nostre
considerazioni nella discussione, ampiamente proposta nei media nel recente periodo ed in
particolare negli ultimi giorni dopo l’infortunio collettivo nelle Acciaierie ThyssenKrupp di
Torino.
Riteniamo positiva l’attenzione al tema della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro soprattutto
se non si accende solo a ridosso di gravi episodi ma sa essere attenta agli infortuni, che
quotidianamente avvengono, e alle malattie professionali o comunque correlate al lavoro.
L’Organizzazione internazionale del Lavoro sostiene che su 80 decessi 1 è correlato al lavoro,
da infortunio o malattia.
Nel nostro paese la situazione è sempre drammatica, pur se negli ultimi anni si sta verificando
un progressivo decremento degli infortuni (peraltro non distribuito in maniera omogenea sul
territorio nazionale). Vorremmo approfittare di questo rinnovato livello di attenzione per
ribadire alcune nostre considerazioni sul tema.
Vogliamo in particolare esprimere il nostro punto di vista rispetto alle accentuazioni sul ruolo
dei Servizi pubblici delle ASL, il cui mandato è la prevenzione sin dalla L. 833/78, di cui
l’esercizio dei poteri di controllo è parte integrante (con l’importante strumento del D.Lgs.
758/94). Vogliamo sottolineare come, nonostante le gravi carenze di organico, i Servizi hanno
programmato e sostenuto importanti e onerosi piani mirati di intervento in tutti i comparti
produttivi, a cominciare dall’edilizia da sempre ritenuto il settore a più alta incidenza di
infortuni, spesse volte mortali. Si è fatto però cenno solo ad alcuni aspetti di questi ultimi,
della loro qualità e quantità, mentre sono state tralasciate le molteplici ed essenziali attività di
informazione e di assistenza, di promozione della salute, che tali Servizi svolgono e devono
svolgere.
Sottolineiamo l’ingiustizia di una generica ed universale allusione a debolezze e scarsa
professionalità o addirittura ad episodi di dubbia condotta etica, come sarebbe ingiusto
attribuire ai vigili urbani la mole di violazioni al codice della strada a partire dal semplice
divieto di sosta o dalla guida sotto assunzione di sostanze da abuso o alle forze di polizia il
permanere di sacche di piccola o grande illegalità fino alle drammatiche espressioni della
criminalità mafiosa.
E’ stata posta enfasi su debolezze dell’organo di controllo a Torino: non abbiamo elementi per
giudicare, ma, come in altri casi, eventuali illeciti o omissioni si possono e si devono
riconoscere e correggere, senza per questo dare complessivi giudizi sommari su un intero
organo ; se e quando debolezze vi sono, vanno affrontate, ne vanno individuate le cause e va
dato un aiuto al loro superamento. Ma senza dimenticare quali sono le primarie
responsabilità di fatti come quello della ThissenKrupp.
E’ stato disarmante ascoltare parlamentari, con passato di magistrati impegnati in processi su
salute e sicurezza, associarsi alla acritica deplorazione del ruolo delle ASL, dopo che in Senato
gli stessi hanno approvato l’indulto anche per i reati in materia di lavoro. Rileviamo che, salvo
fortunate eccezioni, pari enfasi non viene data ad episodi di condizionamento, anche
istituzionale, ricevuti da operatori dei servizi che cercano di svolgere il proprio mandato. Si
veda il recente caso di Tuscania, dove il Consiglio comunale ha chiesto la rimozione di un
dirigente di Servizio che programmava controlli efficaci nel settore dell’attività dell’edilizia.
Non si deve insinuare alcun dubbio sul necessario e stretto legame tra organi di vigilanza e
controllo nei luoghi di lavoro e Magistratura, rapporto strategico come ribadito recentemente
nel corso per magistrati, organizzato a Roma dal Consiglio Superiore della Magistratura. In
tale occasione invece, presenti anche delegazioni regionali dei Servizi ASL, sono stati richiesti
un percorso di specializzazione delle Procure, un’attenzione della efficacia della giurisdizione
giudicante, un ruolo di orientamento preciso anche del CSM.
Le cause dei danni da lavoro, dei morti, dei feriti, gravi e lievi, degli infortuni e delle malattie,
stanno dentro la società, nella sua organizzazione, nella sua etica. Convivono sempre i rischi
"vecchi" e i rischi "nuovi", cause puntuali e cause multifattoriali. Dovremmo affermare
l'esigenza di concepire il lavoro come un'attività che emancipi l'uomo, non come qualcosa da
cui è necessario solo difendersi perchè degradante e pericolosa. Dovremmo poter contare su
attività complessive e complesse di tutte le istituzioni e delle parti sociali, che contribuiscano
ad una progressiva diffusione della cultura della sicurezza e della legalità del lavoro. Quindi,
attenzione alle vittime, certamente, ma attenzione ai lavoratori ed al loro ruolo nei processi di
tutela della salute, della sicurezza e della regolarità sul lavoro.
Occorre migliorare l’evoluzione dei processi produttivi ed occupazionali, insieme con le forze
innovative e vitali del mondo del lavoro. Importante è l’iniziativa contro la fragilità del
lavoro e del mercato produttivo: dal lavoro precario a quello delle fasce deboli, degli
immigrati, alle attività in dismissione, come per l’acciaieria ThyssenKrupp. Risulta cruciale a
questo proposito perfezionare le modalità di collaborazione tra Servizi delle ASL e le
Direzioni Provinciali del Lavoro.
La Prevenzione dei rischi per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro dipende primariamente
dalle FIGURE DELLA PREVENZIONE AZIENDALE a partire dai DATORI DI LAVORO,
dall’organizzazione d’impresa e dall’attenzione in questa dedicata ai temi della salute e
sicurezza.
Ma è anche necessario un alto livello pubblico di regolazione e promozione del sistema: in
quest’ambito, determinante è il ruolo delle Pubbliche Amministrazioni, degli organi centrali
quali Ministeri, Inail e Ispesl, degli organi periferici quali Regioni ed ASL. Determinante è
un’azione appunto di sistema, che proceda per priorità e piani di Prevenzione, con concrete
forme di coordinamento ed integrazione.
Non va omesso in questo senso che negli ultimi anni alcune cose positive sono accadute, in
particolare nelle strategie delle istituzioni, nella definizione di azioni di sistema ed anche a
livello normativo, ai fini della promozione di una maggiore prevenzione. Ma la strada è
certamente ancora lunga. Esistono anche esempi di “buone pratiche”, spesso condotte da
imprese anche di piccole dimensioni e con metodo partecipativo con le OOSS e le istituzioni.
Ci si deve porre il problema della loro diffusione e trasferibilità .
La stessa attività della Magistratura e l’effettività delle pene anche per i reati cosiddetti
colposi devono trovare un giusto e doveroso rilancio.
Le risorse degli organi di controllo sono solo un anello, ma certo importante delle questioni.
Quanti sono gli operatori, dove sono, quanti mancano, quanti non possono operare anche per
condizionamenti non solo esterni: si tratta di aspetti di partenza da cui muovere per ogni
discussione sul tema.
Non può essere tralasciata l’attenzione alla professionalità dei Servizi pubblici di controllo
rispetto ad un mondo della produzione che è profondamente cambiato negli ultimi anni: sono
necessarie competenze tecniche specialistiche polidisciplinari, conoscenze approfondite sulle
novità del lavoro e della produzione in senso ampio. Esiste la necessità che vengano abolite
attività - ancora previste per legge - di non dimostrata efficacia, onde poter liberare risorse
tra quelle già presenti nei Servizi Pubblici.
La vicenda di Torino può e deve diventare occasione per parlare anche dei Servizi di
Prevenzione delle ASL e più in generale di cosa significhi controllare e prevenire i rischi sul
lavoro; ma in ciò va tenuto conto delle debolezze “storiche” del sistema, di quanto poco è stato
fatto in molti casi a livello centrale e da parte delle Amministrazioni regionali che ricevono
fondi destinati alla Prevenzione spesse volte stornati per altri fini, di quanto spesso gli
operatori siano lasciati soli, quando non sostanzialmente ostacolati, di fronte a compiti delicati
e complessi che richiedono elevate professionalità.
Alla cura si dedica sempre un’attenzione non confrontabile rispetto alla prevenzione. La
recente discussione relativa alla Legge Finanziaria ha posto attenzione su questo che rischia di
diventare IL PROBLEMA DEI PROBLEMI.
Il silenzio del Sistema Regioni nel dibattito di questi giorni esprime purtroppo queste
debolezze. Anche da altri nelle istituzioni e nelle forze sociali non è venuta del resto adeguata
attenzione, né sono emerse proposte ed interventi per correggerle.
Ci pare che solo il Ministro Damiano abbia correttamente ricordato in più occasioni l’enorme
discrasia tra il numero delle imprese italiane (tra i 4 ed i 5 milioni, in parte prevalente - ben
oltre il 90% - di piccolissime dimensioni) ed i circa 10.000 operatori che complessivamente
fanno parte degli organi deputati (a vario titolo) alla vigilanza. Discrasia che con tutta
evidenza rende indispensabile l’attuazione di strategie che vadano ben oltre il solo e pur
fondamentale controllo sui luoghi e le situazioni conosciute come più a rischio.
Ci auguriamo che, dopo l’emergenza mediatica di questi giorni, non cali rapidamente, come
in altre occasioni, l’attenzione su questi temi e che anzi, con maggiore razionalità, si
comincino ad approfondire le possibili risposte e ad adottare soluzioni che a vario livello ed a
vario titolo (basti ricordare le risultanze di ormai numerose Commissione parlamentari
d’indagine) sono state da tempo individuate - anche con il concorso degli operatori - ma mai
effettivamente attuate in misura adeguata.

Per il Direttivo Nazionale SNOP
Il Presidente Nazionale SNOP
Dr.Domenico Taddeo

17-12-2007

17 dicembre 2007

GLI SPIFFERI IPOCRITI DI "PORTA A PORTA"

Morti sul lavoro, salario e passerelle televisive

E' successo che anche la trasmissione "Porta a Porta" di mercoledì 12 dicembre ha affrontato la questione delle morti sul lavoro. In trasmissione economisti e sindacalisti ed in collegamento da Torino i lavoratori e le famiglie dei morti-uccisi alla Thyssen Krupp.
Dopo mezz'ora in cui si è parlato della strage di Torino, della terribile situazione delle famiglie, del bisogno di maggiore sicurezza sul lavoro, ed aver sciorinato anche i suoi auguri e le sue dovute condoglianze, il conduttore saluta i lavoratori in collegamento da Torino e rivolto ai presenti alla trasmissione (economisti e sindacalisti) dice ... ed ora cambiamo argomento ... parliamo di salari.
Capite .. ??? Il conduttore ha liquidato il collegamento con i lavoratori di Torino dicendo che ora c'era da parlare d'altro.
I salari ??? Questione da specialisti ... che c'entrano i lavoratori.
Lo sappiamo bene che è ormai prassi che dei nostri salari (e di cosa fare) se ne parli spesso in TV e sui giornali invece che nelle assemblee di luogo di lavoro, ma in questa occasione è venuto un groppo alla gola ... Ma allora è proprio vero che i lavoratori (quelli in carne ed ossa) fanno audience ed interessano solo quando muoiono.
Anche i sindacalisti presenti (le onnipresenti CISL ed UGL, nuove stars dei dibattiti televisivi) non hanno avuto nulla da eccepire e si sono immediatamente atteggiati a grandi specialisti di questioni salariali.
Il loro assunto ?? semplice.
I salari si riducono in primis perchè non recuperano nemmeno l'inflazione programmata. Il loro obiettivo è che da oggi i salari riescano in questo difficile cimento. Come ?? semplice, demandare al contratto nazionale questo compito e chiedere al Governo di alzare un poco l'inflazione programmata.
Già ... semplice vero? Ma le cose andrebbero viste con maggiore attenzione.
In primo luogo bisogna ricordare ai nostri esperti sindacalisti che già adesso al contratto nazionale compete il recupero dell'inflazione programmata e se ciò non è riuscito un motivo ci sarà. Ed in effetti ce ne sono molti.
Innanzi tutto grazie all'accordo del 1993 non è assolutamente esigibile che i salari debbano seguire l'inflazione. Bisogna lottare per ottenere anche solo il recupero dell'inflazione programmata e magari dare alle imprese qualcosa in cambio in termini di flessibilità e revisione di quel poco di normativo e di buono che ancora è previsto nei contratti. Cioè .. anche quel poco che si chiede ci costa caro.
Inoltre non dimentichiamo l'effetto scaglionamento nel tempo di ciò che si ottiene. Alla scadenza del contratto questo dovrebbe recuperare l'inflazione programmata (quindi neppure tutta l'inflazione) dei due anni precedenti. Cioè se va bene riusciamo a recuperare solo due anni dopo una parte dell'aumento del costo della vita che già abbiamo subito nei due anni precedenti. Ma poi quanto si ottiene non ci viene erogato immediatamente ma in ratei che portano l'aumento a regime nei due anni successivi.
Risultato ? Alla fine ci vogliono 4 anni per recuperare l'inflazione programmata di 4 anni prima e mentre intaschiamo ciò, già l'inflazione aumenta e dobbiamo aspettare ancora due anni per cercare di recuperarla dopo 4 anni. Un bel circolo vizioso.
Ma quale è allora la proposta avanzata da CISL e UGL in quel dibattito ??? Dare al contratto nazionale il compito di recuperare l'inflazione (Un po come dire ad uno che cade che la soluzione è non cadere. .. Grazie .. prego). Ma i nostri sindacalisti vanno oltre .. il contratto deve garantire il minimo salariale .. tutto il resto va alla contrattazione decentrata. ..... Minimo salariale ??? e che vuol dire.??? Non si parlava di recupero dell'inflazione ??
Ora, se di salari parlassero i lavoratori, cosa potrebbero dire invece? Ad esempio che la difesa del loro salario dall'inflazione non dovrebbe neppure essere oggetto di contrattazione e di lunghe lotte.
Visto che tutti (da sindacati a Confindustria, passando per Governo e Bankitalia) riconoscono che a ridurre i salari è stata l'inflazione non recuperata e visto che tutti dicono che è questo il problema principale .. allora perchè non pensare di nuovo ad un meccanismo tipo scala mobile ???
Così almeno si tutelerebbero veramente i salari e si lascerebbe libera la contrattazione di impegnarsi sulla redistribuzione della produttività senza rimanere infangata in lungi ed estenuanti tentativi di recuperare l'inflazione (che tutti a parole riconoscono come dovuta ma che si guardano bene dal concedere .. anzi).
Vi ricordate ?? Quando si accettò l'abolizione della scala mobile la motivazione sindacale era che la scala mobile non permetteva un virtuoso sviluppo della contrattazione. L'idea sindacale di allora era che abolita la scala mobile avremmo fatto contratti ricchi, grassi e carichi. Il risultato è stato invece che se prima ci prendevamo la scala mobile ed in più i risultati della contrattazione contrattuale ora invece riusciamo a mala pena a recuperare solo una parte dell'inflazione (quella programmata ovviamente perchè il resto va in cavalleria) e se va bene entro i 4 anni successivi.
Questo per dire che a sentire i lavoratori, magari prima di andare a discutere con Montezzemolo e Governo su come riformare i nostri salari, sarebbe meglio. Ci si capirebbe di più, si imparerebbe qualcosa e si farebbe tutti un bel bagno di democrazia partecipata (che oggi è perla rara).
Ecco perchè queste passerelle televisive a cui i nostri sindacalisti hanno fatto l'abbonamento mettono angoscia e tristezza.
Si parla di salario senza che nessuna assemblea di lavoratori abbia avuto la possibilità di discutere e decidere qualcosa, si fanno parlare solo quelli che sono d'accordo tra di loro (sindacalisti e Confindustria) e non si da spazio a ipotesi diverse che pure esistono nel dibattito sindacale e quando se ne parla è solo per denunciarle come cose da folli.
Ai lavoratori viene concesso di esistere solo quando muoiono e la cosa fa notizia. Si ascoltano i loro racconti sulle condizioni di lavoro, sulla flessibilità degli orari che li fa lavorare oltre le 12 ore ed anche più, sull'organico insufficiente a rendere adeguata la turnazione ed a gestire le sostituzioni, sui salari da fame che ti fanno accettare di fare straordinari anche se si lavora in condizioni oggettivamente pericolose. E chi ascolta si rattristisce a sentire queste storie, chiede più sicurezza e più ispettori (proprio quelle cose che negli anni precedenti sono state tagliate, assieme a tante altre cose, per far tornare i conti alle imprese ed al bilancio dello stato).
Ma poi, quando si deve parlare di salario, di modelli contrattuali si cambia collegamento perchè, diciamocelo, questa discussione sui nuovi modelli contrattuali, per come si è aperta, non è fatta per rilanciare le nostre retribuzioni ma per fondare le basi di un nuovo "Patto" tra Cgil Cisl Uil e Confindustria.
Intanto la povertà aumenta, come la precarietà e la flessibilità, gli orari di lavoro aumentano ed i morti sul lavoro continuano. Proprio il giorno 12 è un muratore si è infortunato gravemente cadendo da 4 piani. Aveva 61 anni e stava su un'impalcatura a 15 metri di altezza.
Ma, come ci hanno detto per far passare la nuova controriforma delle pensioni, la vita si è allungata e bisogna lavorare di più.
Bene, così tutti staremo su un'impalcatura a 15 metri di altezza fino a 61-62 anni e qualcuno anche di più (se non ci licenziano prima o se non precipitiamo prima).
Intanto, chi ha deciso per noi, matura la pensione dopo una legislatura e tutti gli altri non stanno certo su un'impalcatura fino a 61 anni o su un ciclo continuo a lavorare per 12-14-16 ore a turno.
Stanno a fare incontri tra di loro e passerelle televisive a parlare di noi senza sapere cosa vogliamo e cosa pensiamo noi. ... A quando anche una assemblea ??? chiediamo troppo ?
Scusate lo sfogo ........

COORDINAMENTO RSU

15 dicembre 2007

DOPO TORINO, IL GOVERNO ANCORA NON HA CAPITO L'EMERGENZA

Stragi sul lavoro:
ciò che serve
e ciò che si fa

Marco Bazzoni

Rappresentante dei Lavorarori
per la Sicurezza

L'unica cosa che è stata decisa che entro natale il Governo varerà 2 decreti sulla sicurezza, uno per l'aumento delle ispezioni delle Asl che passeranno da 78 mila a 250 mila, l'altro sul coordinamento delle attività. Il Governo Prodi mi deve spiegare come è possibile arrivare a 250 mila ispezioni all'anno, se i tecnici della prevenzione sono meno di duemila in tutta Italia (per l'esattezza 1950), con 4 milioni di aziende da controllare

Dopo la strage sul lavoro alla Thyssenkrupp che è costata la vita a 4 operai, mi sarei aspettato dal Governo Prodi dei provvedimenti d'urgenza.
Mi sarei aspettato un aumento del personale ispettivo delle Asl, dato il Presidente del Consiglio Romano Prodi aveva speso parole importanti davanti ai tg, ai quotidiani, alle agenzie di stampa, dicendo "che le morti bianche sono un emergenza nazionale, che le leggi ci sono già e sono buone, si tratta di applicarle meglio", purtroppo così non è stato.
L'unica cosa che è stata decisa che entro natale il Governo varerà 2 decreti sulla sicurezza, uno per l'aumento delle ispezioni delle Asl che passeranno da 78 mila a 250 mila, l'altro sul coordinamento delle attività.
Il Governo Prodi mi deve spiegare come è possibile arrivare a 250 mila ispezioni all'anno, se i tecnici della prevenzione sono meno di duemila in tutta Italia (per l'esattezza 1950), con 4 milioni di aziende da controllare!
Però intanto entro gennaio verranno assunti 300 nuovi ispettori del lavoro per contrastare le morti bianche e il lavoro nero.
Ancora non mi è riuscito far capire al Governo, e ne sono molto amareggiato, che non è l'ex ispettorato del lavoro (adesso direzione Provinciale e Regionale del lavoro) l'organo di vigilanza preposto ai controlli per la sicurezza sul lavoro, ma le Asl con i loro tecnici della prevenzione negli ambienti di lavoro (legge 833 del 1978)

Non vi è alcuna norma di legge che attribuisca "... competenza generale agli organi ispettivi del Ministero del Lavoro, per i rischi che si verificano nei settori edili e di cantieristica"; vero è invece il contrario, e cioè il subordine degli interventi delle DPL, visto che per legge devono essere pre-avvisate la ASL territorialmente competenti di un loro intervento in cantiere (art. 1 comma 2 DPCM 1997, decreto che definisce gli ambiti di "doppia" vigilanza delle DPL ai soli cantieri ed ai lavori subacquei/aria compressa).
Da come si capisce dalla mia lettera, gli ispettori del lavoro hanno solo una deroga per i cantieri (sempre preavvisando le Asl), che gli è stata data con questo DPCM del 1997.
Anche ammettendo questo, magari fossero tutti ispettori tecnici destinati a controllare i cantieri!.
Di questi 300 ispettori del lavoro solo 75 sono ispettori tecnici a cui sarà affidato il compito della vigilanza per la sicurezza nei cantieri, mentre gli altri 225 si occuperanno di controlli amministrativi di regolarità.
Però questa cosa il governo non la dice apertamente davanti ai mass media, anzi si è badato bene dal farlo.
L'unico modo per saperlo è andarsi a leggere l'art 12, comma 1, della Legge 123 del 3 agosto 2007.Ma non solo il governo ha le idee poco chiare, dobbiamo constare anche che diversi politici non sanno chi fa i controlli per la sicurezza sul lavoro.

Ieri sera Franceschini e Fini a Ballarò, andavano dicendo che bastava assumere maggiori ispettori del lavoro, magari utilizzando le risorse in esubero del bilancio dell'INAIL (13 miliardi di euro).
Il senatore Lamberto DINI a Porta a Porta, affermava che non c'era bisogno di nuove "forze" per far fronte alla piaga delle morti sul lavoro, bastava spostare i dipendenti pubblici in esubero
da un ufficio all'altro per garantire maggiori controlli.
Chissà se qualcuno si farebbe curare da un medico che arriva in qualche ospedale come funzionario in esubero, o se per assistere a un parto ci mettessimo una bidella in esubero da qualche scuola chiusa per mancanza di alunni!!!

A beneficio degli "smemorati" riporto l'articolo 20 della L.833/78:
20. (Attività di prevenzione). - Le attività di prevenzione comprendono:

a) la individuazione, l'accertamento ed il controllo dei fattori di nocività, di pericolosità e di deterioramento negli ambienti [di vita e] di lavoro, in applicazione delle norme di legge vigenti in materia e al fine di garantire il rispetto dei limiti massimi inderogabili di cui all'ultimo comma dell'articolo 4, nonché al fine della tenuta dei registri di cui al penultimo comma dell'articolo 27; i predetti compiti sono realizzati anche mediante collaudi e verifiche di macchine, impianti e mezzi di protezione prodotti, installati o utilizzati nel territorio dell'unità sanitaria locale in attuazione delle funzioni definite dall'articolo 14 (6);

b) la comunicazione dei dati accertati e la diffusione della loro conoscenza, anche a livello di luogo di lavoro e di ambiente di residenza, sia direttamente che tramite gli organi del decentramento comunale, ai fini anche di una corretta gestione degli strumenti informativi di cui al successivo articolo 27, e le rappresentanze sindacali;

c) l'indicazione delle misure idonee all'eliminazione dei fattori di rischio ed al risanamento di ambienti [di vita e] di lavoro, in applicazione delle norme di legge vigenti in materia, e l'esercizio delle attività delegate ai sensi del primo comma, lettere a), b), c), d) ed e) dell'articolo 7 (6);

d) la formulazione di mappe di rischio con l'obbligo per le aziende di comunicare le sostanze presenti nel ciclo produttivo e le loro caratteristiche tossicologiche ed i possibili effetti sull'uomo e sull'ambiente;

e) la profilassi degli eventi morbosi, attraverso l'adozione delle misure idonee a prevenirne l'insorgenza;

f) la verifica, secondo le modalità previste dalle leggi e dai regolamenti, della compatibilità dei piani urbanistici e dei progetti di insediamenti industriali e di attività produttive in genere con le esigenze di tutela dell'ambiente sotto il profilo igienico-sanitario e di difesa della salute della popolazione e dei lavoratori interessati.

Nell'esercizio delle funzioni ad esse attribuite per l'attività di prevenzione le unità sanitarie locali, garantendo per quanto alla lettera d) del precedente comma la tutela del segreto industriale, si avvalgono degli operatori sia dei propri servizi di igiene sia dei presidi specialistici multizonali di cui al successivo articolo 22, sia degli operatori che, nell'ambito delle loro competenze tecniche e funzionali, erogano le prestazioni di diagnosi, cura e riabilitazione.
Gli interventi di prevenzione all'interno degli ambienti di lavoro, concernenti la ricerca, l'elaborazione e l'attuazione di misure necessarie ed idonee a tutelare la salute e l'integrità fisica dei lavoratori, connesse alla particolarità del lavoro e non previste da specifiche norme di legge, sono effettuati sulla base di esigenze verificate congiuntamente con le rappresentanze sindacali ed il datore di lavoro, secondo le modalità previste dai contratti o accordi collettivi applicati nell'unità produttiva.

12 dicembre 2007

APPELLO URGENTE PER LA BOLIVIA

Solidarietà al Governo di Evo Morales, al Popolo boliviano ed alla Costituente in Bolivia.

Lo scorso 8 dicembre l’Assemblea Costituente boliviana ha approvato il testo della Nuova Costituzione, che il 14 sarà consegnato al legittimo Governo di Bolivia e poi sottoposto a referendum popolare. Per la prima volta nella sua storia, il popolo dellaBolivia, attraverso un’assemblea democraticamente eletta, approva un progetto di Costituzione includente, democratica, sovrana!
Una Nuova costituzione che riconosce diritti edignità negati per secoli ai popoli indigeni, difende ibeni comuni e le risorse naturali , promuove la giustiziasociale. Una tappa decisiva nella trasformazione profonda del Paese portata avanti dal primo Presidente indigeno del Continente, ed un contributo ai cambiamenti democratici dell’intera America latina. Il Parlamento Latinoamericano, riunito a Panama, così comeil Presidente Morales, denunciano che " settori conservatori, sotto la spinta di interessi esterni etransnazionali, intendono impedire che il Popolo boliviano possa esprimersi liberamente ".

Esprimiamo il nostro pieno sostegno al processo democraticoin corso in Bolivia, chiamando tutti alla massima attenzioneed a moltiplicare i propri sforzi per evitare che possanoripetersi in Boliva tragedie come quella cilena, contro ogni ingerenza esterna o tentativo di destabilizzazione o rovesciamento violento del governo democraticamente eletto edel suo legittimo Presidente, Evo Morales.


Primi firmatari

Moni Ovadia, Luciano Vasapollo, Docente dell’UniversitàLa Sapienza; Enzo Di Brango, Rivista Nuestra America; iCapigruppo alla Camera ed al Senato dei Verdi, PdCI, PRC,SD: Angelo Bonelli, Pino Sgobio, Gennaro Migliore, ManuelaPalermi, Giovanni Russo Spena, Cesare Salvi; i ResponsabiliEsteri di PdCI – Iacopo Venier e PRC – Fabio Amato ;Umberro Guidoni ,Roberto Musacchio e Giusto Catania, europarlamentari, Andrea Genovali, Associazione Puntocritico; i Responsabili America latina di PdCI e PRC: Stefano Fedeli, Marco Consolo.

INIZIATIVE A SINISTRA

Care compagne,
cari compagni.
Il giorno 13 dicembre alle ore 20.30 al PALAPARTENOPE a Napoli, ci sarà una serata importante per l'unità della Sinistra.
Interverrà Niki Vendola, presidente della Regione Puglia e leader della nuova Sinistra arcobaleno, insieme ai Deputati De Cristofaro e Migliore, e all'assessore regionale Corrado Gabriele.
A seguire ci sarà il concerto di Roy Paci.
Durante la serata sarà distribuito il numero 0 del nuovo settimanale campano di approfondimento politico "la sinistra".
Nello stesso giorno, inizieremo l'aggiornamento quotidiano del portale http://lasinistra.org/
, con notizie relative ai principali avvenimenti nazionali.
Due strumenti comunicativi nuovi, costruiti per innescare dinamiche partecipative. Il portale nazionale ospiterà notizie, dibattiti e confronti sui principali fatti sociali, culturali e politici che avvengono in Italia. Il settimanale cartaceo, insieme a strumenti di diffusione integrata come le strisce radiofoniche, gli eventi pubblici e gli SMS, proverà ad innescare un confronto tra le molteplici anime della Sinistra arcobaleno, producendo senso e prospettiva a partire dalla istanze territoriali.
Proveremo quindi a costruire un laboratorio diffuso e strutturato dal basso, che abbia al centro il protagonismo diffuso ed inespresso, che domanda a chiare lettere spazi di partecipazione.
web lasinistra.org
mail webmaster@lasinistra.org

11 dicembre 2007

PUBBLICHIAMO VOLENTIERI

DALLO STATUTO ALLA THYSSEN
Per un mio lontano e mai sopito vissuto, alla notizia frastornante nellasua normalità di altri 4 (..per ora..) morti sul lavoro, ho pensato ad unatragedia della sicurezza che mi coinvolse pesantemente e ho dedicato piùdi un minuto di silenzio a quei poveretti ed alle loro famiglie.Ho pensato all'incendio del Cinema Statuto del '83 (64 morti asfissiati ecarbonizzati dai 9 ai 55 anni, 9 orfani minori, genitori che hanno persole due figlie, i due generi e l'unica nipote, ecc..). Differenze?valutatele. Somiglianze? Alla base problemi pesanti di sicurezza e leggerecommissioni di vigilanza. Risultati? posso solo raccontare quelli delloStatuto: i proprietari condannati, un massiccio miglioramento reale dellecondizioni e della cultura della sicurezza nei locali pubblici,ingiudicati (..per decorrenza dei termini: 10 anni..) i componenti delle vigilanze, un imponente sensibilizzazione politica e dei mass media (..forse non c'era la "prima" alla Scala di Milano, notizia con cui haaperto il TG 1 della Rai...)."figli addio", come disse Pertini allora.
Il presidente del Comitato vittime del Cinema Statuto

10 dicembre 2007

LA POLITICA, LA PASSIONE, LE PERSONE COMUNI

CONNESSIONE COL PRESENTE
L'intervento del Presidente della Puglia Nichi Vendola agli Stati Generali della sinistra


Roma - domenica 9.12.2007

“E’ come se d’improvviso avvertissimo un sentimento oscuro di spaesamento, di smarrimento dei nostri punti cardinali, di perdita del peso specifico dei nostri alfabeti, di esodo dagli universi simbolici della nostra vita.
E’ come se i nostri pensieri e il nostro fare abitassero sul ciglio di un crepaccio, dentro una frattura del senso delle cose, dentro uno smottamento in cui si schianta tutto lo spazio che abbiamo attraversato e in cui muore tutto il tempo – il tempo sociale, il tempo politico – che ha scandito le nostre storie.
Vedevamo il futuro illuminato da una idea, da un sole, da una volontà corale. Oggi vediamo il presente illuminato da tanti roghi in cui bruciano le cose materiali e le cose simboliche: bruciano i nostri boschi insieme alla idea-chiave dei beni comuni e dell’interesse generale; brucia nella sua roulotte un bimbo rom e insieme a lui s’incenerisce una soglia della nostra civiltà e persino un ancestrale sentimento di pietà; brucia la carne giovane del nuovo proletariato della fabbrica planetaria e insieme brucia tutta una storia della coscienza operaia, tutto un mondo del lavoro che aveva, nel corso dell’intero novecento, guadagnato la sua trama di significato sociale, la sua rete di dignità e di diritto.
Ciascuno di questi roghi ha il potere di rivelare il vuoto della politica che si è barricata nel talk-show, la crisi di una discussione pubblica che si trascina stancamente in forma di guerra civile simulata, la perdita di autorevolezza di una sfera politico-istituzionale che appare una replica dell’isola dei famosi.

Mentre fuori dalla politica, la società appare come certe spiagge quando c’è la bassa marea: con la battigia sporca di detriti, plastiche e alghe rinsecchite. Se togliamo l’audio al grande blob quotidiano sulla crisi di governo che appare e scompare come una lucina intermittente, sentiamo la voce degli esperti di banalità che danza sulla psiche dei nostri vicini-modello che hanno appena seviziato e straziato la vita di qualcuno, mentre il modello di padre e fratello e figlio perpetua il genio maschile della vitalistica onnipotenza dello stupro, mentre qualcuno dei nostri ragazzini videoregistra, col suo cellulare, un coetaneo che si toglie la vita.
Eccoci qua. Sepolta senza elaborazione del lutto e senza rito funebre l’ideologia della speranza, avanza l’ideologia del tubo digerente, del consumo mordi e fuggi, dell’epica del mio ombelico. Sepolti, con una certa furia iconoclasta, i partiti di massa della democrazia novecentesca, avanzano i partiti di cassa organizzati tra le viscere della cronaca nera e l’apologia della televendita. E in questa post-modernità in cui domina la materia e il feticcio della merce, in cui i poteri si concentrano sempre più nello spazio trascendente del mercato mondiale, in cui la vita e la morte diventano accidenti fenomenici della biologia, cosa volete che sia la politica? Un frammento di casta, in un universo di frammenti e di poltiglia, di corporazioni e di lobbies e di residui solidi urbani.

C’è davvero una frattura multipla che racconta i perché del nostro perderci e anche delle nostre perdizioni. Frattura nella condizione di lavoro, appunto: cioè cesura tra il lavoratore e la sua condizione, solitudine tipica del suo contratto atipico, esternalizzazione della sua storia produttiva rispetto a qualunque codice della cittadinanza, precarietà come destino e come identità, il prestatore di braccia e di cervello a un ciclo economico che non intende più assumerlo come un interlocutore sociale ma come un ingrediente meccanico, o al massimo come solitaria risorsa umana o materiale rotabile, rottamabile, magari infiammabile.
Del Welfare è questo il nuovo protocollo che non si può accettare: l’espulsione del lavoro dalla terra del diritto sociale e la sua regressione nella palude esistenziale della precarietà. E questo che oggi uccide, uccide metaforicamente quando ti toglie il senso delle cose, e ti uccide letteralmente, ogni giorno, quattro volte al giorno: una orribile morte proletaria che certo fa meno audience dei delitti di provincia consumati tra la noia adolescenziale e la paranoia televisiva.
C’è la frattura nella condizione del vivere urbano, in quella feroce distanza tra il lunapark del centro e l’inferno della periferia, in quella tracimazione del cemento che, alleando rendita fondiaria e speculazione edilizia, immaginò la crescita ipertrofica di città senza comunità, di luoghi senza qualità, di corpi edilizi incontinenti per corpi individuali spezzati e incomunicanti. E la periferia è diventata tutt’altro che un mondo residuale, ma la grammatica generale del vivere associato, anzi del vivere dissociato, il plastico urbano dell’ideologia totalitaria della precarietà. C’è la frattura nella condizione della famiglia, disarticolata per fasce generazionali, con la fine della coabitazione delle tre generazioni che non mescolano più i loro saperi e le loro esperienze, con gli anziani esternalizzati in luoghi specializzati, gli adulti intenti sulle proprie carriere, l’infanzia affidata all’agenzia educativa del grande fratello o delle piccole chat.

In questa geografia dei nostri territori polverizzati e caotici, in questa antropologia orfana di polis e quindi disperatamente estranea alla politica, c’è un bisogno vitale, direi viscerale, di tornare a porci le domande giuste. Non le risposte giuste, quelle in cui ognuno diventa geloso della propria nostalgia e si presenta come il custode fallimentare della propria identità e della propria bandiera. Le domande giuste. Quelle sui poteri che ergono barriere architettoniche e sociali e culturali per dividere, per separare il genere umano, per dare nevrotiche appartenenze nei recinti angusti del proprio villaggio o della propria tribù o del proprio alfabeto. La precarietà e la nevrosi della sicurezza sono gli ingredienti decisivi dell’egemonia culturale della destra, e cioè del berlusconismo che trascende gli schieramenti politici e diviene lo spirito dei tempi: che celebre la religione della competitività e la liturgia della flessibilità; che è garantista con chi è garantito e giustizialista con chi è già stato giustiziato dal tribunale della globalizzazione; che mistifica le parole fino al punto di immaginare la pace economica in termini di guerra infinita; che vuole indurci nella tentazione della violenza affinché ogni idea di cambiamento (la rivoluzione) possa smarrire e mistificare se stessa.
E’ una società della paura, in cui l’ordine costituito delle corporation divora ogni ordine democratico e lo riduce a fiction televisiva.
Qui serve il coraggio di una nuova nascita. Non la sapienza di chi mette insieme tante piccole cose antiche. Serve che ciascuno e ciascuna lavori per questo cimento del futuro: un parto, un partire, non so se un partito. Una costituente, non l’equilibrio precario di corpi costituiti. Un soggetto che sappia leggere nel cuore della nostra società, sappia sondarne i fondali melmosi, sappia coglierne il dolore sociale e le domande di senso. Una sinistra che non sia un riassunto, un bignami di ciò che fummo, ma una casa capace di ospitare quelle domande di libertà che chiedono di rompere la gabbia di tutte le precarietà e di tutte le solitudini socialmente programmate. Certo è doloroso uscire da se stessi, si ha paura di dissipare sentimenti e patrimoni messi assieme con tanti sacrifici. Ma è necessario farlo. C’è un verso di Pasolini che mi pare particolarmente adatto a indicare questa nostra condizione sentimentale e politica; dice così “Piange ciò che muta, anche per farsi migliore”.

Appunto, compagni e compagne, è il dolore di un parto ma anche la curiosità e l’allegria di una nuova partenza”.

8 dicembre 2007

INTERVENTO PER LAVORO E SALUTE

Da Marco Bazzoni, Andrea Coppini, Mauro Marchi, Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, da tempo impegnati ad evidenziare le problematiche della sicurezza sul lavoro. Anche, e costantemente, su giornali, riviste, blog e siti.

MORTI SUL LAVORO,
BASTA PAROLE DI CIRCOSTANZA, VOGLIAMO I FATTI

Purtroppo altri 3 operai rimasti gravemente ustionati alla Thyssenkrupp di Torino non c'è l'hanno fatta e sono morti ieri.Il numero degli assassinati sul lavoro alla Thyssenkrupp è salito a 4 (Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino e Bruno Santino).

Ci sono ancora altri 3 operai ustionati sul 90 % del corpo che stanno lottando fra la vita e la morte. Siamo profondamente addolorati per questa tragedia sul lavoro e vogliamo esprimere il nostro cordoglio alle famiglie e lo sdegno per quanto è successo.
La cosa che ci fa più rabbia è che dobbiamo sentire le solite dichiarazioni di circostanza per poi non fare nulla. Sappiamo che questi operai lavoravano ininterrottamente da 12 ore, e che la fabbrica era in dismissione, anche se vi lavoravano ancora 200 operai. La cosa ancora più grave è che in uno stabilimento di un'azienda come la ThyssenKrupp ci fossero 3 estintori vuoti, gli idranti rotti, e non funzionasse neanche il telefono interno per l'emergenza, che ha costretto un operaio a prendere una bicicletta per andare a chiedere aiuto ad altri compagni di lavoro. Ci chiediamo: ma dove sono i controlli?!
Ma c'è ne mai stato uno in questo stabilimento?! Sembra di no, perchè se così fosse quegli estintori sarebbero stati pieni, gli idranti riparati,e il telefono interno funzionante. Vogliamo ricordare che gli estintori e gli impianti antincendio vanno revisionati periodicamente come prevede la legge. E poi Confindustria parla di repressione con controlli e sanzioni?! Magari ci fosse la repressione, magari!!! Noi Rls lo andiamo ripetendo da tempo, peccato che nessuno ci ascolti:mancano i controlli, perchè i tecnici della prevenzione delle Asl sono meno di 2 mila in tutta Italia e con tante aziende da controllare, manca la cultura della sicurezza sul lavoro, manca la formazione e l'informazione ai lavoratori, manca la certezza della pena (se 5 minuti dopo l'infortunio mortale l'imprenditore va in carcere, la sua azienda viene chiusa, e lì e solo lì aspetta i lunghi tempi processuali, allora cambierebbe qualcosa).
Dai sindacati metalmeccanici ci saremmo aspettati uno sciopero nazionale, non di 2 ore, ma di 8 ore, con relativa manifestazione.
Concordiamo pienamente con il discorso del Capo dello Stato: "non basta fare le leggi, ma occorre che le norme vengano applicate......Conta molto anche l'impegno delle imprese, dei sindacati e degli stessi lavoratori che devono essere sufficientemente in grado di difendere se stessi dai rischi sul lavoro".
Lo andiamo dicendo da tempo che non basta solo la legge 123/2007 per risolvere i problemi di mancata sicurezza sul lavoro che ci sono nelle aziende.Abbiamo letto la lettera del segretario provinciale della Fiom di Torino Giorgio Airaudo su Aprileonline http://www.aprileonline.info/5423/morti-bianche-torniamo-alle-8-ore-reali , che dice anche :" le ispezioni ci sono, ma si potrebbe fare di più, e che il ministro Damiano si era ripromesso di intensificare gli interventi ispettivi e dal punto di vista percentuale sta ottenendo discreti risultati. Ma non basta"Allora, di controlli c'è ne sono pochi, e se ne dovrebbero fare molti, ma molti di più.
Vorremmo ricordare al segretario provinciale Fiom che non sono gli ispettori del lavoro che fanno i controlli per la sicurezza, ma i tecnici della Prevenzione delle Asl.
C'è una legge, la 833 del 1978 che l'ha dati in mano alle Asl.Non vi è alcuna norma di legge che attribuisca "..competenza generale agli organi ispettivi del Min Lav, per i rischi che si verificano nei settori edili e di cantieristica"; vero è invece il contrario, e cioè il subordine degli interventi delle DPL, visto che per legge devono essere pre-avvisate la ASL territorialmente competenti di un loro intervento in cantiere (art. 1 comma 2 DPCM 1997, decreto che definisce gli ambiti di "doppia" vigilanza delle DPL ai soli cantieri ed ai lavori subacquei/aria compressa).
D'altronde le attribuzioni di vigilanza nei luoghi di lavoro affidate alle ASL sono state confermate dalla ormai consolidata figura professionale del "Tecnico della Prevenzione nell'Ambiente e nei Luoghi di Lavoro" (DM Sanità 58/97) che svolge la sua funzione sia in ambito pubblico (nei Dipartimenti di Prevenzione delle ASL appunto) che privato, e per il cui esercizio è prevista la relativa Laurea attivata presso le facoltà di Medicina delle Università.
Perchè per iniziare non si sbloccano le assunzioni dei tecnici della prevenzione, così da ad assumerne altri? Infine, constatiamo con amarezza che ci sono ancora diversi giornalisti e alcuni politici che non hanno ben chiaro cosa significa RLS.
Siamo stanchi di essere chiamati responsabili dei lavoratori per la sicurezza o responsabili della sicurezza. Noi siamo rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e non responsabili dei lavoratori per la sicurezza: c'è una bella differenza.
Pare giusto fare chiarezza:
Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è colui che
appunto rappresenta i lavoratori in tutte le questioni attinenti alla
sicurezza: la sua attività consiste nell'individuare, anche attraverso le
segnalazioni dei lavoratori, i problemi dell'azienda e nel comunicarli al
datore di lavoro. Puó quindi solo riportare le informazioni raccolte ai
vertici dell'azienda: sono questi ultimi a dover intervenire per la
soluzione delle varie situazioni. Il rappresentante per la sicurezza non
ha alcun potere decisionale di intervento e non puó obbligare i datori di
lavoro ad agire: se questi ultimi non provvedono dopo diverse
segnalazioni, puó soltanto riferire agli organi di vigilanza competenti.
È importante sottolineare questo punto, perché spesso si fa confusione:
noi non siamo "responsabili" ma rappresentanti della sicurezza.
La colpa per il verificarsi di eventuali situazioni di rischio e pericolo
non è nostra ma dei datori di lavoro.


Marco Bazzoni, Andrea Coppini, Mauro Marchi-Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.

Email: bazzoni_m@tin.it

MERDA, MERDA, MERDA!!!

NEL MOMENTO IN CUI STO SCRIVENDO I MORTI DELLA FONDERIA DI TORINO SONO SALITI A QUATTRO. QUANDO PUBBLICHERO’ QUEST’ARTICOLO NON LO SO, MA DA VECCHIO ANIMALE PRATICONE CHE LAVORA IN OSPEDALE DA PIU’ DI TRENT’ANNI, CON IL CUORE GONFIO SO BENISSIMO CHE LA LISTA AUMENTERA’. NON PENSO AI PAZIENTI, PENSO ALLE PERSONE CHE SONO MORTE PER UN TOZZO DI PANE. VI ASSICURO CHE IN QUELLO CHE DIRO’ PIU’ AVANTI NON C’E’ UN FILO DI EMOTIVITA’. IN PRIMO LUOGO COMINCIAMO COL DIRE CHE IL MONDO DELLA SANITA’ NON E’ TUTTO MERDA. DI FRONTE A QUESTA IMMANE DISGRAZIA LA RISPOSTA ADEGUATA, FREDDA E PROFESSIONALE COME DOVEVA ESSERE C’E’ STATA. FREDDA AL PUNTO TALE CHE ALLA FINE DEL TURNO, IL GIORNO DOPO, HO VISTO COLLEGHI CHE PIANGEVANO...............PERO’ IN CORTILE. LA’ ERANO MACCHINE PERFETTE. ESSENDO APPUNTO ADDETTO AL CORROSIVO, ADESSO CORRODO AL PUNTO DI AUGURARMI UNA QUERELA CHE SONO DISPOSTO A DIFENDERE IN OGNI SEDE. VORREI FARE UN PAIO DI DOMANDE, LA PRIMA E’: DOV’ERA LO SPRESAL? SPRESAL NON E’ IL NOME DI UNA PURGA E’ UNA SIGLA AUTOCELEBRANTE CHE DEFINISCE QUELLI CHE DOVREBBERO FARE LE ISPEZIONI NEI E SUI, POSTI DI LAVORO. DOVE CAZZO ERA? HANNO POTERE QUASI ASSOLUTO, ADDIRITTURA DI CHIUSURA DELLA FABBRICA. ADESSO VENGANO A DIRMI CHE SE AVESSERO DISPOSTO LA CHIUSURA DOVE ANDAVANO GLI OPERAI? DI SICURO QUATTRO (PER IL MOMENTO)AL CIMITERO! QUALCHE MESE FA E’ VENUTA UN’ISPETTORA, FORSE DELL’UFFICIO D’IGIENE, ALL’AMEDO DI SAVOIA, ED HA FATTO LA MULTA PERCHE’ IL MURO DEL CESSO DELLE ADDETTE ALLA MENSA AVEVA INCROSTAZIONI. GENIACCIO DI UN’ISPETTORA! DIPENDENTE DEL SERVIZIO SANITARIO, HA FATTO LA MULTA AL SERVIZIO SANITARIO! PERO’ NELLA CASISTICA HA PRODOTTO.VOGLIO SAPERE, E NE HO DIRITTO, QUALI SONO STATI GLI ATTI, I PROVVEDIMENTI CHE LO SPRESAL HA ADOTTATO VERSO L’ACCIAIERIA! VOGLIO SAPERE DOV’ERA IL SPP, ALTRA PURGA? NO, TRATTASI DI SIGLA PER DEFINIRE IL SERVIZIO PROTEZIONE E PREVENZIONE, QUELLO CHE LA LEGGE SULLA SICUREZZA DEL LAVORO PREVEDE. VOGLIO SAPERE DOV’ERA IL RESPONSABILE DELLA SICUREZZA AZIENDALE. L’IVOGLIO SAPERE DOV’ERA L'ISPETTORATO(???) DEL LAVORO, VISTO CHE SI FACEVANO TURNI DI 12 ORE, VOGLIO SAPERE DOV’ERANO GLI ISPETTORI DELL’INAIL (INFORTUNI). INFINE SCUSATE LA CRUDEZZA, VOGLIO SAPERE DOV’ERANO I RLS, TRADOTTO RAPPRESENTANTI DEI LAVORATORI PER LA SICUREZZA, QUEI FANTASMI SINDACALI CHE GIRANO PER I POSTI DI LAVORO E CHE DOVREBBERO ESSERE I RAPPRESENTANTI DEI LAVORATORI. NESSUNO DI COSTORO SAPEVA CHE I TELEFONI D’EMERGENZA ERANO FUORI USO, NESSUNO DI LORO SAPEVA CHE GLI ESTINTORI ERANO SCARICHI, NESSUNO DI LORO SAPEVA CHE LE MANICHETTE ANTINCENDIO ERANO DEI COLABRODO, NESSUNO SAPEVA CHE LA SQUADRA ANTINCENDIO NON ERA IN GRADO D’INTERVENIRE.SEMPRE AL TG 3 IL MITO, IL MIO MITO GUARINIELLO, DICHIARA BELLO PACIAROTTO CHE ALCUNI ISPETTORI DEL LAVORO, FANNO IL DOPPIO TURNO: AL MATTINO ISPETTORI, IL POMERIGGIO CONSULENTI, IL BELLO E’ CHE DICHIARA:- E’ PROIBITO DALLA LEGGE!!!-, RIMANGO BASITO CHE L’ABBIA SCOPERTO STAMATTINA........................ QUANDO FACEVO CON IL VILE E PALLOSO CILENTI IL RLS, ERAVAMO I PIU’ ODIATI DAI PRIMARI, DAI DIRIGENTI, PERSINO DAI LAVORATORI. ROMPEVAMO LE PALLE SUI DISPOSITIVI DI PROTEZIONE, ROMPEVAMO LE PALLE SUGLI IMPIANTI ELETTRICI, ROMPEVAMO LE PALLE SUL FATTO CHE IN VIA PACCHIOTTI NON SI POTEVA SALIRE PIU’ DI “TOT” PERSONE, PERCHE’ C’ERA IL RISCHIO CHE LA SOLETTA NON TENESSE. HANNO MINACCIATO DI MORTE NON NOI, I NOSTRI FIGLI! NEL CASO NON CI CREDIATE POTETE CHIEDERE INFORMAZIONI ALL’OTTIMO MARESCIALLO CAPRA DELLA STAZIONE C.C. DELLE VALLETTE. CI SIAMO PRESI DI TUTTO, TANT’E’ CHE L’AVVOCATO E’ DIVENTATO AMICO DI FAMIGLIA CONTINUO AD AVERE NEGLI OCCHI LA SCENA DI QUESTE PERSONE FRITTE, SI CARI SIGNORI, FRITTE!. IERI SERA UNA RAGAZZA MI HA CHIESTO: -MA COME SONO?- LE HO RISPOSTO D’IMMAGINARE UN FILM DI GUERRA AMERICANO CHE FA VEDERE I CORPI DOPO UN BOMBARDAMENTO COL NAPALM..............UGUALE! DIMENTICAVO ALCUNE COMUNICAZIONI DI SERVIZIO: STASERA NAPOLITANO, RUTELLI ED ALTRI SONO ALLA PRIMA DELLA SCALA CON IL PAPILLON E LO SMOCKING, IL MINISTRO DAMIANO OGGI PARLA DI SICUREZZA.........(SICUREZZA............) E LA TIRA SULLA RETE 3. PER FAVORE FATE QUALCOSA DI SINISTRA ANCHE SE SIETE DIVENTATI DEMOCRATICI CRISTIANI, FATELO IN NOME DI CRISTO.....ALMENO!!! PARLANO DELLE ASL, MA CHE CAVOLO CE NE FREGA SE STI SIGNORI, LOR SIGNORI SANNO CHE PAGANO UNA MULTA O LI INTERDICONO DALLA DIRIGENZA INTANTO ALTRI DUE MORTI UNO AD AVELLINO ED UNO A FROSINONE PER NATALE “STUDIO APERTO” CONSIGLIA COME REGALO, UN BAGNO NELLA CIOCCOLATA................DIMENTICAVO: ANDIAMO A CAGARE, TUTTI INSIEME!

4 dicembre 2007

ALLA CORTESE ATTENZIONE DI PRODI E WELTRONI

FAUSTO BERTINOTTI
"Dobbiamo prenderne atto: questo centrosinistra ha fallito. La grande ambizione con la quale avevamo costruito l'Unione non si è realizzata...".

Alle cinque del pomeriggio, nel suo ufficio a Montecitorio, Fausto Bertinotti sorseggia un caffè d'orzo, e traccia un bilancio amaro di questo primo anno e mezzo di governo. È presidente della Camera, ci tiene a mantenere il suo profilo istituzionale, non vuole entrare in campo da giocatore.

Ma le sue parole, quelle del vero leader della sinistra radicale, alla vigilia del meeting della Cosa Rossa di sabato prossimo, lasciano un solco profondo nel cammino della legislatura e nel destino delle riforme. Bertinotti non fa previsioni, sulla durata del governo. "Non posso, non voglio", dice. Ma fa un ragionamento politico per molti versi "definitivo", sullo stato della maggioranza. "Voglio premetterlo: non ci deve essere nervosismo, da parte di Prodi. Usciamo da questa prigione mentale: io non so quanto andrà avanti, può anche darsi che duri fino alla fine della legislatura, e non ho nulla in contrario che questo accada. Ma per favore, prendiamo atto di una realtà: in questi ultimi due mesi tutto è cambiato". È nato il Pd, e la Cosa Rossa viaggia verso lidi inesplorati. Nel frattempo, Prodi ha accontentato i "moderati", sia sulla Finanziaria, sia sul Welfare.

Per il capo di Rifondazione ce n'è abbastanza per dire che "una stagione si è chiusa". Ora niente sarà più come prima: "Un governo nuovo, riformatore, capace di rappresentare una drastica alternativa a Berlusconi, e di stabilire un rapporto profondo con la società e con i movimenti, a partire dai grandi temi della disuguaglianza, del lavoro, dei diritti delle persone: ecco, questo progetto non si è realizzato. Già questo ha creato un forte disagio a sinistra. Poi si sono verificati fatti che lo hanno acuito. Ne potrei citare centomila...". Risultato: "Abbiamo un governo che sopravvive, fa anche cose difendibili, ma che lentamente ha alimentato le tensioni e accresciuto le distanze dal popolo e dalle forze della sinistra".

Questa, per Fausto il Rosso, è "la condizione reale". E forse irreversibile. Bertinotti cita Lenin, e la differenza tra strategia e tattica. "Il grande tema, per la sinistra radicale, è uno solo: l'autonomia. Torna una grande questione, che nacque nel '56, con i fatti di Ungheria, con la rottura nel Pci, con lo scontro Nenni-Togliatti. Lì nasce una grande cultura politica, una storia enorme, Riccardo Lombardi. È l'autonomia di un progetto, che da allora la sinistra ha cancellato, rimosso. Oggi, per la sinistra radicale, il tema si ripropone. Devi vivere nello spazio grande e nel tempo lungo, per creare una grande forza europea per il 21° secolo. Se questa è l'ambizione, allora tutto va ripensato. Essere o meno alleati del Pd, stare o meno dentro questo governo: tutto va riposizionato in chiave strategica". Questo riposizionamento strategico, secondo Bertinotti, è appena iniziato. "Alla fine del percorso - chiarisce il leader - io voglio riconoscere al Pd il diritto a trovarsi gli alleati che vuole, ma voglio garantire a noi il diritto di tornare all'opposizione".

Dunque la stagione dell'Unione è al capolinea? "Intellettualmente io sono già proiettato oltre. Ma politicamente ancora no". E qui torna Lenin. Fissata la strategia del tempo lungo, c'è da occuparsi di tattica "hic et nunc", come dice il presidente della Camera. La tattica impone di combattere, ancora, dentro il quadro delle alleanze consolidate, e dentro il perimetro del governo in carica. Ma ad alcune condizioni irrinunciabili: "So bene, e ho persino orrore a pronunciare il termine: "verifica". Ma è chiaro che a gennaio serve un confronto vero, che prende atto del fallimento del progetto iniziale ma che, magari in uno spettro meno largo di obiettivi, rifissa l'agenda su alcune emergenze oggettive.

E viene incontro alle domande della società italiana, con scelte che devono avere una chiara leggibilità "di sinistra". So altrettanto bene che queste scelte devono essere assunte dall'intera coalizione. Ma stavolta, davvero hic Rhodus hic salta. Sul Welfare, come si è visto, la sinistra radicale non ha aperto nessuna crisi. Ciò non toglie che il governo ha ormai molto meno credito a sinistra di quanto non lo avesse qualche mese fa...".

Bertinotti rinuncia a fare l'elenco delle "centomila cose" su cui il centrosinistra ha rinunciato a imporre la sua visione ("dalla laicità dello Stato alla politica estera"). "Ma se si vuole tentare una nuova fase della vita del governo, vedo due terreni irrinunciabili: i salari e la precarietà". È soprattutto sui primi, che il "padre nobile" del Prc fonda il suo ultimo avviso a Prodi: "Dai sindacalisti a Draghi, tutti dicono che la questione salariale è intollerabile. Ebbene, io mi chiedo: questa denuncia induce il governo a prendere qualche iniziativa, oppure no? Il 65% dei lavoratori italiani è senza contratto: posso sapere se questo per il governo è un problema, oppure no?

In Francia Sarkozy ha aperto un confronto molto aspro, lanciando l'abolizione delle 35 ore e dicendo che se lavori di più guadagni di più: posso sapere se in Italia, dai metalmeccanici ai giornalisti, il governo ritiene ancora difendibili i contratti nazionali di categoria, oppure no? Non c'è più la scala mobile, ma intanto i prezzi stanno aumentando in modo esponenziale: tu, governo, non solo non vuoi indicizzazioni, ma con la fissazione dell'inflazione programmata hai contribuito pesantemente a tenere bassi i salari. Dunque c'entri, eccome se c'entri.

E allora, in attesa di sapere cosa farai sui prezzi, posso sapere cosa pensi del problema dei salari? E attenzione: qui non basta più ripetere banalmente che "bisogna rinnovare i contratti". Io voglio sapere se il governo ritiene giuste o meno le rivendicazioni. Voglio sapere se ritiene opportuno restituire il fiscal drag, o se invece si vuole assumere la responsabilità di continuare a non farlo. Insomma, io voglio una bussola. Voglio decisioni che rimettano il centrosinistra in sintonia con la parte più sofferente del Paese. Che altro devo dire? Ridateci Donat Cattin...".

Dunque, appuntamento a gennaio. Se Prodi non raccoglie, questo invito potrebbe essere davvero l'ultimo. Questione di tattica, che per la Cosa Rossa, prima o poi, dovrà necessariamente coincidere con la strategia. Ma allo stesso modo, per Bertinotti, la tattica offre un'altra formidabile opportunità, stavolta a tutto il sistema politico: il dialogo sulle riforme. Stavolta l'accordo è "una possibilità reale". Nei due poli "si è affermata una larga condivisione su due punti essenziali. Primo: l'attuale sistema istituzionale ed elettorale è un fattore di riproduzione della crisi politica. Dalla Finanziaria al Welfare, tutto dimostra che il bicameralismo perfetto non funziona più. Secondo: la lunga transizione dalla Prima Repubblica è fallita. La barca si è messa in moto nel '93, ma non ha raggiunto l'altra riva, è in mezzo al fiume e va alla deriva con un duplice difetto: le maggioranze coatte (buone per vincere ma non per governare) e il trasformismo endemico. Insomma, questo sistema bipolare è fallito, e tutte le forze politiche hanno capito che se non va in porto una riforma, la crisi istituzionale diventa inevitabile, e travolge tutto. Si apre un panorama da Quarta Repubblica francese". Di qui la convergenza possibile su un nuovo sistema elettorale. "Il sistema proporzionale, con clausola di sbarramento e senza premio di maggioranza, è una soluzione ragionevole", sostiene Bertinotti. "Soprattutto, è coerente con l'evoluzione del quadro politico: il Pd, il Partito del popolo del Cavaliere, la Cosa Rossa, lo spazio al centro. Siamo in una fase costituente di nuove soggettività politiche. La legge elettorale che scegli non è più levatrice del cambiamento, ma è una sua conseguenza. Con il proporzionale torni alla ricostituzione di alcuni fondamenti di democrazia attiva, che sentiamo ormai vacillare. Torni alla radice della Costituzione di 40 anni fa, torni a individuare nei partiti il cardine del sistema. Sei dentro la nervatura della democrazia, che non può non fondarsi sulla rappresentanza".

A Rifondazione il ritorno al proporzionale è sempre piaciuto. Normale che il suo leader lo benedica. Meno normale, in questo clima di sospetti, è che benedica anche l'apertura del tavolo con Berlusconi: "Senta, qui bisognerà prima o poi che un certo centrosinistra decida se il Cavaliere è un protagonista della politica italiana, oppure no. Io, che al contrario di Blair considero quanto mai attuale il cleavage destra/sinistra, penso che lo sia. Penso che sia un animale politico, che muove da processi reali di una parte della società, che incorpora l'antipolitica ma dentro una soggettività politica, chiaramente di destra. E penso che Berlusconi abbia preso atto della crisi del sistema e della crisi del centrodestra. Dunque, se rileggo le sue mosse, considero attendibile che anche lui, stavolta, cerchi un accordo per rinnovare il quadro politico-istituzionale". Via libera alle riforme, via libera alla trattativa con il Cavaliere. Anche in questo caso, Prodi non deve innervosirsi. Finalmente è passata l'idea che il dibattito sulla legge elettorale non pregiudica l'esistenza del governo. "Non ci sono due maggioranza diverse, una per il governo, una per la riforma, che si escludono l'una con l'altra". Ma certo, se vuole durare, il Professore deve imprimere una svolta fin dai primi giorni del 2008. In caso contrario, sarà davvero la fine.

L'ultima battuta di Fausto dice tutto: "Come vedo Prodi, mi chiede? Con tutto il rispetto, di lui mi viene da dire quello che Flaiano disse di Cardarelli: è il più grande poeta morente...". Visse ancora alcuni anni. Ma gli ultimi furono terribili.

(La Repubblica - 4 dicembre 2007)

FAR CAMBIARE ROTTA AL GOVERNO

Lavori usuranti, l'errore del governo

Piercarlo Albertosi, Grazia Paoletti*

La Commissione Lavoro della Camera aveva introdotto nel DDL Welfare l'eliminazione del tetto delle 80 notti necessario per definire usurante una occupazione. La modifica è stata poi cancellata nel testo sottoposto al voto di fiducia e poi approvato. Un errore che allo Stato finirà per costare anche in termini economici

Una delle modifiche migliorative che la Commissione Lavoro della Camera aveva introdotto nel DDL Welfare e che sono poi state cancellate nel testo sottoposto al voto di fiducia è l'eliminazione del tetto delle 80 notti necessario per definire usurante l'occupazione svolta dai lavoratori in turni notturni. La vicenda segna un brutto colpo per quanti ritengono possibile un rapporto dialettico e costruttivo tra coloro che sostengono il primato del diritto alla salute e a condizioni di vita e di lavoro più umane e quanti, invece, continuano a ritenere che tutto debba sottostare alla logica del mercato e del capitale. Coloro che si sono adoperati (in modo attivo o anche solo per ignavia) per bloccare una operazione di semplice buonsenso hanno dimostrato di non saper vedere al di là del proprio naso poiché, alla fine del gioco, i costi sociali ed economici per lo Stato saranno molto più alti al momento in cui esso dovrà intervenire per i danni alla salute che la condizione di turnista di notte inevitabilmente produce anche nel fisico più giovane e più robusto.
I risultati di specifici studi scientifici hanno evidenziato un'alta prevalenza di ipertensione arteriosa in soggetti che svolgono lavoro a turni diurni e notturni e contemporaneamente una bassa frequenza di ipertensione arteriosa in soggetti con attività esclusivamente diurne. Gli stessi studi hanno messo in evidenza l'incremento di patologie cardiovascolari tra i lavoratori notturni individuando una stretta associazione tra lavoro a turni e malattie cardiovascolari.
La stessa Direttiva Europea 93/104 riconosce che l'organismo umano è più vulnerabile di notte nei riguardi di alterazioni ambientali e che certe forme stressanti di organizzazione del lavoro e lunghi periodi di lavoro notturno possono essere deleteri per la salute.
La decisione del Parlamento italiano si colloca ben al di fuori della citata Direttiva europea della quale è utile richiamare alcuni altri aspetti inerenti sempre il lavoro notturno.

Ai sensi di quella Direttiva si intende:
per "periodo notturno", qualsiasi periodo di almeno 7 ore, definito dalla legislazione nazionale e che comprenda in ogni caso l'intervallo tra le ore 24 e le ore 5;
per "lavoratore notturno", qualsiasi lavoratore che durante il periodo notturno svolga almeno 3 ore del suo tempo di lavoro giornaliero, impiegato in modo normale; e qualsiasi lavoratore che possa svolgere durante il periodo notturno una certa parte del suo orario di lavoro annuale, definita a scelta dallo Stato membro interessato.
Tale direttiva norma anche fra le altre cose la valutazione della salute dei lavoratori notturni e le garanzie per il lavoro in periodo notturno.

Secondo la Circolare 13/2000 del Ministero del Lavoro:
...è da considerarsi come "notturno" il lavoro che non sia inferiore alle sette ore consecutive all'interno delle quali vi deve essere contenuta la fascia oraria tra le 24 e le 5 del mattino.
Più semplicemente è considerato lavoro notturno quello prestato:
dalle ore 22 alle ore 5;
dalle ore 23 alle ore 6;
dalle ore 24 alle ore 7.
... è considerato lavoratore notturno chiunque svolga, in via non eccezionale, "una parte" del suo normale orario di lavoro durante il periodo notturno come sopra indicato.
Il lavoro notturno ed i lavoratori notturni... entrano nelle procedure di tutela disciplinate dal D.lgs 19 settembre 1994 n 626 e successive variazioni.
Infatti nei confronti dei suddetti "lavoratori notturni", il datore di lavoro deve provvedere,tramite il medico competente:
alle visite mediche preventive ...
alle visite mediche periodiche, almeno ogni due anni, per accertare il loro stato di salute;
alle visite mediche in caso di evidenti condizioni di salute incompatibili con il lavoro notturno...

Per calcolare il numero teorico di turni notturni vi sono diversi sistemi a seconda delle modalità di scorrimento dei turni (3-1= 3 mattine, 1 riposo, 3 pomeriggi, 1 riposo, 3 notti, 1 riposo; il sistema a scorrimento decrescente = 1 pomeriggio, 1 mattino, 1 notte, 1 riposo; ed altri sistemi).
A seconda del sistema varia (anche se di poco) il numero annuo dei turni. E' chiaro, ad esempio, che se si concentrano le ore lavorative in turni che sono di 9-10 ore, anziché le canoniche 8, il riposo non sarà di 24 ore bensì più lungo. Questo sistema è in uso il moltissime amministrazioni pubbliche (esempio gli ospedali) perché consente il raggiungimento delle 36 ore settimanali contrattuali ed una maggiore soddisfazione del personale dipendente che può usufruire di un riposo più lungo, a parità di n° di turni coperti (eventuali). L'altro sistema (3-1)è sempre più abbandonato perché prevede una concentrazione alta di turni notturni consecutivi. Ma vi sono situazioni in cui il n° di notti consecutive è ancora più alto (fino a 10). Così come esistono situazioni nelle quali il turno notturno è anche di 12 ore (è il caso delle Guardie Attive ospedaliere).

Basta un semplice calcoletto aritmetico per dimostrare l'iniquità della proposta sui lavori usuranti per quanto riguarda il tetto minimo di turni notturni.
Valutando il sistema più semplice e comprensibile, utilizzando i riferimenti contrattuali della Pubblica amministrazione, risulta:

365 gg/anno - 36 ferie - 4 festività soppresse = 325 gg

325/4 = 81 turni (81 mattine, 81 pomeriggi, 81 notti, 81 riposi) con il resto di 1.

Balza agli occhi che, per poter rientrare nella categoria dei lavori usuranti così come è stata votata alla Camera (un tetto minimo di 80 turni notturni), il lavoratore potrà ammalarsi (o prendere un permesso o far fronte ad una emergenza) solo 5 giorni in un anno (una sindrome influenzale è già troppa), poiché se scende sotto la soglia dei 320 giorni complessivi, non può raggiungere gli 80 turni notturni. A meno che non decida di ammalarsi a incastro (solo quando è in turno pomeridiano o mattutino)!
La proposta governativa contiene una involontaria dose di ironia laddove, ripristinando la base minima degli 80 turni annui, si pone a sostegno della tesi che coloro che superano gli 80 turni notturni/anno devono godere di una salute ferrea; ergo, almeno per loro, non è vero che le notti siano usuranti; ma nello stesso tempo questi lavoratori "robusti e fortunati" sono "premiati" con la possibilità di anticipare il pensionamento.
Invece, i lavoratori "più fragili" che per qualche ragione di salute non riescono a raggiungere il tetto delle 80 notti perdono il diritto ad andare in pensione anticipatamente.
Siamo al festival del grottesco e del contraddittorio.
Stabilire una base minima di 60-65 turni/annui dimostrerebbe che i lavoratori vengono (ancora) considerati, almeno dai legislatori se non dai datori di lavoro, come persone e non solo risorse-fattori produttivi. Invece ancora nel terzo millennio il lavoro come merce non è scomparso.

*Associazione Luigi Longo