22 novembre 2006

PRECARI SANITA' vita, morte e miracoli

La Torino precaria. E’da circa un decennio che con l’avvio dell’aziendalizzazione del settore e il blocco delle assunzioni del personale non sanitario attuato ogni anno dalle leggi finanziarie, dalla prima metà degli anni 90 sono state aperte le porte al processo di "esternalizzazione" di molte attività di servizio "tecnico" appaltandole a ditte e cooperative private. n questo lungo lasso di tempo i direttori generali delle diverse ASL (Aziende Sanitarie Locali) e ASO (Aziende Sanitarie Ospedaliere) hanno risparmiato con l’esternalizzazione sul costo del personale, tramite il blocco del turn over e la riduzione dei costi fissi legati al mantenimento di questi servizi all’interno dell’azienda pubblica.
Questo genere di espulsione strisciante del lavoro di supporto tecnico dal pubblico al privato ha comportato la crescente precarizzazione del lavoro dentro le strutture sanitarie. Molte ditte appaltatrici sono aziende o cooperative di dubbia provenienza, che in alcuni casi ricorrono al subappalto di pezzi di servizi; tanto che il più delle volte i regimi orari, le paghe, la sicurezza (secondo la legge n.626) a cui sono costretti e ricattati i dipendenti di queste ditte sono fuori della legalità. Spesso la forma cooperativa garantisce ai padroncini reali di queste società d’appalto forme di retribuzione bassa (700-800 euro mensili) e la possibilità di congelare a casa le persone dimostratesi inutili o sgradite senza bisogno di pagarle. Nei casi in cui la forma cooperativa risulta eccezionalmente sfacciata per vere e proprie imprese dedite al lucro, le forme di assunzione e risparmio sulla mano d’opera cambiano. Si va dall’impiego di stagisti pagati dalla Regione o dalla UE per fantasiosi corsi di formazione (sulle pulizie, ad esempio) che durano circa 6 mesi, per poi rimandare tutti a casa e sostituirli con altri, per arrivare al sub-appalto di piccoli servizi come quello del servizio trasporto (nella consegna della biancheria o del ristoro per es.). In altri casi il lavoro è a tempo determinato e rinnovato di volta in volta, seguendo l’andamento e il rinnovo degli appalti.
I capitolati d’appalto si occupano di tutto quello che riguarda il servizio, dedicando poco spazio alla parte del lavoro erogato in regime di dignità e sicurezza. E se i capitolati si perdono nella descrizione a volte paranoica del tipo di servizio preteso dall’ente pubblico, poco o nulla dedicano ai meccanismi di controllo e penalizzazione dell’impresa in appalto sul fronte del lavoro. Nel pubblico funziona così: se un problema non viene considerato nei volumi di carta, protocolli e verbali prodotti annualmente, vuol dire che non esiste. E non esiste neppure per il sindacato che subisce in silenzio questo processo di privatizzazione strisciante del servizio pubblico. La contropartita sono recuperi salariali per i dipendenti stabili in termini di incentivi, passaggi di fasce e categoria a nei contratti integrativi (aziendali). Ed è un meccanismo comunque accettato di fatto anche dagli stessi lavoratori, anche perchè evita di proclamare da parte del sindacato ore di sciopero.
Non è la classica guerra tra poveri ma una ancor più brutta guerra tra poveri (gli occupati stabili) e proverissimi (i precari); una guerra dalla quale bisogna uscire al più presto, pena la sconfitta di tutti e dello stesso Servizio pubblico. E’ sul fronte degli operatori sanitari che il processo di privatizzazione strisciante della Sanità ha compiuto il giro di boa. Da molti anni nei reparti sono comparsi lavoratori in affitto "privati" che ormai coprono i turni, particolarmente nelle lungodegente e nelle medicine, laddove il lavoro di assistenza richiesto è quello di livello medio-basso rispetto ai livelli più specialistici preteso in settori di punta i pronto soccorso, le rianimazioni o le cardiochirurgie. Le direzioni sanitarie delle ASL si nascondono dietro alla foglia di fico della carenza infer-mieristica, ma la realtà è molto più paradossale. Da una parte c’è una Università che applicando il numero chiuso si limita ad espellere migliaia di infermieri, comunque una parte del drammatico fabbisogno annuale per sostituire il turn-over dagli ospedali. Dall’altra ci sono le direzioni sanitarie delle varie ASL che invece di incentivare l’assunzione di infermieri con paghe più alte, puntano ad appaltare le mansioni assistenziali di base all’esterno, ottenendo un risparmio minimo del 25% sul costo medio di un infermiere professionale.
Questo processo virtuoso è stato favorito dalla legge Bossi-Fini che poneva limiti sui flussi migratori, ma, opportunisticamente, non su quelli riguardanti gli infermieri. In questa maniera, stante l’impianto della legge, per cui se hai l’ingaggio per il lavoro puoi avere il permesso di soggiorno, molte cooperative e agenzie di assistenza sono sorte speculando sul business dell’importazione e collocazione a basso prezzo di mano d’opera assistenziale dall’Est europeo ai nostri reparti. Un business i cui margini sono presto detti. Normalmente l’ASL paga 1 ora di assistenza di un infermiere pubblico 40 euro, mentre alla cooperativa ne da solo 28 euro, cosicché quest’ultima ne lascia cadere nelle tasche del lavoratore immigrato solo 10 e. Ma oltre alla sottrazione di reddito, queste imprese sottraggono diritti. Giocando sul ricatto del permesso di soggiorno costringono i lavoratori a lavorare 14-16 ore al giorno, a saltare i riposi dovuti, senza pagare di più il giorno festivo o le ore notturne o quelle straordinarie. Le ferie pagate e la mutua non esistono. Ci sono cooperative (o presunte tali) che su questo sistema hanno costruito delle fortune. L’impiego di questi infermieri o oss immigrati a basso costo è diventata una squallida moda.
A Torino in particolare, tutte le aziende sanitarie locali e quelle ospedaliere ha fatto usufruito di questi lavoratori invisibili e spesso invisi anche sul posto di lavoro. Ci sono stati anche episodi di mobbing violento da parte dei caporali delle cooperative, alcuni saliti agli onori della cronaca locale e nazionale ma che rappresentano l’iceberg di un fenomeno quotidiano, sottaciuto e sottoposto al ricatto, sul quale lo stesso sindacato è ancora drammaticamente in ritardo nella riconoscimento e nella difesa dei diritti di questa sempre più grande fetta di lavoratori.
I lavoratori appaltati della Sanità sono dunque in crescita. In crescita come numero, in crescita come mancanza di diritti, reddito e come condizione precaria. Nessuno o pochi si occupa di loro. Anzi sono addirittura invisibili agli stessi utenti del servizio, come - soprattutto - a buona parte dei lavoratori stabili e garantiti del "pubblico". In molti casi, sono considerati una palla al piede o gente che non sa lavorare bene. Non sono infrequenti nei reparti casi di mobbing verso questi lavoratori invisibili, così come i fenomeni di intolleranza sui quali qualche improvvisato sindacalista ci fa addirittura un programma di lotta (vedi i sindacati neocorporativi degli infermieri).
Finché su questo genere di conflitto nuovo, di tipo orizzontale, fra garantiti e non garantiti, non si farà nulla per ricomporre e aprire una battaglia di diritti e di maggior reddito, ci sarà sempre qualcuno che ci specula, qualcun altro che ci si ingrassa e qualcun altro ancora che ci risparmia sopra costruendo la propria fortuna di rinomato manager pubblico. Dovrebbe diventare una battaglia da vincere anche per l’assessore Valpreda. Crediamo.

redazionale sull’esperienza del
Movimento precari di Torino

Nessun commento: